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Sacramento Kings: i tanti rimpianti di una stagione a due volti

di Gaetano Gorgone

Con la NBA ferma, è tempo di bilanci parziali in giro per la lega, nell’attesa di sviluppi riguardanti le modalità di conclusione della stagione. Uno dei giudizi più complicati e contorti da dare, tra tutte le 30 franchigie, è quello da attribuire ai Sacramento Kings, di Luke Walton. Una squadra dall’andamento irregolare, che si è fermata a 4 vittorie dalla zona playoffs, al momento della serrata delle partite.

Solitamente, quando si analizzano le stagioni di una squadra, si deve cercare di essere razionale, puntando la concentrazione sugli aspetti più tecnici del gioco. Anche in quest’analisi lo faremo, eppure, questa squadra qui, merita una premessa un po’ più emotional, quasi poetica. Gli amanti del gioco, ma quello vero, non potranno non essere affascinati dalla concentrazione di talento che offre Sac Town. Già solo immaginare una formazione che schiera due profeti serbi della pallacanestro, scalda il cuore, se poi tali predicatori si chiamano Nemanja Bjelica e Bogdan Bogdanovic, allora è quasi idilliaco. Aggiungeteci un tiratore appartenente ad una ristretta fascia d’elite come Buddy Hield, un play con una progressione che non ha nulla da invidiare ai running back della NFL, leggi De’Aaron Fox, il talento cristallino, tutto from Duke, Marvin Bagley III e un discreto core e il gioco dovrebbe essere fatto.

Luke Walton.

Ahinoi, è quel condizionale a condannare a condannare i risultati ottenuti fin qui dai Sacramento Kings, che si trovano in quel limbo in cui sono racchiusi progetti in rampa di lancio (vedi New Orleans) o in fase decadente (vedi San Antonio e Portland), con californiani che devono dimostrare di appartenere alla prima categoria. Per farlo, è necessario risolvere ciò che non è andato in quest’annata da considerarsi al di sotto delle aspettative, sebbene ci siano ancora chance di qualificarsi alla postseason (bisogna vedere come si evolverà la situazione). Questo compito è nelle mani della dirigenza di Sacramento, specialmente, nella persona di Vlade Divac, che tanto ha dato alla città nei panni di giocatore, quanto poco sta convincendo nelle vesti di general manager al punto che la sua posizione sembrerebbe non essere così al sicuro.

Fossimo in Vlade, prima di guardare qualsiasi tipo di numero, valuteremmo se fosse il caso di continuare a dare fiducia all’uomo che lui stesso ha piazzato al comando della panchina dei suoi, ovvero Luke Walton. Infatti è oggettivo che abbia mancato per due anni consecutivi il treno playoffs, in entrambe le occasione con delle armi a sua disposizioni più che sufficienti per tentare l’assalto alle prime otto. È anche vero che il fattore che accomuna le due esperienze in California di Walton, con Lakers e Kings, sono gli infortuni. Lo stop di LeBron lo scorso anno e i vari problemi che hanno colpito Fox, Bagley e non solo, questa stagione, hanno certamente condizionato i piani del coach originario di San Diego.

I numeri dei Sacramento Kings

Osservare le statistiche può dare una visione più d’insieme del complessivo, sia di squadra che dei singoli, tuttavia è bene ricordare che i numeri non sono sempre la risposta definitiva. I Sacramento Kings sono tra le 17 franchigie della lega ad avere un NET Rating negativo, ovvero una differenza tra produzione offensiva e difensiva per 100 possessi che scende sotto lo zero (-1.7, il ventunesimo rating del campionato). Ciò è il risultato del diciannovesimo attacco e la diciottesima difesa generale, per quanto riguarda sempre i 100 possessi, e, il dato del NET che vi ho riportato, è peggiore rispetto a quello di tutte le altre playoffs contender di quest’anno. Per quello che concerne le realizzazioni, i numeri ci dicono che a Sac non disdegnano il tiro pesante, ed effettivamente con la flotta di tiratori che si ritrovano ne hanno ben donde.  Il 39.5% dei FGA provengono dalla linea da tre punti, e, in termini di effettiva marcatura, il 34.8% del fatturato di media proviene dalla linea da tre punti, solo altre 9 squadre dipendono così tanto dal tiro pesante.

sacramento kings

Buddy Hield e DeAaron Fox.

La particolarità che, però, volevamo evidenziare, si riferisce alla distribuzione omogenea dei punti a referto su tutti i componenti della rosa a disposizione del coaching staff guidato dall’allenatore ex Lakers. I Sacramento Kings mandano a referto ben 8 giocatori in doppia cifra a partita, in media, a dimostrazione del fatto che abbiano molteplici punte di diamante, nonché opzioni di scoring differenti. Tale peculiarità risulta essere un’arma a doppio taglio, in quanto a Sacramento possono scoprire un protagonista diverso ogni sera, non dovendo necessariamente affidarsi alle prestazioni di qualche singolo; allo stesso tempo, l’assenza di un vero punto di riferimento, che fornisca uno scoring effort costante, si è fatta sentire a lungo andare e potrebbe essere indicata come una delle cause della discontinuità della squadra. Fox è l’unico a varcare la soglia dei 20 di media, seppur di poco (20,4), anche Hield flirta con il ventello: entrambi sono giunti al termine di un processo di maturazione che a breve potrebbe sfociare in qualcosa di decisivo per la franchigia, che la dirigenza spera sia un’ultima evoluzione positiva.

Prima di passare ad un focus giocatore per giocatore, è importante far notare il dettaglio, più che rilevante, sugli infortuni, che hanno complicato le ambizioni stagionali dei leoni in canotta viola. Hanno giocato 64 partite, di queste: De’Aaron Fox ne ha saltate 19, Bogdan Bogdanovic ne ha perse 11, Harry Giles, un tassello, in ogni caso, funzionale, non è andato a referto ben 26 volte e, infine, Marvin Bagley è sceso in campo soltanto 13 volte, prima del riacutizzarsi di un problema al piede, che lo avrebbe tenuto lontano dal parquet ancora a tempo indeterminato, a prescindere dallo stop.

Player by player

Giusto per avere una  visione più completa del quadro clinico dei Sacramento Kings, andremo ad approfondire gli elementi del roster da cui possiamo trarre spunti:

  • De’Aaron Fox. Nel suo periodo di assenza il gioco dei suoi ne ha più che risentito, non quanto a livello di risultati (8-8 di record nel periodo senza Fox), quanto a livello di fluidità. Il play da Kentucky è fondamentale per la transizione offensiva corale, che risulta semplicemente più rapida e meno macchinosa se guidata da lui. Questa sua capacità si riflette nei coast to coastcon cui spesso ci delizia, in seguito a rimbalzo difensivo catturato o a palla recuperata. Difatti, è il migliore nel suo teamper punti successivi a palla persa avversaria, ne realizza 3.3 a partita in questa circostanza specifica. Inoltre, è il quinto in assoluto nella lega per numero di drives per partita, con 18.8 ad allacciata di scarpe, dietro solo a Doncic, Young, DeRozan e Westbrook. Accostare il gioco della volpe a quello di quest’ultimo non è un’utopia, Russ e De’Aaron hanno un playtipe molto simile, sebbene il talento al terzo anno nella lega stia mutando verso altri lidi, intesi come tipo di giocatore. Tornando al discorso transizione, Fox gioca 4.5 possessi in speed transition , che consiste nel 21.1% della sua mole di gioco, un dato per cui si attesta tra i primi 15 della NBA.
  • Buddy Hield. Era l’anno in cui era chiamato a fare un salto di qualità importante e ci è riuscito,  anche se è lecito aspettarsi una pretesa di ulteriori miglioramenti per la prossima stagione, sia da parte sua che dei suoi preparatori. Con la vittoria della gara del tiro da 3 punti e i numeri dalla lunga che ha messo su in quest’annata, è entrato di diritto in quell’Olimpo dei tiratori di eccellenza, riservato a specialisti veri. From downtown sfiora il 40% di percentuale effettiva (39.5%), prendendo quasi 10 tiri a partita. Il suo ruolo nell’insieme è migliorato da quando ha cominciato ad uscire dalla panchina, lo ha fatto per 20 gare, durante le quali la sua media punti è rimasta pressoché la stessa, mentre le sue percentuali sono clamorosamente lievitate, fino ad un 47.6% da 3. Questo accorgimento, non dico che avrebbe cambiato tutto se approntato precedentemente, ma, di certo, avrebbe potuto portare benefici antecedenti a tutta l’organizzazione. L’Hield che parte dal pino è un giocatore che incide di più ed esagera di meno, limitandosi a svolgere un compito settoriale che lo valorizza maggiormente, e, allo stesso tempo, giova ai risultati.
  • Bogdan Bogdanovic. Un giocatore che visivamente è stupendo. Purtroppo, però, in NBA si limita ad essere un giocatore normale, quando potrebbe essere davvero uno dei migliori. E lo dimostra con la sua nazionale, la Serbia, durante le grandi manifestazioni, al cospetto dei colleghi che dominano la lega americana, è comunque sempre uno dei più dominanti. Ebbene, non ci spieghiamo come non riesca a confermarsi oltreoceano, o meglio, ce lo spieghiamo ma non lo capacitiamo. Quello che i Kings gli richiedono è un po’ limitante per le sue caratteristiche, dunque certe volte si intravedono delle zone di incompatibilità tra le parti. Ha il quarto usage di squadra (anche il terzo se non consideriamo Bagley), avendo il settimo impatto (PIE) sull’efficienza mutuale. I numeri non aiutano a spiegare che potrebbe assolutamente fare di più, può assisterci la sua meccanica, incredibile, che ci racconta di uno dei pochi nel globo che mantiene sempre la stessa shooting from.
  • Nemanja Bjelica.  Senza dubbio, è la migliore stagione negli States per Bjelica, l’idolo dei cultori della pallacanestro tecnica. Nel sistema Sacramento sta sempre al suo posto, fa piccole cose molto importanti ed è diventato il clutchman che a volte è mancato, se avesse un po’ più di consistenza difensiva sarebbe un boccone succulento per molte  contender. Ha il quattordicesimo usage di squadra (17.1%), eppure è il settimo miglior marcatore e il quarto miglior rimbalzista. Quello che più impressiona non sono le sue medie (a dir la verità non entusiasmanti), ma le sue mansioni e il modo in cui da una mano alla causa. Il 10% dei suoi tiri arriva negli ultimi 4 secondi dell’azione, praticamente sulla sirena dei 24, nessuno ne prende più di lui a Sacramento, rispetto al totale dei tiri tentati. Il 63.9% dei suoi tentativi dal campo arriva senza aver messo la palla per terra, quindi successivo a 0 palleggi, con il 69% dei suoi FGA che arriva  dopo aver tenuto la palla in mano per meno di 2 secondi, delle frequenze davvero curiose, che danno un minimo di fondamento a game winner del genere (wait for it!).
  • I role players. Il gruppo dei giocatori di contorno è un altro degli elementi che ha contribuito a fornire discontinuità, anziché stabilità. I vari Barnes, Giles, Holmes, Joseph, e gli ultimi arrivati Len e Bazemore, sono stati autori di prestazioni cangianti. In particolare, Barnes, tutto sommato, sta fornendo quell’extra-scoring che gli viene richiesto, seppur con numeri minori rispetto ai tempi di Dallas, su di lui, però, pesa un contratto pesante e assolutamente inadeguato (altri tre anni con ingaggio da 24 milioni a scendere), soprattutto in una franchigia in una fase così delicata. Holmes e Giles avevano iniziato molto bene, salvo poi essere fermati da problemi fisici, sarà importante per loro trovare continuità per affermarsi, specialmente Richaun Holmes, che ha fatto vedere cose importanti. Cory Joseph, invece, non è stato all’altezza di sostituire Fox, né sta convincendo da backup pointguard. Gli interventi sul mercato, via trade, sono stati tatticamente corretti, tuttavia, probabilmente non sufficienti a riaprire una corsa playoffs quasi compromessa (chissà).

Vlade Divac.

Sicuramente ai Sacramento Kings questo periodo di pausa potrà servire a riordinare le idee e a riflettere, sia  giocatori che dirigenza, attendendo novità su quello che sarà il proseguo di stagione (se ci sarà) che magari potrà rilanciare le speranze di tutti.

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