Viene definita ‘mission aziendale”’ l’idea di base che permette a un’impresa di raggiungere i propri obiettivi attraverso l’operatività quotidiana. Ecco, ascoltando i concetti espressi da Sergio Scariolo alla conferenza stampa di presentazione come nuovo coach della Virtus Bologna viene da pensare proprio questo: don Sergio è un uomo con una mission, costruita nella sua lunga e vincente carriera.
È nato e cresciuto a Brescia, ha esordito a Pesaro nella stessa annata (coronata con scudetto) in cui in bianconero veniva battezzato Ettore Messina, ha dato il via all‘inesauribile ciclo del Baskonia, ha tolto la polvere dalla bacheca del Real Madrid, portato Malaga alla sua unica vittoria in ACB, sfatato il tabù europeo con la Spagna e costruito una box-and-one decisiva nel titolo dei Toronto Raptors del 2019.
E questa è solo una rattrappita sintesi.
Sigla.
Un passo indietro
L’inizio è stato con una battuta: “Sono entusiasta, torno in pianta stabile alla Virtus dopo le note vicende di qualche anno fa. Anche allora tornai volentieri a Bologna. E poi io e altri facemmo uno sforzo enorme senza percepire un euro, tornando a casa ogni sera temendo che avessero cambiato le serrature”. Per chi non avesse note le vicende in questione, dopo la fine del rapporto con la Casa Blanca don Sergio nel 2003 firmò un triennale con la V nera, convinto dal progetto dell’allora presidente Madrigali.
Dopo poco, tuttavia, i padroni di casa del suo appartamento gli chiesero di saldare tre mesi di affitto che la società doveva loro. Le prime avvisaglie di quanto sarebbe successo di lì a poco. C’erano sempre operazioni che erano sul punto di chiudersi, risorse economiche che dovevano entrare ma poi rimanevano sull’uscio. Poi seguirono il caso-Becirovic, Claudio Sabatini, la cancellazione sancita dal consiglio federale e tutto quello che sappiamo. Lo stesso Scariolo racconta che apprese però una lezione da quella fugace esperienza: decidere con il cuore nelle questioni professionali porta complicazioni.
Sergio Scariolo, l’ottimismo della volontà
Il riferimento al passato è stato tanto rapido quanto, invece, approfondita è stata la prospettiva sul futuro: “Ho volontà e sguardo in avanti. Bisogna consolidarci al vertice della pallacanestro italiana ed europea, io sono qui per aiutare squadra e società a riuscirci. Conosco i miei limiti, sono di essere una parte dell’ingranaggio. Devo far bene il mio lavoro, e portare la mia esperienza. Ho grande rispetto per la proprietà e il management, non voglio si creino confusioni sui ruoli e sull’origine delle decisioni che si prendono”.
Piedi ben piantati per terra, dunque: l’ideale per una squadra che ha appena vinto lo scudetto, ma che è chiamata, per tradizione e possibilità, a recitare un ruolo da protagonista in Italia e, se possibile, in ambito continentale. Proprio la coscienza, tuttavia, di essere una parte del meccanismo, permette a Scariolo di responsabilizzare in maniera implicita tutti i componenti del meccanismo stesso. Un’idea di gestione delle risorse umane che non è sbagliato definire manageriale. In essa, ognuno ha un proprio compito che deve svolgere al meglio, senza che ci siano deleterie ingerenze su quelli altrui, che provocano attriti e, allo stesso tempo distraggono dalla propria mansione, ostacolando il perseguimento concreto degli obiettivi.
Nel proprio ruolo, al contrario, bisogna dare tutto, come dice lui stesso: “Posso promettere il 100% di me stesso, così come incoraggerò quelli attorno a me a dare il 100%. E bisogna crescere, senza squilibri emozionali o tragedie se si perde una partita, o credersi i campioni del mondo se ne vinci due di fila. Spero di continuare a saltare in alto”. Tutto l’ambiente, dallo staff tecnico alla dirigenza, fino ai tifosi, sono avvisati.
Step by step
Ciò che non fa difetto a Sergio Scariolo è, inoltre, una certa voglia di mettersi in gioco, di andare oltre, di non accontentarsi. Basti pensare che già negli anni Ottanta imparava il greco, perché aveva capito che quella sarebbe stata una meta a cui ambire quando la terra ellenica nel basket aveva ancora una dimensione medio-piccola. E pazienza se poi nel Peloponneso effettivamente non è mai andato ad allenarci.
In compenso, ha messo radici, professionali e famigliari, in Spagna: “Stare nella miglior nazione cestistica d’Europa e poi nella migliore del mondo mi ha aiutato molto. Bisogna capire quanto è trasportabile e con che tempi. Occorre migliorare, ma con una progressione, non si può cambiare tutto subito: sarebbe stupido e irrealistico”. Crescita graduale, dunque: una logica plausibile per una società che ha appena riacquisito prestigio, ma che deve da una parte lottare per mantenerlo e dall’altra lavorare per massimizzarlo. Una cosa che negli Stati Uniti sanno fare benissimo, come ha potuto scoprire nel biennio come assistente dei Raptors. Con quel nodo che è diventato ormai quasi un refrain, per gli allenatori europei: “Non è stato facile decidere di lasciare la NBA, in un posto dove stavo bene e con il contratto appena rinnovato. È vero però che lì per determinate posizioni si crede negli stranieri fino a un certo punto, forse si vuole proteggere la propria identità. La questione è sul ruolo di capo-allenatore, che è indirizzato verso gli americani, e in questo momento, per quanto tu possa dare testate…”.
Ci ha tenuto però a chiarire: “Non avevo l’ossessione di diventarlo, volevo stare almeno tre anni immerso nel gioco, come solo un assistente può fare. Sono contento, ho imparato moltissimo”. Dunque non un’idea disillusa, semmai una suggestione non concretizzata, ma senza rammarico. Anche perché il vero snodo è stato quello di sempre: l’apprendimento costante, che anche a sessant’anni può fare la differenza tra raggiungere o non raggiungere gli obiettivi prefissati.
Conoscere dove vai
Marc Gasol è stato, ovviamente, un topic toccato. E lì Scariolo, come il più scafato dei domatori di leoni, ha saputo subito tirare le briglie del proprio nuovo/vecchio pubblico: “Non so come possa esserci diffusa una voce del genere, ma a Bologna è così, uno si sveglia e pensa al rumor, poi si diffonde e subito un altro ha visto la moglie di Marc Gasol che sta cercando casa. So come funziona questa città, ci rido e dopo andiamo avanti in maniera seria”.
Con questa affermazione, don Sergio non ha solo ricondotto nuovamente una logica di realismo, ma, con un pizzico di umorismo, ha anche dimostrato di conoscere i due lati della medaglia del luogo in cui sarà chiamato a lavorare. E conoscere è cruciale, perché sei in grado di preventivare quali saranno le reazioni della piazza, quindi, se vogliamo usare termini manageriali, il proprio target di riferimento, e usare contromisure adeguate. Allo stesso tempo, Scariolo si è già preoccupato di tastare il polso anche delle risorse umane (guardatevi da chi dice ‘materiale umano’: è un ossimoro, non esiste ‘materiale’ che sia umano) a sua disposizione: “Ho parlato Ricci, Teodosic e Belinelli, e mi hanno arricchito molto. In generale le sensazioni comuni sono ‘Ok, sono stati venti giorni magici, ma cerchiamo di non farci abbagliare’ e fare una valutazione più ampia. Tutti e tre si sono sentiti nel progetto, motivati. Poi ci sono le situazione contrattuali e non entro nel merito ”.
Da coach accorto qual è, l’ispano-bresciano ha dunque sondato il terreno per capire le persone con cui dovrà lavorare, e quale percezione hanno queste persone dell’ambiente. Un’ottima strategia per tarare le prospettive stagionali di squadra e società su quelle individuali.
Su questo fronte, a proposito della costruzione della squadra, don Sergio è stato cauto: “Bisogna stare attenti all’equilibrio, il 6+6 è un vincolo piuttosto rigido. C’è spazio per continuare a riempire il bicchiere, senza farlo tracimare, in modo che tutti i giocatori si sentano coinvolti e diano il meglio di sé stessi. Mi piacerebbe che il gruppo italiani continuasse con noi, è il desiderio di tutti. E migliorare il parco stranieri senza stravolgere”. Non una rivoluzione per far capire che c’è un nuovo sceriffo in città, dunque, ma una valorizzazione di quanto è già presente e la volontà di innestare delicatamente dei miglioramenti.
L’analisi funzionale di Sergio Scariolo
Il nuovo lìder maximo della Virtus targata Zanetti, e la stagione da lui inaugurata, sembrano dunque improntarsi a volontà di miglioramento, responsabilizzazione, aspettative realistiche, lavoro in prospettiva, apprendimento, conoscenza, valorizzazione delle risorse presenti. Tutte convinzioni che dovranno essere poi implementate in maniera concreta.
Anche in questo Sergio Scariolo ha tracciato una via:“Stiamo cercando di creare velocemente una struttura di studio e analisi dei giocatori. Non bisogna farsi prendere dall’urgenza, ma fare in modo che le cose funzionino per più tempo. A volte i progetti i primi anni fanno un po’ fatica, poi si meglio a lungo termine. Siamo al primo anno di un progetto nuovo, ci sono tempi tecnici necessari. L’idea è di essere al 100% quando serve esserlo, non dal minuto uno. Vale per la squadra e per tutto il progetto” .
Una struttura funzionale, dunque, a quelli che saranno gli obiettivi della squadra e della società. Anche qui si nota la concretezza gestionale di don Sergio, e la sua accuratezza nel predisporre le fondamenta che dovrebbero tenere la Virtus in piedi per i prossimi anni a venire. Quello che serviva, sicuramente, al basket italiano: attenzione all’immediato e, contemporaneamente, al futuro.



