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Gary Payton vuole fare l’allenatore NBA

di Gabriele Bozzetti

L’interminabile stagione 2019\20 ha appena chiuso i battenti, e non con poche difficoltà. Tra Covid-19, lockdown e la bolla di Orlando sono cambiate tante, o forse troppe cose.

In questa offseason si stanno già vedendo tanti cambiamenti nelle franchigie NBA, tra staff tecnici che vanno via e front office rivoluzionati spunta anche il nome di “The Glove”, Mr Gary Payton.

La leggenda degli scomparsi Seattle Supersonics ha dichiarato a Chris Haynes di Yahoo Sport di voler tornare sul parquet più importante al mondo, ma questa volta nei panni di allenatore. “Ho avuto diverse conversazioni con dirigenti che mi avevano proposto di allenare, ma non era il momento giusto. Ora sono pronto ad allenare.”

Tra tutte le mosse di questa partita a scacchi tra le diverse franchigie NBA, troviamo infatti 4 team orfani del loro head coach: Pelicans, Rockets, Pacers e Thunder.

 

L’apporto che Payton vorrebbe fornire alla sua ipotetica e futura squadra si concentra soprattutto sul far crescere i giovani talenti.

Secondo l’ex N. 20 di Seattle i giovani rookie non sono in grado di migliorare perché sono stati pre-programmati a pensare che giocare nella NBA sia un passaggio facile. “Il mio anno da rookie fu come un risveglio brusco; il talento e la competizione della NBA è impressionante. Quell’estate e per ogni anno successivo, ho lavorato duro per migliorarmi in ogni aspetto del mio gioco. Gli allenatori sono stati fondamentali nel percorso per farmi diventare un All-Star e un campione NBA. Ho conoscenze da condividere e sono pronto ad aiutare”, ha detto Payton a Yahoo Sports.

Gary Payton, “The Glove”

SoprannominatoThe Glove” date le sue spiccate abilità difensive, il nativo di Oakland ha giocato 17 stagioni NBA, ha contribuito a scrivere la storia di questo gioco.

9 volte All-Star, 9 anni primo quintetto All-NBA e nel 1996 Difensore dell’anno, unica point guard a riuscirci. Tra i suoi premi può vantare inoltre un titolo NBA con i Miami Heat nel 2006, due medaglie d’oro, alle Olimpiadi del 1996 e del 2000 e un nome cucito sulla maglia e sulla storia dei Supersonics.

Scelto con la 2 scelta assoluta del draft 1990 dai Supersonics ebbe la possibilità di giocare durante l’era Jordan.

“Lui era il miglior attaccante al mondo, io il miglior difensore. Erano sfide fantastiche: sapevo di non poterlo fermare – nessuno poteva fermarlo completamente – per cui la mia sfida era di riuscire almeno a contenerlo, tenerlo a 23-24 punti quando di solito ne segnava 35-40 contro tutti. La mia tattica contro di lui era di portarlo lontano dalla sua ‘comfort zone’, rendergli ogni tiro difficile e poi cercare di aggredirlo in difesa, segnargli in faccia per far sì che sul possesso successivo volesse a tutti i costi rispondermi con un canestro, e magari farlo forzare una conclusione”.

Il suo gioco, caratterizzato da trash-talking e difesa aggressiva, lo ha reso uno dei difensori più forti mai visti in un’arena NBA.

Ora sono 13 anni che non gioca più a pallacanestro ma certamente non si è dimenticato nulla, al contrario, a 52 anni, non vede l’ora di tornare in trincea, respirare quell’aria rarefatta e piena di emozione, per assistere e aiutare a sviluppare la prossima ondata di star NBA.

E come si dice in questi casi: “if not now, when?”

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