fbpx
Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsChicago Bulls The Last Dance, episodi 7 e 8: il primo ritiro, il baseball e il titolo del 1996

The Last Dance, episodi 7 e 8: il primo ritiro, il baseball e il titolo del 1996

di Francesco Catalano

Eccoci di nuovo qui a parlare dei nuovi episodi di “The Last Dance” e dei Chicago Bulls di Michael Jordan. Infatti da lunedì 11 maggio sono disponibili su Netflix gli episodi 7 e 8 della serie evento che sta conquistando il mondo cestistico…

Nell’ultima puntata ci eravamo lasciati con la fine del ciclo del primo three-peat e la vittoria dei Bulls in finale contro i Phoenix Suns di Charles Barkley. Una vittoria sofferta che consacra la squadra di coach Phil Jackson e la eleva definitivamente nell’Olimpo della pallacanestro. I giocatori, però, MJ in primis, sono esausti da una stagione che è stata estenuante sia dal punto di vista fisico che mentale.

In particolar modo per Michael. Infatti, durante tutto l’anno ha subito continuamente dalla stampa una pressione devastante a causa dei suoi problemi col gioco d’azzardo. Quel piccolo scandalo stava assumendo dimensioni più grandi di quello che in realtà era. E  nemmeno dopo la vittoria del terzo titolo consecutivo, gli attacchi si sono realmente placati.

Nell’estate del 1993 arriva però una notizia sconvolgente. Il padre di Michael, James Jordan, scompare e per tre settimane non si hanno sue notizie. Finché viene ritrovata la sua Lexus con evidenti segni di effrazione e poco dopo viene ritrovato anche il corpo. Il padre del ragazzo del North Carolina stava tornando da una partita di golf, quando ha accostato per riposarsi un istante. Poco dopo è stato aggredito da due diciottenni che lo hanno derubato e poi ucciso con un colpo di pistola al petto.

Un momento di svolta nella carriera di MJ: la morte del padre e la parentesi nel baseball

La notizia travolge completamente MJ. Il padre infatti era una figura fondamentale per il 23 dei Bulls: lo accompagnava quasi ad ogni partita, era sempre al suo fianco per qualsiasi tipo di problema e nei momenti importanti c’era sempre stato. Infatti, più che un padre, era un amico fedele e sempre presente.

Il suo assassinio sarà la crepa decisiva che allontanerà MJ dal mondo del basket. Già nell’estate del 1992, Michael aveva vagheggiato l’idea di abbandonare la pallacanestro per andare a giocare a baseball, lo sport preferito dal padre. Ma prima voleva fare la storia nel basket.

Dopo aver vinto tre titoli consecutivi, però, gli stimoli iniziano a mancare. E la perdita del padre è l’avvenimento decisivo che lo porta ad annunciare un clamoroso ritiro all’età di 30 anni. Tutto il mondo sportivo è sconvolto dalla notizia, ma MJ non ritratta: il ritiro è quello di cui ora ha bisogno. Per di più, appunto, decide subito di intraprendere una nuova sfida: il baseball. Fino all’età di 17 anni, infatti, aveva sempre giocato a baseball: sport adorato dal padre James e dalla famiglia Jordan in generale.

La decisione viene presa anche in modo da onorare la figura del padre del defunto che lo avrebbe sempre voluto vedere in MLB. Ecco che arriva la firma con i Chicago White Sox, tra lo sconcerto e l’attesa frenetica. MJ giocherà in Minor League con i Birmingham Barons mettendo la stessa determinazione nell’allenamento che aveva messo nel gioco del basket. Tuttavia, i risultati sono altalenanti e le critiche non tardano ad arrivare. La stampa, poi, coglie il momento di flessione dell’ex giocatore NBA e ne approfitta per attaccare ancora di più l’ex Bulls.

Il suo ritiro viene infatti mascherato da sospensione a causa dei suoi guai giudiziari col gioco d’azzardo. E c’è di più: le maggiori testate giornalistiche iniziano a speculare sulla morte del padre supponendo che il suo omicidio sia correlato ai problemi col gioco del figlio Michael. Questa teoria viene prontamente smentita dal commissioner NBA David Stern, ma l’onda negativa che sta assalendo MJ non tende a frenarsi.

Nel frattempo i Chicago Bulls devono affrontare la nuova stagione senza il loro leader di sempre. E il ruolo di capo deve essere preso da Scottie Pippen, anche se non fa al caso suo. Nonostante ciò, i Bulls sono ancora una squadra forte e temibile e in ogni caso trovano anche il alto positivo dell’assenza di Jordan. Più tiri per tutti e un gioco più corale, collettivo e meno personalistico.

Il leader emotivo del gruppo diventa così Pippen, ma il nuovo scorer è Toni Kukoc. Il ragazzo croato scovato da Jerry Krause, dopo un paio di anni di gavetta in Europa, arriva in NBA e il suo impatto nella squadra di Phil Jackson è subito positivo. A roster poi ci sono anche giocatori come John Paxson, Steve Kerr, Will Perdue, Horace Grant e Bill Wennington.

Il triangolo offensivo creato da Tex Winter diventa l’arma offensiva per eccellenza di questo gruppo che trova nella coralità degli sforzi la chiave per la vittoria .Questi Bulls non sfigurano per nulla ed arrivano ad un soffio dalla finale NBA, uscendo in finale di Conference contro i New York Knicks di Patrick Ewing dopo 7 gare combattute.

Il focus del racconto torna poi all’ultimo ballo insieme e quindi ai playoffs del 1998. Al primo turno i Bulls incontrano i New Jersey Nets che riescono a superare per 3 a 0, nonostante qualche intoppo di troppo. Non manca anche un excursus sulla figura di Michael Jordan raccontata dal punto di vista dei compagni: un leader duro, provocatore, che sprona e infastidisce i compagni per spingerli a dare il massimo in ogni circostanza. Ne sa qualcosa Scott Burrell che nell’ultimo anno viene continuamente punzecchiato da MJ.

Però quello è il leader spigoloso, scontroso e un po’ antipatico che serve per spingere al massimo sull’acceleratore. Fa parte della mentalità vincente che ha sempre accompagnato Jordan nel suo percorso. Parafrasando le sue parole: “Per vincere quella è la via: prendere o lasciare”.

Nell’ottavo episodio ci si avvicina a “The Last Dance”: la vittoria del titolo del 1996 e la dedica al padre

Siamo arrivati all’ottavo episodio. Una caratteristica essenziale di questa serie è stato il continuo salto temporale tra l’ultima stagione dei Bulls di Jordan, il cosiddetto ultimo ballo, e tutta la parabola cestistica di MJ. Le due cose, però, ora che stiamo arrivando verso l’approdo finale si stanno sempre di più avvicinando. Ancora non si sono sovrapposte ma presto accadrà.

Nella primavera del 1995 Michael, inizia pian piano, a disaffezionarsi al mondo del baseball e si riavvicina alla pallacanestro. Grazie all’intervento di B.J. Armastrong torna alla facility dei Bulls, dove viene accolto dagli ex compagni come un redivivo. Da lì a pochi giorni, Jordan torna sempre più spesso a giocare con i Bulls in allenamento. Torna la passione per il basket e la voglia di tornare in campo per combattere. Tutto il mondo sportivo aspetta il suo ritorno nel suo regno e a lui bastano due parole per decretarlo: “I’m back”.

MJ ritorna in pista nel marzo del 1995 quando la stagione si stava già avviando verso i playoffs. Torna in campo, e dopo qualche minuto d’assestamento, è subito di nuovo magia. C’è qualcosa che è cambiato però: il numero di maglia. Dal 23 passa al 45: sono troppo fervidi ancora i ricordi legati al vecchio numero.

I Bulls, grazie al suo ritorno, sono come rivitalizzati. Tuttavia in finale di Conference incontrano gli Orlando Magic che vantavano allora un super team: Penny Hardaway, Nick Anderson, il giovane Shaquille O’ Neal e, soprattutto, l’ex Horace Grant. Gara 1 viene vinta dai Magic proprio a causa di una palla persa da MJ allo scadere. Quella rubata era stata effettuata da Nick Anderson che poi dice: “Il 45 non è forte come il 23”.

Ed in effetti ha ragione. Michael non si sente in campo allo stesso modo col nuovo numero, così decide di tornare all’amato 23. Le cose cambiano; Chicago combatte fino all’ultimo ma non può che soccombere per 4-2. Nonostante MJ sia tornato, il suo fisico nel frattempo si era abituato al baseball e non era pronto per affrontare uno sforzo fisico tale come quello dei playoffs. Esce dalla serie che è esausto. Ma non ha tempo per riposarsi: deve rimettere il suo fisico in sesto per la pallacanestro.

Dal giorno dopo l’eliminazione riprende così la preparazione fisica ed atletica con un ardore che non aveva da tempo. In estate, è anche occupato dalle riprese di Space Jam ma trova anche lì il modo per allenarsi ad alti livelli. La Warner Bros infatti gli costruisce un campo d’allenamento, ribattezzato “Jordan Dome”, vicino agli studios e lì MJ organizza partitelle con tutti i migliori giocatori della lega: da Horace Grant a Reggie Miller, da Dennis Rodman a Patrick Ewing.

Col training camp per la nuova stagione si torna in trincea. Jordan torna il sergente spietato al comando del gruppo; e si fa conoscere subito dai nuovi arrivati. Chiedere a Steve Kerr di un occhio nero per avere conferme. La fame di quei Bulls è inarrestabile e quella squadra si accaparra il titolo virtuale di migliore squadra di basket di sempre siglando il record di vittorie in regular season: 72. Una vera e propria macchina di guerra.

Nei playoffs al secondo turno si prendono la rivincita contro gli Orlando Magic, sbarazzandosi di loro per 4-0. In finale trovano i Seattle Supersonics del “guanto” Gary Payton, Shawn Kemp e coach George Karl. Dopo un parziale di 3 gare a 0, Payton trova le misure a Jordan. Tuttavia la decisiva gara 6 si gioca proprio nella giornata del papà. Nella mente di MJ si crea un mix di emozioni troppo forte: gioca una partita meravigliosa e così dedica vittoria e titolo al padre recentemente scomparso.

Il suo quarto titolo, se possibile, ha un sapore ancora più dolce del primo. E’ emblematica in tal senso la scena finale in cui scarica tutte quelle emozioni nello spogliatoio, dove si getta a terra e piange lacrime di gioia e di dolore.

Intanto la stagione 1997/98 come prosegue? Al secondo turno dei playoffs i Bulls hanno la meglio sugli Charlotte Hornets dell’ex compagno di squadra e amico B.J. Armstrong. E tutto è pronto per la finale di Conference contro gli Indiana Pacers. La squadra di coach Larry Bird è una delle più forti della lega: lo scontro sarà alla pari.

Pronti per gli ultimi episodi e quindi per un ultimo ballo insieme?

Potrebbe interessarti anche

Lascia un commento

Questo sito web usa i cookies per migliorare la tua esperienza: speriamo sia ok per te, se non lo fosse puoi farne a meno. Accetta Leggi