C’è stato un tempo in cui vedere una tripla doppia era cosa rara, un vero valore aggiunto ad una prestazione spettacolare da parte di pochi eletti. Poi si è arrivati ai nostri tempi dove la tripla doppia è praticamente all’ordine del giorno in almeno una partita a sera in NBA e non più soltanto prerogativa di un circolo elitario. E qui la domanda: la tripla doppia ha ancora un valore effettivo all’interno di una partita o si è svalutata talmente tanto da essere pura statistica?
Scopriamolo insieme, partendo dall’origine della tripla doppia fino ad arrivare alla considerazione di questo dato ai giorni nostri.
Le origini della tripla doppia
Parliamo dell’argomento e viene subito in mente The Big O, Oscar Robertson, il detentore attuale del record per il maggior numero di triple doppie nella storia NBA. Con 181 partite in doppia cifra in tre statistiche tra il 1960 e il 1974, Robertson è praticamente definito il padre di questo genere di prestazione.

Oscar Robertson con la canotta dei Cincinnati Royals
Dove c’è un padre però ci sono dei figli e nel 1979 sbarca nella lega Earvin Magic Johnson: oltre ovviamente a tutti i titoli di squadra e i premi individuali vinti con i Los Angeles Lakers dello Showtime, Magic ha portato la tripla doppia sulle mappe, garantendone un conteggio accurato ed effettivo mai fatto prima degli Anni ’80. Johnson ha realizzato 138 triple doppie prima del ritiro anticipato nel 1991, aprendo le porte ad un nuovo tipo di gioco emulato da tanti playmaker dotati di ottime mani per punti e assist e un più che discreto senso della posizione per i rimbalzi.
Dopo di lui l’erede designato è stato Jason Kidd, talentuoso play nato cestisticamente a Dallas, esploso definitivamente a Phoenix e nei Nets (all’epoca in New Jersey), per poi vincere un anello coi Dallas Mavericks e chiudere la carriera ai New York Knicks. Kidd ha portato la tripla doppia ad un livello di efficacia altissimo, garantendo numerose vittorie grazie alle sue prestazioni a tutto tondo.

