Mentre noi eravamo impegnati nel classico alternarsi di cenoni, pranzoni e festeggiamenti, la stagione NBA ci ha regalato un paio di settimane molto intense, chiudendo al meglio il 2016 e aprendo l’anno nuovo con spunti decisamente interessanti. In questa prima edizione del 2017 di ‘Three Points’, come di consueto, ne andremo ad analizzare tre.
1 – Manifesto generazionale

Il saluto fra Stephen Curry e LeBron James prima della sfida natalizia tra Warriors e Cavs
Il giorno di Natale, tradizionalmente, riserva agli appassionati i piatti più prelibati dell’abbuffata NBA. Quest’anno (o meglio, l’anno scorso), però, lo scontro natalizio tra Golden State Warriors e Cleveland Cavaliers è stato qualcosa di più di un semplice showdown; è stato un vero e proprio manifesto generazionale.
Le premesse per un grande evento erano le migliori. Certo, la data dell’incontro era stata decisa ‘a tavolino’, dalla NBA; quale migliore occasione per far affrontare le dominatrici dell’ultimo biennio? Le due squadre, però, sono arrivate al grande appuntamento sulla scia di un inarrestabile percorso su binari paralleli. Saldamente al comando delle rispettive Conference, Warriors e Cavs rimangono strafavorite per la terza apparizione consecutiva alle Finals (tris mai avvenuto finora, nemmeno ai tempi delle varie rivalità Celtics – Lakers). Oltretutto, il discusso approdo di Kevin Durant nella Bay Area aggiungeva all’attesissimo duello la sfida diretta con LeBron James tra i due maggiori talenti della storia cestistica recente. Dulcis in fundo, l’azzeccatissima scelta di trasmettere l’incontro principale del Christmas Day 2016 anche in chiaro, sul canale Cielo. In questo modo, la scintillante vetrina sul basket americano ha potuto raggiungere un numero di persone decisamente più ampio. Alla luce di quanto poi avvenuto sul parquet, è facile pensare che qualcuno tra i telespettatori occasionali sia rimasto ‘stregato’ dalla strabiliante sfida natalizia, finendo per trasformarsi in neofita del nostro amato sport.
La sera (il pomeriggio negli USA) del 25 dicembre, Golden State e Cleveland hanno dato vita ad un incontro da consegnare ai posteri.
Dichiarazioni di facciata come “è solo una delle 82 partite stagionali” non avevano ingannato nessuno. La rivalità tra Warriors e Cavs sta assumendo le sembianze di quella tra i Lakers di Magic Johnson e i Celtics di Larry Bird. Due finali consecutive e una vittoria a testa. La prima con LeBron non in grado di contenere ‘da solo’ (per via degli infortuni di Kyrie Irving e Kevin Love) la marea gialloblu, la seconda con il due volte MVP Stephen Curry e compagni, freschi della miglior regular season di sempre (73-9), capaci di sprecare un vantaggio di 3-1. James, Irving e Love da una parte, Durant, Curry e Klay Thompson dall’altra. In campo è stata una vera e propria battaglia, la cui intensità si è percepita fin dalle prime azioni.
L’andamento della gara ha rispecchiato fedelmente quello delle ultime Finals; Warriors avanti di 14 punti a nove minuti dal termine e rimonta dei Cavs guidata da LeBron e finalizzata dal canestro del ‘solito’ Kyrie, ormai una certezza quando la palla scotta. Nel mezzo, tutto ciò che di meglio può offrire la NBA attuale; il proverbiale movimento di uomini e palla di coach Steve Kerr e l’estenuante difesa su Curry orchestrata da Tyronn Lue e dal suo staff, le triple di Thompson da una parte e quelle di Love dall’altra, la furia agonistica di Draymond Green per i ‘blu’ e quella di Tristan Thompson per i ‘rossi’, le meraviglie di KD e quelle di LBJ. La partita ci ha regalato anche un protagonista inatteso, quel Richard Jefferson protagonista di alcune schiacciate ‘vintage’ e del discusso fallo su Kevin Durant, non segnalato dagli arbitri, nell’ultima e decisiva azione.
Insomma, un vero spettacolo. E’ bello immaginare un bambino di oggi che, ‘folgorato’ dalle imprese di queste due grandi squadre come successe a quelli degli Anni ’80 con Magic e Bird, inizia a scoprire l’entusiasmante sport ideato tanto tempo fa dal professor Naismith.
2 – Star-Bucks

Jabari Parker e Giannis Antetokounmpo, le giovani stelle dei Bucks
Il 25 dicembre si sono anche aperte le votazioni per il prossimo All Star Game, in programma il 19 febbraio a New Orleans. Ci sono due giovani che, a mio modestissimo parere, meriterebbero ampiamente di far parte del team della Eastern Conference: sono le nuove stelle dei Milwaukee Bucks, Giannis Antetokounmpo e Jabari Parker.
La loro ascesa alla grandezza (anche se suonerebbe molto meglio la trasposizione inglese rise to stardom) ha seguito percorsi alquanto differenti.
Il primo è passato in brevissimo tempo dalle strade di Atene alla serie A2 greca, fino a catturare le attenzioni della dirigenza dei Bucks, pronta a scommettere sulle sue (all’epoca misteriosissime) doti chiamandolo con la quindicesima scelta allo strano draft 2013. Dal suo ingresso nella lega, la crescita di Giannis è stata a dir poco esponenziale. Le statistiche costantemente raddoppiate anno dopo anno fanno già di lui il probabilissimo Most Improved Player Of The Year, mentre il bagaglio tecnico in continua espansione lo rende un potenziale dominatore della NBA dei prossimi anni.
Sulle capacità di Parker, invece, non ci sono mai stati dubbi. Star incontrastata della Simeon Career Academy di Chicago (la stessa high school di Derrick Rose), guidata a quattro titoli statali consecutivi, Jabari era una delle due più grandi attrazioni (insieme a Andrew Wiggins di Kansas) dell’attesissimo draft 2014. Dopo un anno da ‘osservato speciale’ con la maglia dei Duke Blue Devils di Coach K (chiuso con una bruciante eliminazione al primo round del torneo NCAA), il suo nome è stato chiamato da Milwaukee subito dopo che i Cleveland Cavaliers avevano selezionato il già citato Wiggins. La prima stagione NBA di Parker si è chiusa troppo presto, il 15 dicembre, per via di un grave infortunio al ginocchio. Il secondo anno è stato un crescendo, ma in questo 2016/17 le prestazioni di Jabari sono quelle di un All-Star. Non parliamo solo dei suoi 20.3 punti a partita (contro i 14.1 dello scorso anno), che lo rendono il trentesimo miglior realizzatore della lega, ma soprattutto delle giocate da urlo con cui, spesso e volentieri, finalizza le azioni, sia al ferro che dalla lunga distanza.
I due giovani fenomeni stanno dando le prime dimostrazioni di onnipotenza; 30 punti di Antetokounmpo e 28 di Parker nella prima delle due vittorie consecutive sui Chicago Bulls, 25+30 della coppia ai danni dei Cavs, 39+21 nella sfida con Washington. E ancora, 31 di Jabari a Detroit e 27, con 13 rimbalzi e game-winner, del greco al Madison Square Garden contro i Knicks.
Due giocatori sempre più completi e sempre più dominanti che, presto o tardi, potrebbero portare i Bucks a grandissimi traguardi. E che, prima o poi, potrebbero indossare l’ambita maglia con la scritta EAST sul petto.
3 – Team-Hardaway

Tim Hardaway Jr.
Tra le numerose partite dei San Antonio Spurs trasmesse da Sky in questo inizio di 2017, ce n’è stata una, particolarmente emozionante, disputata alla Philips Arena di Atlanta. Gli Hawks sono stati trascinati alla vittoria da uno straordinario Tim Hardaway Jr., autore di 29 punti (eguagliato il massimo in carriera), 9 dei quali nel solo overtime. Supplementare peraltro forzato da una sua incredibile tripla a tre secondi dalla sirena.
E’ la NBA, direte voi, una partita così può capitare anche al più mediocre dei giocatori, non è il caso di entusiasmarsi più di tanto.
Verissimo, però l’exploit del figlio dell’omonima leggenda di Golden State Warriors e Miami Heat non è altro che il coronamento di una crescita che potrebbe portarlo, finalmente, a fare il tanto atteso salto di qualità.
Tim fu protagonista di un’ottima carriera collegiale con la maglia del Michigan Wolverines. Nel 2013, con una super formazione composta anche (tra gli altri) da Trey Burke, Glenn Robinson III e Nik Stauskas, arrivò ad un passo dal titolo NCAA, perso in finale contro Louisville. L’estate seguente fu chiamato dai New York Knicks con la ventiquattresima scelta allo stesso draft da cui uscì Giannis Antetokounmpo.
Esordire in una piazza ‘esigente’ come la Big Apple non è affatto semplice, eppure Hardaway si rivelò uno dei migliori rookie della stagione 2013/14, tanto da venire incluso nel NBA All-Rookie First Team.
Una delle perle del suo primo anno in NBA fu l’elettrizzante duello con Dion Waiters nel corso del Rising Star Challenge, primo atto dell’All Star Weekend 2014, in cui i due misero in mostra le loro invidiabili capacità offensive.
Così come quella di Waiters (alla terza squadra in cinque anni), anche la carriera di Tim non è ancora decollata. L’avventura con i Knicks, iniziata alla grande, naufragò tra le innumerevoli sconfitte di quell’orribile squadra (Kristaps Porzingis era ancora lontano) e i pesanti dissapori con Carmelo Anthony, sfociati in un accenno di rissa in un mesto derby contro i Brooklyn Nets. New York decise così di privarsi della talentuosa guardia, spedendola ad Atlanta in cambio di una prima scelta al draft 2015 (poi tramutatasi in Jerian Grant).
Anche la sua prima stagione in maglia Hawks è stata un susseguirsi di alti e bassi. In questo 2016/17, però, il giovane Hardaway sta trovando un briciolo di quella costanza finora sconosciuta.
Atlanta è una franchigia in fase di rivoluzione: le partenze di Jeff Teague e Al Horford, a cui probabilmente seguirà quella di Paul Millsap a fine stagione (se non già a febbraio, entro la trade deadline), hanno dato il via ad un’opera di ringiovanimento del roster. Considerando che anche Kyle Korver (che, tra l’altro, pare sia già destinato ai Cavs) e Thabo Sefolosha non sono più ‘freschissimi’, questo processo potrebbe garantire a Tim un ruolo sempre più importante per gli Hawks dell’immediato futuro, soprattutto se dovesse ripetere prestazioni come quella contro gli Spurs.
Dovessero mettersi insieme i pezzi nel modo giusto, chissà che Atlanta non diventi, un giorno, il ‘Team-Hardaway’…

