Nelle squadre vincenti di tutto il panorama sportivo internazionale c’è sempre un giocatore in grado di fare la differenza, sia in campo che nello spogliatoio. Un giocatore che riesce a far rendere i propri compagni oltre le aspettative, un giocatore in grado di compiere le giuste decisioni nei momenti giusti: il leader.
Ma torniamo un’attimo indietro con il tempo…
È il 13 giugno 1997, allo United Center si gioca gara 6 delle NBA Finals: Chicago Bulls contro Utah Jazz. Siamo nei momenti finali, 28 secondi al termine palla per i Chicago Bulls. Il punteggio è fermo sull’86 pari.
Tutti si aspettano la giocata di Michael Jordan, il canestro che regalerebbe il titolo ai Bulls. Palla nelle mani di Steve Kerr, poi si va da Pippen e infine, come previsto, da His Hairnes: riceve palla, ad 11 secondi alla fine, attacca Byron Russell e arriva il raddoppio di Stockton. Jordan si muove sul perno, è costretto a forzare il tiro, almeno così sembrerebbe. Ha sbagliato gli ultimi due tiri, nelle sue mani ha il pallone della vittoria. Se segna viene eletto a eroe, il mondo NBA cade ai suoi piedi. Ma è proprio in questo istante che Jordan decide di non agire per sé stesso, non pensa alla gloria personale ma all’obbiettivo finale, un traguardo di squadra.
E proprio lui, il più grande giocatore di tutti i tempi, decide di affidarsi a un suo compagno, si fida ciecamente di lui. Rinuncia al tiro, riapre per Kerr rimasto libero di tirare: canestro e secondo titolo NBA per i Chicago Bulls. É proprio in questi momenti in cui si vede la differenza tra i campioni e i fuoriclasse, tra coloro che vogliono tutto per sé e coloro che mettono da parte l’ego e pensano al bene di squadra.
Ma in tutto questo cosa avrà mai a che fare con Russell Westbrook?
É stata un’estate movimentata per Russell Westbrook, dopo la partenza di Kevin Durant tutte le attenzioni si sono concentrate su di lui e c’era grande curiosità sul come avrebbe reagito. Anche il numero 23 per eccellenza si è espresso in merito e ha speso nei confronti del playmaker dei Thunder parole al miele:
“Russell mi ricorda me trent’anni fa, gioca con il mio stesso spirito e con la mia stessa passione”.
Russell è l’unica stella affermata rimasta di quei fantastici Big 4 degli Oklahoma City Thunder. Harden, Ibaka e Durant, per un motivo o per l’ altro hanno scelto di andarsene e lui è rimasto da solo a guidare una squadra piena di incognite. É il faro della squadra, il punto di riferimento per tutti all’interno del team. Ha l’occasione di dimostrare di essere un leader, un giocatore capace di alzare il livello di tutta la squadra grazie al suo carisma e alla sua tenacia. Un giocatore su cui fare affidamento nei momenti cruciali, proprio come lo è stato (con le dovute proporzioni) Michael Jordan a suo tempo.
In questo inizio di stagione però Westbrook è andato a corrente alternata. In alcune partite è stato capace di mettere in ritmo i propri compagni e, cosa più importante, di fidarsi di loro. In altre situazioni invece ha pensato bene di arrangiarsi da solo. I due grandi esempi a cui possiamo fare riferimento sono la partita contro i Phoenix Suns e quella contro i Toronto Raptors, entrambe in casa, entrambe davanti al proprio pubblico in grado di dare quella carica che ti fa svoltare le partite.
Contro Phoenix Westbrook ha segnato 51 punti, all’apparenza una prestazione inumana, qualcosa di straordinario. Ma se andiamo ad analizzare meglio la situazione ci salta subito all’occhio una cosa: Westbrook ha preso 44 tiri su 96 totali, il 45%. Ha scelto di fare tutto da solo, di non fidarsi di nessuno e di andare da solo contro il resto del mondo. Poco male, perché quella sera i Thunder avevano di fronte un avversario di medio livello e sono riusciti ugualmente a vincere.
Ma non sarà sempre così e infatti mercoledì notte, a 12 giorni di distanza da quella partita, contro i Toronto Raptors lo #0 ha fallito. Contro i canadesi Westbrook ha fatto registrare 36 punti, di certo non cosa di tutti i giorni. A quei punti con il 35% dal campo si sono aggiunte 8 palle perse, di capitale importanza ai fini del risultato. Nel momento cruciale, nell’ultimo quarto, i Thunder avevano recuperato lo svantaggio e si erano portati a sole 4 lunghezze di differenza. Ma in quegli istanti Westbrook ha deciso di fare tutto di testa propria, di tentare di vincere da solo, lui contro il resto del mondo.
Non si è fidato dei suoi compagni, non ha nemmeno alzato lo sguardo per vedere se ci fossero delle alternative; ha sperato in un qualcosa di impossibile, di irrealizzabile. In una situazione critica, ha tirato dalla lunga distanza sperando di segnare per essere osannato da tutti, per essere eletto a eroe. Oladipo stava tirando splendidamente da oltre l’arco, perché non provare a metterlo in ritmo? O perché non andare in post basso da uno specialista come Kanter?
Ha scelto di fare da solo e nell’azione successiva i Raptors hanno infilato la tripla spacca-partita. Westbrook non ci ha visto più e, seppur ci fosse tutto il tempo per recuperare, ha preso palla e ha tirato letteralmente da metà-campo. Westbrook lo sapeva, apostrofando Flavio Tranquillo, che quel tiro non sarebbe mai entrato, ma ha deciso lo stesso di provarci, di affidarsi a qualcosa di più grande di lui. Westbrook non ha saputo essere leader, non ha saputo mettere da parte l’ego e pensare al bene di squadra.
Il futuro degli Oklahoma City Thunder passa per le sue mani e Russell lo sa. Venerdì alla Chesapeake Energy Arena arrivano i Los Angeles Clippers, tra i team più in forma del momento. A lui la scelta, fare tutto da solo o vestire i panni del condottiero.

