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La sfida di Damian Lillard: “Sopporto l’idea di sbagliare, per questo segno, Davis? Venga da noi”

di Michele Gibin

Solo considerando la possibilità di sbagliare si possono segnare tiri del genere” Parole, musica e motivazioni di Damian Lillard, alla vigilia di gara 2 e sole 48 ore dopo aver segnato 4 (quattro) tiri da tre punti sulla testa degli Oklahoma City Thunder da distanza superiore agli 8 metri.

Una partita tesissima, gara 1. I Blazers si sono scontrati con la difesa più arcigna della lega (Pat Beverley escluso), e con la seria possibilità di perdere la prima partita della serie in casa dopo la tripla del -1 di Paul George, a chiudere una rimonta durata per gli interi quarti centrali da parte di OKC.

Una sconfitta che avrebbe significato le porte del baratro per i Blazers. Presa per mano dai due leader dalla squadra, Lillard e C.J. “I’m trying Jennifer” McCollum, e da un Enes Kanter convincente sui due lati del campo, Portland ha scacciato per una sera la tensione che blocca le gambe ed aumenta il peso del pallone tra le mani.

Il canestro di Lillard da 8 metri abbondanti, segnato immediatamente dopo la tripla pesantissima di George definisce in opere ciò che la frase d’attacco del presente articolo spiega: una personalissima declinazione del “I can accept failure, I cannot accept not trying to” di Jordaniana memoria.

Dico sempre che mi ritengo in grado di sopportare l’idea di sbagliare” Così Lillard “Tiri per vincere, tiri pesanti che possono entrare o uscire: so che posso sopportare il peso di un errore, posso sopportare il peso di una sconfitta“.

Un atteggiamento da leader riconosciuto da coach Terry Stotts, con cui Lillard vive da anni una sorta di simbiosi tecnica: “Credo che Damian sia il miglior leader tra le star di questa lega. (Nella NBA, ndr) ci sono tanti leader, ma in pochi come lui riescono ad essere continuativamente la star e la guida della sua squadra in campo, nello spogliatoio e nella comunità. Lui ci riesce“.

Come raccontato da Royce Young di ESPN, Neil Olshey – attuale President of Basketball Operations dei Blazers ed all’epoca proveniente dai Los Angeles Clippers – ricorda di aver percepito nell’estate del 2012 nel giovane Damian Lillard carisma e qualità tecniche paragonabili a quelli di Chauncey Billups, e di aver pertanto preferito il prodotto di Weber State a prospetti estremamente interessanti come Harrison Barnes da North Carolina e Terrence Ross da Washington.

https://twitter.com/trailblazers/status/1117874255205527553

Le dichiarazioni di Lillard rilasciate lo scorso febbraio a Chris Haynes di Yahoo Sports (“Perché dovrei chiedere una trade? Quali squadre mi darebbero una garanzia maggiore di successo rispetto ai Blazers?”) hanno fatto della star di Portland una sorta di “mosca bianca” tra i giocatori d’elite NBA, in un’era di “super-team” – reali o vagheggiati che siano – e dibattiti fumosi su GOAT e pretendenti al trono.

Un atteggiamento – nelle parole di Lillard – “anticonformista” e sicuro di sé, anche senza gli eccessi di posa che il termine spesso comporta. Ed un modo di intendere fama, fortuna e pressioni mediatiche non dissimile da quello del pariruolo pluri-titolato Steph Curry, la cui capacità di placida ma saldissima presa su uno spogliatoio infarcito di star rimane uno dei pregi indiscussi.

Non era certo mia intenzione fare la figura di quello a cui non interessa vincere. Tanta gente tende a… conformarsi al trend, io dico che non ho bisogno di andare a caccia di qualcosa che non ho, non avverto tale pressione (…) ci ricordiamo del Gary Payton (nativo di Oakland come Lillard, ndr) campione dalla panchina con i Miami Heat, o ci ricordiamo del Gary Payton All-Star e stella NBA a Seattle? Quegli Heat erano la squadra di Wade e Shaquille O’Neal, non quella di Payton

Ciò a cui do grande importanza sono le persone con cui lavoro ogni giorno” Prosegue Lillard “Compagni, allenatori e dirigenti. Valuto il loro impatto sul mio lavoro e l’impatto del mio lavoro su di loro. Lavoriamo assieme ad un obiettivo comune, che è la vittoria di un titolo. Se non arriverà? Ci sono altre cose che contano“.

La sfida di Damian Lillard? Che con la sua presenza, con la forza di una cultura di pallacanestro e di un ambiente positivo, Portland possa diventare una meta ambita e replicare quanto fatto da Oklahoma City Thunder con Paul George e quanto tentato dai Toronto Raptors con Kawhi Leonard: “Penso a quei giocatori che potrebbero davvero portarci ad un altro livello. Anthony Davis, ad esempio: abbiamo una cultura vincente, vinciamo tante partite e non ci sono egoismi tra di noi, c’è un ambiente positivo. Credo che in uno scenario del genere, e nella situazione in cui si trova oggi, per un giocatore come Davis Portland possa essere la soluzione migliore. Anzi, perfetta“.

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