La trade deadline del 25 marzo è sempre più vicina e molte franchigie si stanno muovendo per migliorare i propri roster. Una di queste squadre sono i Sacramento Kings, attualmente tredicesimi nella Western Conference con un record di 13 vittorie e 22 sconfitte e con 4 partite di distanza dal play-in dei playoffs.
Sia giovani promesse…
A parte De’Aaron Fox e il rookie Tyrese Haliburton, gli altri giocatori della squadra sono tutti possibili asset in vista di qualche trade. Soprattutto Marvin Bagley III e Nemanja Bjelica sono i nomi più caldi di queste ultime ore. L’ex prodotto di Duke e seconda scelta del draft del 2018, sta trovando più continuità rispetto alla scorsa stagione, in cui ha giocato solo 13 partite a causa dei tanti infortuni. In questa stagione, invece, è partito titolare in 34 delle 36 partite giocate e sta viaggiando a 14.1 punti e 7.6 rimbalzi di media a partita.
…che veterani in partenza dai Sacramento Kings
Il serbo, al contrario, ha perso il suo ruolo da titolare, proprio in favore di Bagley, e da tempo non fa più parte del nuovo progetto dei Kings e del GM Monte McNair. Dopo essere partito titolare in 137 partite nelle ultime due stagioni, Bjelica sta viaggiando a 8.5 punti, 4.2 rimbalzi e 2.2 assist di media a partita in uscita dalla panchina. L’ex giocatore di Minnesota è all’ultimo anno di contratto con i Kings e secondo Shams Charania, gli Warriors, gli Heat, i Bucks, i Celtics e i 76ers sono tra le squadre favorite ad accaparrarsi la scelta numero 35 del draft del 2010.
Oltre a questi due giocatori, i Kings ascolteranno offerte anche altri giocatori e veterani della squadra, come Cory Jospeh, Buddy Hield, Harrison Barnes, Hassan Whiteside e Jabari Parker. Queste tre settimane potranno portare grandi cambiamenti in casa Sacramento Kings, sia in vista del futuro, sia in vista di una difficile ma possibile lotta per i playoffs.



e tempo non di guerra”. Logico e fisiologico quindi che un popolo abituato alle ricostruzioni riesca a porre velocemente e bene le basi per il rilancio di quella che è la selezione di punta dell’intero movimento sportivo locale. Undicesimi ad Atene 2004 e Tokyo 2006, noni all’Eurobasket casalingo del 2005: segnali scoraggianti, preludio al quattordicesimo posto di Spagna 2007. Da lì, la risalita: le qualificazioni all’Europeo polacco che videro i serbi superare l’Italia, l’argento immediato nel 2009 contro la Armada Invencible e in un batter d’occhio siamo arrivati fino al 2016.
Già, la tradizione, quella che se avessimo seguito anche noi, ora staremmo festeggiando il viaggio olimpico. Perché i serbi, al contrario di noi, sono a Rio perché hanno seguito il solco tracciato da chi è venuto prima di loro. Noi e il nostro postmodernismo fatto di showtime, penetrazioni a testa bassa, isolamenti, triple, cose fatte strane, siamo rimasti a casa, mentre la Serbia ha raggiunto il risultato con le sue antichità sempre attuali: nella propria metà campo aiuto e recupero, difensori distanti dall’attaccante ma non troppo, marcatura fisica solo nella zona della palla e sotto canestro, mentre in attacco movimento costante di uomini e pallone, circolazione interno-esterno ed esterno-interno, e giocatori che, prendendo posizione, lasciano sguarnita una porzione del campo che occupata in corsa dal tagliante diventa non difendibile. Sasha Djordjevic con pochi semplici accorgimenti, ha impostato una nazionale che inseguiva l’obiettivo a cinque cerchi dal 2004. Oltre a questo, alla fine ha fatto la differenza l’identità volitiva della Serbia più forte di sempre, che è



