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Steve Kerr: “La trade Davis punto di non ritorno, condotta dannosa”

di Michele Gibin

Le richieste di trade dei giocatori stanno diventando un problema” Parole e musica di coach Steve Kerr, che prende a esempio il caso Anthony Davis.

Le trade che hanno spedito Davis ai Los Angeles Lakers e Paul George ai Los Angeles Clippers, due potenziali rivali dei suoi Warriors, sono per Kerr la dimostrazione di un “trend negativo” per la NBA. Come può un giocatore la cui scadenza di contratto è ancora così lontana esigere uno scambio dalla franchigia che lo stipendia?

Ogni qualvolta un giocatore perfettamente in salute, e con ancora un paio di anni di contratto va dalla sua squadra e dice: ‘voglio andarmene’, è un danno e una sconfitta per l’intera NBA, un problema che la lega deve affrontare, ed una questione cui i giocatori dovrebbero prestare più attenzione“.

Steve Kerr è stato giocatore, executive ed infine allenatore. Un uomo che vive la quotidianità NBA da 30 anni, e che attribuisce valore ad un accordo formale tra due contraenti: “Quando firmi su quella linea tratteggiata, ti impegni a dare il massimo per la squadra, per la città ed i suoi tifosi. Poi, una volta free agent, è tuo pieno diritto andare altrove, ma un contratto deve essere vincolante“.

Paul George, Anthony Davis, Kawhi Leonard, Kyrie Irving gli ultimi grandi giocatori NBA che hanno forzato la loro strada verso una trade. Spesso utilizzando a pieno il loro potere di persuasione: pur di lasciare i Cavaliers, Irving sarebbe arrivato a minacciare la franchigia di operarsi alle ginocchia prima dell’inizio della stagione 2017\18, un’operazione che avrebbe significato mesi e mesi di stop per l’ex Celtics.

La lunga querelle tra Kawhi Leonard ed i San Antonio Spurs è ben nota: divergenze tra lo staff atletico degli Spurs e l’entourage del giocatore su entità e tempi di recupero da un problema muscolare portarono ad una crisi irreversibile. Leonard si rifiutò di rientrare in campo, resistendo persino alle richieste dei suoi compagni impegnati in una lotta per l’ultimo posto ai playoffs.

Per i New Orleans Pelicans parte della fine della storia con Anthony Davis la si deve alla malasorte. Dopo anni di squadre mediocri, nel febbraio 2017 l’allora general manager Dell Demps portò a NOLA la star DeMarcus Cousins, in rotta con i Sacramento Kings. Dopo mezza stagione di ambientamento, i due lunghi trovarono nella stagione 2017\18 un’intesa che proiettò i Pelicans verso le zone alte della Western Conference, grazie alla presenza di altri due All-Star in squadra (Jrue Holiday ed il veterano Rajon Rondo).

Il tendine d’Achille della gamba sinistra di Cousins fece crac nel gennaio 2018, ponendo fine alle ambizioni a lungo termine di una squadra che avrebbe potuto schierare tre star nel pieno della maturità.

L’affare Davis passerà alla storia come un punto di non ritorno” Dopo un inizio di stagione difficile, Anthony Davis chiese con la tutela del neo agente Rich Paul la trade verso i Los Angeles Lakers, scambio concretizzato solo lo scorso giugno e preceduto da una rivoluzione nel front office di entrambe le squadreUn conto è se entrambe le parti convengono: ‘è meglio separarci’. Ma non è stato così“.

Una posizione, quella di Kerr, sostenuta dal Commissioner NBA Adam Silver che in più di un’occasione ha auspicato che questioni spinose come le richieste di trade venissero risolte tra quattro mura anziché sulla pubblica piazza.

Ma la pubblica piazza è il luogo in cui la parte più debole della trattativa – i giocatori – può far valere al meglio le sue ragioni. Steve Kerr in LeBron James e nel suo ormai ex giocatore Kevin Durant due esempi “nobili” di condotta corretta: “Quello che LeBron James (a Cleveland, ndr) e Kevin Durant hanno fatto è giocare e portare a termine il loro contratto, e poi salutare come loro diritto. Questa è la cosa giusta da fare“.

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