L’arrivo di Kevin Durant in casa Golden State Warriors ha strappato più di qualche sorriso, accendendo gli animi dell’ambiente. Compreso quello di Steve Kerr, che si è ritrovato a disposizione uno dei primissimi giocatori della lega avendo già al soldo i vari Stephen Curry, Klay Thompson, Draymond Green e compagnia cantante. Ma vogliamo immaginare lo stesso Kerr storcere il naso ogni tanto e ricordare con nostalgia che la difesa, negli anni recenti uno degli autentici punti di forza della franchigia, ora presenta diverse lacune. Già si rimpiangono Harrison Barnes ed Andrew Bogut? Beh, quel che è fatto è fatto, non si può tornare indietro. Evitiamo in qualunque modo estremizzare la questione.
Sta di fatto che i Warriors senza i due gregari sopracitati hanno perso quell’equilibrio difensivo di basilare importanza nella decantata filosofia di gioco. Si sa, Barnes non un cecchino talentuoso come KD ma in compenso, quando arrivava il momento di fare a sportellate e di sacrificarsi per non subire le velleità avversarie, era sempre presente. Il centrone australiano invece era un autentico pilastro vicino all’imprescindibile, un rim protector astuto ed esperto capace di mettere la pezza in ogni momento (la sua assenza nelle ultime due gare alle Finals si è sentita, eccome). Anche grazie a loro, Golden State ha avuto la quinta miglior difesa lo scorso anno (103.8 punti concessi ogni 100 possessi) e addirittura la prima nella stagione del titolo con un defensive rating di 101.4.
Sarà una questione d’alchimia, o meglio, di rodaggio. Vero che la strada è ancora lunga, però è anche vero che iniziare a studiare in maniera spassionata degli aggiustamenti non sarebbe poi così malaccio. Tutto ruota inevitabilmente alla protezione del ferro: Zaza Pachulia, ad esempio, arranca sui backdoor, non dando mordente e facendosi trovare fuori posizione a causa di un passo pigro. L’aggressività sulla palla e la ricerca dell’anticipo sulle linee di passaggio sono opzioni vane se non si riesce a chiudere a doppia mandata la strada verso il canestro.

Klay Thompson cerca di anticipare il passaggio di Alex Len: il pallone però arriva ad Eric Bledsoe che va a concludere indisturbato, complice una scarsa reattività di Pachulia.
Gli avversari vanno a canestro che è un piacere, senza trovare ostacoli insormontabili. Questa carenza fa sì che tutto l’assetto non giri come dovrebbe, creando inoltre continui problemi sui cambi. Causati anche da errori di comunicazione o lampanti dimenticanze. Lapsus fatali, amnesie inesorabili presenti anche nella difesa sul pick and roll: Pachulia va in panne, dimostrando troppa passività nell’uscire sul bloccante o entrando in difficoltà nel contenere chi usufruisce dei giochi a due. La difesa viene tagliata come un burro con delle penetrazioni agevolate dalla mancanza di rotazioni adeguate.
Allo stato delle cose l‘assenza di un centro capace di sostenere l’intera retroguardia e di leggere le varie situazioni che si presentano (alla Bogut per intenderci) sta pesando tanto, inutile girarci intorno. L’ingranaggio mancante in un sistema che in precedenza funzionava a meraviglia e che ora pare essersi inceppato. Anche perchè JaVale McGee, altro big man firmato in estate, ha portato con sé una bella dose di atletismo senza arricchire il roster di QI cestistico e della versatilità necessaria in tali situazioni. Lo stesso David West pare essere troppo ‘morbido’. Urge fosforo e un pizzico di acume.Ed applicazione.

JaVale McGee è troppo passivo sul pick and roll dei Toronto Raptors, agevolando così la penetrazione di DeMar DeRozan.
Le cose hanno un andamento un pochettino diverso quando i Warriors adottano lo small ball o death lineup, come volete voi. L’assetto malleabile e più celere permette ai giocatori di cambiare subito l’uomo da marcare, di ostruire la costruzione della manovra e indurre gli avversari a forzare il tiro; per non parlare di come si riesce agevolmente a rubare il pallone e a dare il via alle transizioni. Tuttavia ci sono da dire un paio di cosette. La prima è riconducibile al fatto che il quintetto piccolo potrebbe subire fisicamente e a rimbalzo le sfuriate di lunghi più granitici: Draymond Green, schierato solitamente come 5 è un ottimo difensore ma non ha la stazza necessaria per farsi valere in post.
In secondo luogo, Durant deve dare un contributo più cospicuo alla causa: grazie alla sua struttura fisica può dare filo da torcere a (quasi) chiunque, dandosi da fare anche a rimbalzo (con lo small ball di offensivi se ne concedono troppi).
Siamo in piena fase di test, l’andazzo potrà cambiare certamente se si adopererà qualche ritocco. La longevissima corrente di pensiero del “fare un canestro in più degli avversari” sfruttando uno strapotere offensivo di prima qualità può essere forzatamente applicabile, ma bisogna ricordare che ci saranno serate in cui l’attacco potrebbe essere stagnante, ingarbugliando le vicende del team della Baia…

























