Cavs, Lindsay Gottlieb di California nuova assistente di coach John Beilein

Cavs gottlieb

Lindsay Gottlieb, ex allenatrice di California nella NCAA, è nuovo assistente allenatore dei Cleveland Cavs.

La notizia è stata riportata da Adrian Wojnarowksi di ESPN. Gottlieb è stata per 8 anni a capo della panchina delle Golden Bears, squadra con cui ha raggiunto per 7 volte la qualificazione al torneo NCAA (una Final Four nel 2013).

Prima di California, Linsday Gottlieb aveva trascorso 3 anni a UC Santa Barbara, raggiungendo il Torneo NCAA al primo anno da capo allenatrice nel 2008.

Ai Cleveland Cavs, Gottlieb entrerà a far parte dello staff di un altro ex allenatore NCAA, John Beilein, per 12 stagioni sulla panchina dei Michigan Wolverines e di recente subentrato a coach Larry Drew.

Dopo un solo primo incontro con lei” Così coach Beilein “Mi è stato subito chiaro che (Gottlieb, ndr) si sarebbe presto trovata alla perfezione con il resto dello staff e con i giocatori. Non vedo l’ora di vederla mettere a frutto i suoi anni di esperienza maturati al college e la sua visione di pallacanestro nel nostro staff“.

Con l’arrivo di Lindsay Gottlieb nella NBA, che segue di qualche giorno la nomina del’ex giocatrice WNBA Swin Cash quale Vice President of Basketball Operations dei New Orleans Pelicans, si fa sempre più folta la presenza di esponenti del movimento cestistico femminile nella maggiore lega americana.

Durante la stagione 2018\19,  l’ex giocatrice delle Washington Mystics Kristi Toliver ha ricoperto il ruolo di assistente allenatore agli Washington Wizards di coach Scott Brooks, mentre Kelly Krauskopf degli Indiana Pacers è diventata la prima assistente GM NBA della storia.

Ai Cavs, Beilein, Gottlieb e J.B. Bickerstaff – ex capo allenatore dei Memphis Grizzlies – formeranno dalla prossima stagione uno staff tecnico del tutto nuovo: “A livello personale, sono onorata di avere la possibilità di rappresentare un modello per le giovani donne, spero che il mio esempio possa ispirarle a seguire con fiducia i propri sogni e le proprie aspirazioni, ed a trasformarle in realtà“.

L’obiettivo è quello di avere una soluzione quanto più vicina al 50% di presenze uomo-donna nelle prossime promozioni” Così nelle settimane scorse il Commissioner NBA Adam SilverPer gli arbitri così come per gli staff tecnici e gli allenatori. Anche in questo settore non c’è alcun motivo che precluda una presenza femminile“.

Jason Kidd “serio candidato” alla panchina dei Los Angeles Lakers

Jason Kidd-Jabari Parker

Los Angeles Lakers, Jason Kidd sarebbe uno dei candidati a sostituire Luke Walton sulla panchina dei giallo-viola, in caso di licenziamento.

Come riportato da Adrian Wojnarowski e Marc J. Spears di ESPN, Kidd – già allenatore in passato di Brooklyn Nets e Milwaukee Bucks – era stato accostato alla panchina dei California Golden Bears, l’alma mater dell’ex giocatore di Dallas Mavericks e New Jersey Nets.

L’università di California ha infatti appena licenziato Wyking Jones, dopo appena due stagioni sulla panchina della squadra dell’ateneo, e Jason Kidd sarebbe il profilo individuato dall’Athletic Director di California per la sostituzione.

Qualora l’ipotesi Golden Bears dovesse sfumare, Kidd potrebbe dunque rimpiazzare coach Luke Walton sulla panchina dei Los Angeles Lakers.

Dopo una stagione fallimentare, è opinione diffusa che Walton, ex assistente allenatore di Steve Kerr ai Golden State Warriors, non sarà confermato per un terzo anno.

Jason Kidd era stato allontanato dalla panchina dei Milwaukee Bucks nel gennaio 2018, dopo quattro stagioni.

Golden boys: un quintetto made in California

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La California non è solo un’ambita meta turistica. È anche una fucina di fenomeni con la palla a spicchi. Ecco allora un quintetto made in CaliforniaC’è una teoria che dice che presto o tardi tutto ciò che è divertente in America verrà rovinato dalle persone della California”. L’affermazione del giornalista Calvin Trillin potrà valere in altri ambiti, magari politici ed economici, ma non nel mondo NBA. Da Crimson a Chino Hills il Golden State, soprannome della California, ha sfornato, dalla fine degli ottanta in poi, un’autentica generazione dorata.

Raggrupparli tutti in un quintetto è impresa ardua, visto che ci sarebbe materiale per fare non una, ma addirittura due squadre, con tanto di rotazioni ruolo per ruolo. Per non snaturare troppo le qualità dei golden boys, quello presentato è un quintetto da small ball, con giocatori undersize vista l’assenza di un vero e proprio centro dominante. Unica menzione speciale l’inserimento del sesto uomo, obbligatorio in questo caso vista la caratura del giocatore, come supporto di lusso nel quintetto made in California.

Vieni in California, vedrai che bello, ci divertiremo da matti…” (John Mclane nel film Die Hard: Trappola di cristallo)

 

1) RUSSELL WESTBROOK (Long Beach, 12 novembre 1988)

Russell Westbrook.

In un quintetto made in California è impossibile non partire da lui. Mr. Triple Double, l’uomo che dopo 55 anni ha frantumato il record di Oscar Robertson di triple doppie in una stagione. Militati due anni a UCLA, il numero 0 più famoso della NBA viene scelto nel 2008 con la numero quattro dai Seattle Supersonics, divenuti poi Oklahoma City Thunder. Discutibile sulla corretta gestione dei possessi, indiscutibile dal punto di vista energetico e di agonismo messo in campo, Westbrook è arrivato a giocarsi il titolo nelle Finals 2012, perse per 4-1 contro i Miami Heat di LeBron-Wade-Bosh. MVP della passata stagione grazie a un ruolino di marcia formidabile (31.6 punti, 10.4 rimbalzi e 10.7 assist a partita) quest’anno sta cercando la quadratura del cerchio dopo gli innesti di altre due superstar (una delle quali presente in questa formazione più avanti) per diventare il vero competitor dei Golden State Warriors nella Western Conference. Il centro di questa formazione, ai tempi del college, ha detto di lui: “Battagliavamo anche sulla temperatura della stanza”.

 

2) JAMES HARDEN (Los Angeles, 26 agosto 1989)

Nel ruolo più ostico da decidere, alla fine spunta la barba. Harden sta facendo registrare un tabellino di marcia da MVP (31.1 punti, 9.8 assist, 4.9 rimbalzi a partita) pur essendo già finito secondo nella classifica del premio l’anno scorso. Fear the beard è un cartellone che tutti temono in Nba, e la presenza di finte barbe sugli spalti dei palazzetti è in continuo aumento. In uscita da Arizona State, Harden viene scelto sempre da OKC nel 2009 con la terza chiamata assoluta (secondo Hasheem Thabeet, è sempre bene ricordarlo), chiudendo così un terzetto di puro talento con Durant e Westbrook. Nel 2012 viene scambiato con i Rockets insieme a Cole Aldrich, Daequan Cook e Lazar Hayward in cambio di Kevin Martin, Jeremy Lamb più scelte varie al draft. In cinque anni di Texas è diventato l’autentico uomo franchigia e quest’anno, con l’arrivo di Chris Paul alla corte di Mike D’Antoni, si candida seriamente anche i Rockets ci sono per il ruolo di contender di Golden State.

 

3) KAWHI LEONARD (Riverside, 29 giugno 1991)

leonard quintetto made in California
Kawhi Leonard

Altro ruolo, altra incetta di talento, altro fenomeno scelto. Non si sa mai da dove iniziare quando si parla di Kawhi Leonard. Parliamo di un giocatore stellare in entrambe le fasi del campo: scelto da quel genio del male a nome Gregg Popovich per aumentare il tasso difensivo in una suqadra più che collaudata come i suoi Spurs. Popovich, invece, si ritrova in mano un’autentica macchina da basket, che con gli anni ha affinato e implementato anche il suo gioco d’attacco, diventando il go to guy per le situazioni critiche in una delle franchigie contemporanee più vincenti della lega. Uscito da San Diego State, è stato scelto alla undici nel 2011 dai Pacers e girato subito a San Antonio per George Hill. Dire altro sarebbe solo ridondante. Il leader silente del quintetto made in California.

 

4) PAUL GEORGE (Palmdale, 2 maggio 1990)

Uno dei californiani che non ha saputo resistere alla tentazione di tornare in patria. Dopo sette anni in Indiana, nella scorsa estate Paul George decide di riportare i suoi talenti in California, raggiungendo Westbrook agli Oklahoma City Thunder. Insieme a lui e a Carmelo Anthony, George fa parte del nuovo core guidato da Billy Donovan, ancora in piena fase di rodaggio. Comunque sia, del ragazzo cresciuto nel periodo universitario a Fresno, non si può che parlar bene: fisico e talento offensivo notevole, George può essere impiegato anche da stretch-4, vista le sue spiccate doti difensive e di tiro dall’arco. Tutto condito da una grande forza di volontà che hanno permesso al 4 volte All Star e Most Improved Player del 2013 di tornare dopo il terribile incidente occorso alla gamba destra con il Team Usa. In stagione sta registrando una buona media di 21.8 punti6.2 rimbalzi e 2.6 assist a partita.

 

5) KEVIN LOVE (Santa Monica, 7 settembre 1988)

Chiude il quintetto made in California un altro prodotto di UCLA. Kevin Love vince il ballottaggio con Brook Lopez per diverse ragioni: è il nipote di Mike Love. E’ l’autore della grande difesa su Curry nella storica gara 7 tra Warriors e Cavaliers. E’ stato compagno di squadra di Westbrook ai tempi del college. Scherzi a parte il giocatore dei Cleveland Cavaliers ha sempre vissuto una carriera altalenante, tra momenti esaltanti come produttore seriale di doppie doppie a partite giocate in maniera del tutto passiva, che gli sono valse l’appellativo di giocatore troppo soft per certi livelli. Invece due anni fa, al termine dell’incredibile titolo vinto in rimonta su Golden State, le parole di LeBron che lo scagionano da ogni accusa (“se la mia su Iggy può essere considerata the block, quella di Kevin su Curry può essere definita the defense”), facendolo entrare di diritto non solo in questo quintetto ma anche nella storia della Cleveland sportiva. Tra alti e bassi, l’ex matricola di Minnesota sta viaggiando anche quest’anno con le sue solite medie (18.4 punti e 10.3 rimbalzi a partita), dimostrando di poter essere ancora una volta una chiave di volta nel supporting cast del Re.

 

Sesto uomo: KLAY THOMPSON (Los Angeles, 8 febbraio 1990)

Klay Thompson.

Quella che da molti può essere vista come una retrocessione, in realtà è un’autentica investitura: al figlio di Mychel viene chiesto di equilibrare, nei momenti di difficoltà, entrambe le fasi di gioco della squadra. Il backcourt Westbrook-Harden sarà anche esaltante ma latita fin troppo nella metà campo difensiva. Così Thompson è pronto a uscire dalla panchina per dare il suo supporto sia nella produzione di gioco offensivo, sia per equilibrare un quintetto che, con la presenza di Leonard e George, diventa veramente difficile da battere. Per il resto anche qui le discussioni stanno a zero: come già scritto su questa pagine, parliamo di un giocatore possibile MVP e uomo franchigia in qualsiasi altra compagine, colonna portante in quel panzer cestistico che risponde al nome di Golden State.

 

A chiudere, non possiamo dimenticare gli esclusi dal quintetto made in California: Lillard, DeRozan e Jrue Holiday. Tre giocatori che da soli fanno capire la portata del talento partorito in California.  Perché, come recita l’inno dello Stato governato dal 2011 dal democratico Jerry Brown: “I love you, California, you’re the greatest state of all”.

Next! Draft NBA 2016: Jaylen Brown

Nella puntata odierna di Next! andiamo ad analizzare quanto Jaylen Brown, freshman di University of California, sia già pronto per la NBA.
Il ragazzo nato a Marietta, Georgia, il 24/10/1996, è uno dei talenti più atletici presenti nel prossimo Draft. La sua stagione è stata abbastanza solida sotto il sole di Berkeley: i numeri parlano di 14.6 punti, accompagnati da 5.4 rimbalzi e 2 assist a partita, in circa 28 minuti di utilizzo.

Jaylen Brown California Next! Draft NBA 2016
Jaylen Brown ha giocato un anno ai Golden Bears di California

I ragazzi di Cal allenati da Coach Cuonzo Martin non hanno sfigurato in stagione, con 23 vittorie e 11 sconfitte hanno chiuso al terzo posto della Pac-12 a pari merito con Arizona. Purtroppo per loro, se qualcosa doveva andare storto ciò è successo proprio nel momento decisivo, ovvero all’esordio nel Torneo NCAA contro la numero 13 del tabellone: l’università delle Hawaii, che proprio contro i Golden Bears hanno ottenuto la prima vittoria al torneo della loro storia lunga 95 anni. California, anche a causa delle assenze di Tyrone Wallace, leading-scorer della squadra a 15.3 punti di media, e di Jabari Bird, altro giocatore d’esperienza infortunatosi poco prima della partita, non è riuscita a fermare l’entusiasmo degli Shockers. Il nostro Brown, in tutto questo, non è riuscito a caricarsi la squadra sulle spalle, facendo segnare forse la sua peggior partita al college: solo 4 punti con 1/6 dal campo e ben 7 palle perse. Se una partita non dice tutto di un giocatore certo il ragazzo non si è fatto un’ottima pubblicità sul palcoscenico più grande della NCAA.

Punti Forti. Il maggior punto a favore di Jaylen Brown riguarda sicuramente il suo fisico NBA-ready. Brown è alto circa 2 metri (segnato a 6’5.25″ piedi) e pesa 101 kg, ma ad impressionare davvero è sia il suo atletismo che l’incredibile ampiezza delle sue braccia (circa 2.13 cm/7 piedi secondo le ultime misurazioni). Nonostante il suo unico anno al college sia stato pieno di alti e bassi, Brown è riuscito comunque a farsi apprezzare a tal punto da farsi eleggere Freshman of the Year della Pac-12 ed è entrato a far parte anche del primo quintetto della sua conference. Per questo nelle previsioni si è affermato solidamente tra le possibili prime 10 scelte del prossimo Draft. Capace di guidare e finire in transizione, la sua rapidità non è vista così spesso in giocatori della sua età.
Insomma, il pacchetto atletico di Brown è tra i migliori e ciò, oltre a permettergli di finire in mezzo al traffico come pochi altri, lo rende anche uno straordinario difensore in prospettiva

Jaylen brown
Forza fisica devastante, già di livello NBA

futura, potendo difendere sia 3 che 4 avversari con la stessa efficacia. Il suo jump shot inoltre, nonostante le scarse percentuali avute quest’anno al college (30/102 da 3, 29.4%) non è tutto da rifare, potrebbe con un po’ di lavoro diventare un esterno pericoloso anche da fuori.

 

Punti Deboli. È inutile sottolineare quanto sia importante la capacità di far male da fuori nella moderna NBA, allargare il campo significa praticamente tutto. Il problema principale col jump shot di Jaylen Brown è che la meccanica non è sempre uguale, tende a cambiare spesso movimento di tiro. Il suo lavoro si dovrà focalizzare proprio su questo, costruirsi una meccanica affidabile e costante. In ogni caso il punto di partenza non è affatto male.
Durante la sua esperienza a Cali le sue doti di realizzatore si esprimevano al meglio quando si trattava di riempire le corsie in contropiede e al tiro sugli scarichi dei compagni. Per salire di livello ha bisogno di migliorare le sue capacità di crearsi un tiro dal palleggio. Facendo troppo affidamento sulle proprie caratteristiche fisiche inoltre, ha spesso e volentieri esagerato coi palleggi facendo a cornate con la difesa, producendo grandi quantità di palle perse e spezzando il ritmo dei compagni. Sicuramente un altro step da fare per adeguardsi al livello dei più grandi è quello mentale. Molte volte è sembrato troppo leggero in campo, deve dimostrare più consistenza, più energia. Niente di irreparabile, comunque, dato che deve ancora compiere 20 anni.

 

Jaylen Brown è di sicuro uno dei giocatori più entusiasmanti pronti a fare il grande salto in NBA. Alcune delle sue schiacciate risuonano ancora nelle arene NCAA e se l’atletismo è dalla tua parte, di sicuro la strada è più facile. Ma dimostrerà di avere l’etica del lavoro necessaria per portare il suo gioco a un altro livello? Tutto dipenderà anche da chi sarà scelto: i rumors ci dicono che sia i Phoenix Suns sia i Denver Nuggets potrebbero desiderare i suoi servigi, ma attenzione alla scelta numero 3 dei Boston Celtics: se decidono di scambiare la scelta può succedere davvero di tutto.

Ben Simmons prima scelta? Fermi tutti, c’è Brandon Ingram

Da tempo, ormai, si parla del draft 2016, e, più in particolare, i riflettori sono tutti puntati sul numero 25 di Louisiana State University: Ben Simmons. Il giocatore, spesso, forse troppo, paragonato a LeBron James, sembra essere di gran lunga uno dei prospetti più completi e con un maggiore potenziale degli ultimi anni. Nonostante la maggior parte degli esperti di basket collegiale e i vari mock draft piazzino Simmons alla numero 1 del draft 2016 tranquillamente, secondo Jonathan Givony, uno dei più importanti conoscitori del meccanismo del draft negli Stati Uniti, Simmons non dovrebbe essere considerato prematuramente la prima scelta assoluta futura. Secondo l’opinionista di Draft Express l’ala piccola di Duke, Brandon Ingram, potrebbe essere uno dei giocatori in corsa per la pick numero 1, accanto al prodotto da LSU.

“Penso che Ingram sia assolutamente in corsa, conosco molte squadre che, nei propri front office, sono davvero divise tra i due giocatori. Alcune squadre amano la produttività di Simmons e la relativa sicurezza della scelta, causata anche dal fatto che sarà un ottimo giocatore e dal malleabile carattere del ragazzo, altre, invece dicono -Hey, amo il potenziale di Ingram-, chissà cosa può diventare nel giro di tre o quattro anni. Sarà un Giannis Antetokounmpo o qualcosa del genere, che continua a migliorare, sia fisicamente che tecnicamente, trovando un devastante equilibrio e sfruttando il letale mix di altezza e capacità di segnare da ogni posizione del campo.” ha detto al podcast di Adrian Wojnarowski, proprio Givony.

 

Sicuramente ci sono altri grandi prospetti nella prossima classe draft, tra i quali identifichiamo Skal Labissiere e Jamal Murray, parte dei Kentucky WIldcats, Jaylen Brown e Ivan Rabb (nelle posizioni immediatamente successive) per i California Golden Bears, Kris Dunn a Providence, e Dragan Bender tra gli internazionali dal Maccabi Tel Aviv. Il problema, relativo, per questi ragazzi, sono gli altri due nomi sopracitati, con i quali il confronto sta diventando un peso troppo grande da reggere. Labissiere, uno dei pochi potenzialmente in grado di fare parte del discorso precedente di Jonathan Givony, sta perdendo posizioni sia nella mente degli opinionisti che nei mock draft a causa del suo pessimo inizio di stagione al servizio di Coach Calipari. Sicuramente avrà modo di rifarsi, ma difficilmente una prima scelta si discosterà tanto da Brandon Ingram o Ben Simmons.

Draft Prospects 2015: #24 Tyrone Wallace

Continuamo con il nostro mock draft, siamo oggi alla posizione numero 24, dove troviamo Tyrone Wallace, guardia dei California Golden Bears.

Biografia

Tyrone Wallace nasce da Tyrone e Michelle Wallace il 10 giugno del 1994. Il ragazzo è il secondo di 4 fratelli. Il più grande si chiama Ryan mentre i due minori sono Da’zion e Diamond. Nel suo anno da freshman è l’unico a giocare tutte le 33 partite della squadra, di cui in 30 partite almeno 20 minuti. Anche nella seconda stagione la sua continuità è stato un dato che non verrà sottovalutato da nessuno scout a livello NBA. La capacità di mantenere ritmi alti nonostante le partite consecutive è una qualità improtantissima, soprattutto in una lega in cui i back to back sono molto frequenti.

Altezza: 196 cm
Peso: 91 Kg
Ruolo: SG
College: California

Tyrone Wallace, numero 3 dei Golden Bears

 

Statistiche

Il punto di partenza per analizzare i numeri apportati ai Golden Bears da Wallace è la statistica riguardante i punti. Se nella sua stagione da freshman la guardia realizzava 7,2 punti per partita e in quella da sophomore 11,3, in quella da junior in corso Tyrone ha stupito veramente in modo netto. 17,1 punti per ogni sfida sono il risultato di un ampio allenamento al tiro, dove le percentuali sono migliorate gradualmente negli anni e una migliore shot selection che ha portato il giocatore a tirare con il .425 dal campo. In difesa invece, il salto di qualità è arrivato nell’ultima stagione. Mentre nel suo anno da sophomore Wallace ha fatto registrare un numero di punti concessi per 100 possessi pari a 104,4 nell’anno da junior il suo Defensive Rating è sceso fino a 99,0.

Pregi

La versatilità è sicuramente una qualità che sarà molto utile a livello NBA, soprattutto dove potrebbe essere adattato in caso di necessità. Per essere una guardia è un ottimo rimbalzista, come dimostrato dai 7,1 boards catturati. Inoltre è aggressivo nell’attaccare il ferro e ha buon controllo del corpo in aria e a terra. Riesce a giocare bene con entrambe le mani e il suo tiro dalla media e da tre è ampiamente migliorato. Il suo mid-range game, oltre al jump shot è ottimo. Da quella zona del campo riesce a trovare soluzioni come pochi altri nella Division I

Difetti

Il tiro in sospensione, nonostante I recenti miglioramenti, resta una delle maggiori lacune del giocatore. Dovrebbe pulire la meccanica e aggiungere arco al tiro. Resta troppo uno scorer e non uno shooter, caratteristica che a livello NBA potrebbe tradursi in un’enorme difficoltà. Anche le sue abilità di leader sono messe in dubbio, anche se sicuramente meno quantificabili dei problemi al tiro. Per il resto è un buon giocatore e la sua versatilità lo aiuterà a superare le difficoltà.

Per NBAPassion.com
Giulio Scopcasa (@Jeuls97)

NBA preview, Golden State-Minnesota: non solo Curry contro Love

Stephen Curry-gesto-tiro

I Timberwolves cercheranno di riprendersi dalla loro prima sconfitta subito nel match contro i Warriors: entrambe le squadre hanno giocatori con una media di più di 21 punti a partita, si preannuncia una partita con un alto punteggio e decisa nell’ultimo quarto tra due franchigie in ottima forma.

Kevin Love contro Curry ma non solo

 

Su tutti Kevin Love, con 26,5 punti a partita, che però viene dalla sua peggiore performance contro Cleveland, dove ha sbagliato tutti e 7 i tiri da 3 che ha tentato, compreso quello decisivo per il sorpasso. Love ha detto “La mia squadra si fida di me per effettuare quel tiro molto più di quanto possa credere”. Minesota potrà contare anche sul buon momento di Kevin Martin, nuovo arrivato, che sta ben sfruttando i movimento di Love e Rubio ed ha una media di 21,3 punti. “Sembra che K-Mart si l’unico ragazzo che ha bisogno di riposo, ma avremo possibilità di riposare martedì”. Ha detto Love.

Golden State ha affrontato Philadelphia lunedì riuscendo a limitare Michael Carter-Williams a 4 su 17 dal campo costringendolo a perdere 6 palle, andando a vincere 110-90. Stephan Curry sembra in un buono stato di forma e viene da una tripla doppia fatta da 18 punti, 12 assist e 10 rimbalzi arricchita da 5 palle rubate. “Abbiamo fatto davvero bene, abbiamo un grande gruppo e il nostro attacco gioca molto bene”. Ha detto Iguodala, che prosegue: “Giochiamo bene la palla. Abbiamo due dei migliori tiratori del campionato e questo ci da molte alternative”.

Curry