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Michele Roberts, direttore NBPA: “Troppo potere ai giocatori NBA? Un falso problema”

di Michele Gibin

I giocatori, e soprattutto le star NBA, padroni del proprio destino. E’ stato questo uno dei temi dell’estate NBA tra free agency, richieste di trade e promessi giri di vite della lega su tampering e norme che regolano tempi e modi del mercato.

Le richieste esaudite di scambio di Anthony Davis (dai New Orleans Pelicans ai Los Angeles Lakers) e di Paul George (dagli OKC Thunder ai Los Angeles Clippers, in tandem con Kawhi Leonard) hanno aperto una nuova era della presa di coscienza del potere e del peso contrattuale dei grandi giocatori NBA.

E scatenato gli “anticorpi del sistema”, come potremmo definirli: voci critiche di alcuni executive – soprattutto di squadre “minori”, i mercati piccoli contrapposti alle metropoli NBA – contro le pressioni delle grandi franchigie, e contro gli accordi tra giocatori che tagliano fuori e diminuiscono il ruolo di agenti e manager nelle contrattazioni.

Chi non vuole sentir parlare di problema, o di disequilibrio nei rapporti di forza è l’avvocato Michele Roberts, direttore esecutivo della NBPA, l’associazione giocatori NBA. Per Roberts, la posizione di chi vede nel “players empowerment” un rischio è sbagliata e parziale, un classico esempio di doppia morale: “Se si vuole essere critici, bisogna essere obiettivi. Non si può considerare in un modo la richiesta di un giocatore di essere ceduto ed in un altro due squadre che si accordano per muovere dei giocatori“.

I proprietari NBA continuano a vedere i giocatori come proprietà privata, c’è la percezione che i proprietari abbiano diritti che i giocatori non hanno (…) nessuno pensa mai a cosa vuol dire per un giocatore essere costretto a muoversi senza che abbia voce in capitolo, ma se si pensa che i giocatori siano tenuti ad accettare questo, allora anche le squadre sono tenute ad accettare il medesimo trattamento

E’ la natura del business in cui (i giocatori, ndr) operano” Prosegue Michele Roberts, intervistata nel suo ufficio di Manhattan, NY, da Marc J. Spears di ESPN “Anche il solo pensare a come ci si deve sentire quando, tutto d’un tratto, ci si sente dire che è tempo di fare le valige e muoversi è una cosa che colpisce“.

Michele Roberts (NBPA): “Scelte dei giocatori legittime come quelle di un qualsiasi lavoratore”

La off-season 2019, quella del passaggio di Kevin Durant e Kyrie Irving ai Brooklyn Nets, quella della trade Anthony Davis e quella dei quasi 3 miliardi di dollari in salari spesi (o per meglio dire impegnati) nella sola prima giornata, sarà ricordata per sempre come l’estate dei Los Angeles Clippers e di Kawhi Leonard e Paul George. La mossa combinata delle due star ha innescato un movimento di giocatori, milioni e scelte future mai visto prima: per ottenere George, i Clippers hanno girato agli Oklahoma City Thunder il contratto da 22.6 milioni di dollari di Danilo Gallinari, il giocane di belle speranze Shai Gilgeous-Alexander e ben 7 prime scelte future.

chris paul

Chris Paul e James Harden, coppia “scoppiata” in estate

Sull’onda di una trade del tutto inaspettata, come dichiarato dal general manager dei Thunder Sam Presti, OKC ha deciso di cedere la seconda star della squadra – Russell Westbrook – agli Houston Rockets (destinazione indicata quale gradita dallo stesso Westbrook) in cambio di Chris Paul, in una trade che ha mosso i contratti di due tra i primi dieci giocatori NBA più pagati oggi.

Nel caso di Paul un cambio di panorama repentino quanto quasi insondabile fino a pochi giorni prima, per via del ricchissimo contratto dell’ex Clippers, dell’età e della sua situazione tecnica ai Rockets (dissidi con James Harden a parte).

Nessuno ha mai sollevato il problema delle conseguenze ogni qualvolta una squadra all’improvviso decide di scambiare un giocatore, magari un giocatore importante, magari un padre di famiglia” Ancora Roberts “Mentre passiamo ore a criticare la scelta di un giocatore di chiedere uno scambio (…) non penso ci sia della malignità in nessuno dei due scenari: una squadra ha il diritto di cedere un giocatore in ogni momento, ed un giocatore ha il diritto di lasciare la sua squadra (da free agent ndr). Allo steso modo, una squadra ha il diritto di non accontentare la richiesta di trade di un giocatore“.

Quello che dovremmo fare è lasciare le polemiche sulle scelte dei giocatori. Per come la vedo io, non è dissimile a quella di un avvocato che ad esempio sceglie di passare ad un altro studio legale, in generale a qualcosa che ognuno in questo paese dovrebbe avere la libertà di fare, purché si rispettino le regole: ad un giocatore viene chiesta una domanda, e lui risponde: no, non voglio più giocare per i New Orleans Pelicans, non credo sia la soluzione giusta, non condivido la direzione della squadra

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