Anche quest’anno la regular season NBA è agli archivi ed è quindi il momento di tirare le prime somme.
Dopo sei mesi non-stop di partite, emozioni e record infranti, andiamo a vedere quali squadre hanno rispettato le attese di inizio stagione e quali le hanno invece deluse.
ATLANTA HAWKS: VOTO 6,5

Ripetere la straordinaria stagione passata (miglior record ad Est e Conference Finals, con tanto di 4 giocatori chiamati all’ASG di New York) era pressoché impossibile, ed infatti, complice un innalzamento del livello medio delle squadre sulla costa atlantica, la truppa di coach Mike Budenholzer ha chiuso al quarto posto (conquistato peraltro all’ultima partita, per via di una sconfitta di Boston). Risultato tutto sommato accettabile, considerato soprattutto che arrivano ai playoff meno ‘scarichi’ rispetto alla scorsa stagione, quando LeBron James e compagni passeggiarono sui loro corpi.
Probabilmente questo nucleo degli Hawks ha terminato il suo ciclo (?), e sarà facile veder partire, in estate, almeno uno tra Jeff Teague e Al Horford, già dati in uscita nei giorni della trade deadline; le premesse per un futuro roseo però ci sono, visto che durante l’anno abbiamo assistito alla crescita evidente di alcuni giovani di assoluto talento. Su tutti Dennis Schroeder, che sgomita per un posto da titolare, ma anche giocatori come Kent Bazemore, Mike Scott e Tim Hardaway jr. (che di talento ne ha eccome, la continuità è un’altra cosa…) possono dare buone garanzie per un cambio generazionale a regola d’arte.
Sempre in attesa della mossa che faccia uscire Atlanta da un tunnel di mediocrità apparentemente senza uscita…
BOSTON CELTICS: VOTO 8

Senza grandi stelle e con un roster completamente stravolto durante la scorsa stagione, la squadra di coach Brad Stevens ha sorpreso anche i fan più ottimisti, mostrando un gioco spumeggiante e un’inedita solidità.
Quella che si presenta ai playoff è la squadra che non ti aspetti, guidata da giocatori che più ‘insospettabili’ non si potrebbe. Basti pensare che il leader, Isaiah Thomas (che si è conquistato il primo All Star Game in carriera), è un playmaker di 1 metro e 75 scelto con la sessantesima (ed ultima) chiamata al draft 2011.
Con lui, oltre al giovane Marcus Smart (su cui la dirigenza ha sempre puntato molto) e alla certezza Avery Bradley, alcuni ‘personaggi in cerca d’autore’ come Evan Turner, Jae Crowder, Jonas Jerebko o Amir Johnson, oltre ad altri giovani come Kelly Olynyk e Jared Sullinger, entrambi buoni giocatori, ma che non sono certo Andrew Wiggins o Karl-Anthony Towns.
Ad un certo punto della stagione i biancoverdi si sono trovati addirittura al terzo posto nella Conference, salvo poi rimanere impantanati nella spietata lotta per l’ordine di piazzamento, con almeno 7-8 squadre in bilico fino alla fine.
Niente male per una squadra che, non prima di tre anni fa, doveva iniziare una lunga e faticosa ricostruzione.
La prossima estate, con ben 8 scelte al draft (tra cui quella dei Brooklyn Nets, sicuramente fra le prime 10) e una free-agency piuttosto ‘appetitosa’ (Kevin Durant il primo nome fra tutti), sarà fondamentale per il ritorno alla grandezza dei bostoniani.
I tempi non sono ancora maturi per impensierire Cleveland ai piani alti, ma con qualche piccolo (o magari grande?) ritocco in estate, potremmo sentir parlare ancora, nel prossimo futuro, di questi Celtics.
BROOKLYN NETS: VOTO 4
Una franchigia allo sbando. Le follie di Mikhail Prokhorov (che doveva vincere il titolo entro quest’anno, ricordate?) hanno portato alla disfatta totale. Soltanto per citare gli eventi di questa stagione: via l’allenatore (Lionel Hollins) e il general manager (Billy King), ritenuti i veri responsabili del fallimento, via gli ultimi giocatori rimasti di quel nucleo che secondo il magnate russo dovevano portare Brooklyn alla gloria (Joe Johnson).
Fallito miseramente l’esperimento Andrea Bargnani, che prima delle trade deadline ha raggiunto una rescissione consensuale con la squadra (un bene per entrambe le parti), le uniche note positive arrivano dalle buone prestazioni di Brook Lopez (qualcuno lo aiuti!) Bojan Bogdanovic e Thaddeus Young.
L’aspetto peggiore della situazione attuale dei Nets è che non avranno scelte al primo giro del prossimo draft, non potendo quindi capitalizzare la pessima stagione disputata. Dulcis in fundo, è davvero difficile pensare ad un qualsivoglia free agent che volgia unirsi a questa squadra, che definire inguardabile sarebbe un complimento.
P.S. tra le innumerevoli sconfitte di quest’anno, ne figurano due sull’inespugnabile campo….dei Sixers! Chapeau.
CHARLOTTE HORNETS: VOTO 7,5

Dopo gli anni oscuri dei Bobcats (brrr…) e la falsa (ri)partenza degli Hornets (con una stagione di cui Lance Stephenson rimarrà l’uomo-simbolo), finalmente Charlotte è tornata sulla mappa del basket che conta. In estate la dirigenza aveva assemblato un roster molto profondo, che infatti ha portato i frutti sperati. Tanti innesti, tutti di qualità e sostanza, partendo da Nicolas Batum, che ha sostituito egregiamente l’infortunato Michael Kidd-Gilchrist fino ad arrivare a Jeremy Lin, passando paer l’altro Jeremy (Lamb) e per il rookie Frank ‘The Tank’ Kaminsky. Questi ultimi sono stati parte di una della migliori second unit della lega, vera arma in più per coach Steve Clifford nella corsa ai playoff (chiusa con il sesto piazzamento).
Se a tutto questo aggiungiamo la grandissima stagione disputata da Kemba Walker, autentico trascinatore dei ‘calabroni’, e la prospettiva del ritorno di MKG, otteniamo l’identikit di una squadra che finalmente ha trovato la retta via.
Per la franchigia di Michael Jordan, così come per diverse altre squadre della Eastern Conference, potrebbe bastare qualche piccolo, ulteriore aggiustamento per poter provare a scalfire la supremazia territoriale dei Cleveland Cavaliers.
CHICAGO BULLS: VOTO 4

Il clamoroso passo falso dei Bulls, esclusi dai playoff dopo che per anni venivano visti come unica possibile alternativa alle squadre di LeBron James per il trono della Eastern Conference, potrebbe rivelarsi a posteriori un male necessario, un punto di non ritorno per la tanto auspicata svolta.
L’unica attenuante per coach Fred Hoiberg, da molti (Jimmy Butler compreso, come fatto intendere più o meno esplicitamente dal numero 21) ritenuto inadatto al contesto, sono gli svariati infortuni subiti da tutti i giocatori chiave, dallo stesso Butler a Joakim Noah, da Nikola Mirotic all’ormai cronico Derrick Rose.
Proprio il playmaker da Englewood (quartiere di Chicago dominato dalla guerra tra gang) è, suo malgrado, al centro delle critiche. E’ ormai chiaro che Rose non tornerà mai più lo scintillante fuoriclasse che, prima dei gravi infortuni subiti, aveva incantato la NBA diventandone il più giovane MVP di sempre. Per troppo tempo è stato atteso, e purtroppo (per lui e per tutti gli appassionati di basket) questa attesa è stata vana. Il ruolo di leader è passato, negli ultimi anni, da Rose a Noah, fino a Butler, divenuto nel frattempo un due volte All-Star, nonché Most Improved Player nel 2015.
Alla luce di questo fallimento, in estate si dovranno fare scelte importanti in casa Bulls; prima fra tutte, su quale giocatore puntare per la ricostruzione. La coesistenza tra Rose e Butler non sembra funzionare, e uno dei due dovrà essere probabilmente ‘sacrificato’ (se non subito, di sicuro a breve termine, considerando che D-Rose sarà in scadenza di contratto nel 2017). Anche il reparto lunghi è da sfoltire: Gasol, Mirotic, Noah, Gibson, Portis, il giovane Cristiano Felicio… facile pensare che, ad ottobre, almeno due tra questi nomi vestiranno altre maglie.
Doug McDermott ha avuto una netta crescita rispetto ad una stagione da rookie abbastanza incolore, ma è stato tutto fuorché continuo. Alle sue spalle, Mike Dunleavy e Tony Snell non si sono rivelati all’altezza di una squadra con (sulla carta) ambizioni da titolo, e sono ben lontani dall’identikit del ‘grande realizzatore’ necessario come il pane a questi Bulls.
Più che sotto il punto di vista tecnico, però, le carenze più lampanti sono state quelle caratteriali e motivazionali, che avevano contraddistinto l’era targata Tom Thibodeau.
Che la ricostruzione abbia inizio, quindi. Saranno mesi piuttosto complicati nella ‘Windy City’…
CLEVELAND CAVALIERS: VOTO 7,5

Una regular season davvero difficile da giudicare, quella dei Cavs.
Guardando solamente il piazzamento finale (primo posto ad Est), è stato ottenuto il massimo risultato apparentemente con il minimo sforzo visto che, per gran parte della stagione, LBJ e soci hanno ‘viaggiato con il pilota automatico’, senza aumentare troppo di intensità. In particolare, ‘The King’ si è pericolosamente ‘nascosto’, disputando una RS da giocatore ‘normale’ salvo poi entrare in modalità playoff man mano che si avvicinava la post-season.
Durante la stagione, però, ci sono state parecchie ombre su questa squadra. Prima fra tutte la questione allenatore: nonostante le smentite del caso, è piuttosto facile pensare che sia stato LeBron a ‘suggerire’ il licenziamento di David Blatt e la conseguente promozione del suo vice, Tyronn Lue.
Di fatto ora la squadra è letteralmente controllata dal numero 23, con il buon Lue che rappresenta l’autorità solamente sulla carta (come testimoniano le scenette di un LBJ in borghese intento a dare indicazioni ai compagni al posto del coach). Una situazione che rischia seriamente di minare la credibilità della franchigia e la coesione dello spogliatoio, esattamente l’opposto rispetto alla gestione delle due squadre favorite per la vittoria del titolo NBA, ovvero Warriors e Spurs. Una tra queste ultime due, con ogni probabilità, affronterà proprio Cleveland alle prossime NBA Finals, visto che non sembrano esserci squadre in grado di contrastare i Cavs in questa Eastern Conference.
Anche se il team dell’Ohio dovesse arrivare allo scontro finale con meno fatica, è francamente difficile immaginare che possa battere Golden State o San Antonio, anche e soprattutto per una qualità di gioco ed un amalgama nettamente inferiori.
Certo, se LeBron dovesse riuscire a ripetere le incredibili prestazioni della scorsa serie finale, con un Kyrie Irving e un Kevin Love in più al suo fianco, sia Warriors che Spurs dovrebbero alzare non di poco l’asticella. Ma il rendimento sotto pressione dei due ‘scudieri’ è ancora tutto da verificare, e l’intesa fra i ‘Big Three’ è tutt’altro che perfetta.
In ogni caso, come sempre, lasciamo che sia il campo ad emettere l’ardua sentenza.
DALLAS MAVERICKS: VOTO 7

Una stagione così, partita con il ‘grande rifiuto’ di DeAndre Jordan (che decise di tornare ai Clippers dopo essere stato annunciato come nuovo, grande acquisto dei Mavs) e continuata con l’infortunio di Chandler Parsons (“out for the season”), poteva andare decisamente peggio per la squadra di Mark Cuban, che invece è riuscita a qualificarsi ai playoff con il sesto miglior record della Western Conference.
Una squadra, quella texana, che difficilmente farà molta strada in post-season (i Thunder al primo turno sembrano un ostacolo francamente insormontabile), ma che comunque si è lasciata alle spalle concorrenti più attrezzate e, soprattutto, dall’età media inferiore rispetto al team di coach Rick Carlisle (Houston, Sacramento, New Orleans…).
A parte il solito, intramontabile Dirk Nowitzki (che, purtroppo per noi, non potrà giocare ancora vent’anni), la spinta decisiva è arrivata da fonti piuttosto inaspettate: Deron Williams ad esempio, anche se ormai lontano anni luce da quello degli Utah Jazz, oppure Zaza Pachulia, che ha rischiato (questione di pochissimi voti) di partire titolare all’All Star Game di Toronto, passando per Raymond Felton e per il redivivo J.J. Barea, che dalle Finals vinte nel 2011 popola gli incubi di LeBron James ed Erik Spoelstra.
Una bella avventura, quella dei Mavs 2015/16. Guai però a parlare di prospettive future: il roster ha bisogno di una bella ‘svecchiata’ altrimenti, quando “WunderDirk” e compagnia appenderanno le scarpe al chiodo, rimarrà il vuoto intorno.
DENVER NUGGETS: VOTO 6,5

Difficile fare più di così. La franchigia del Colorado è un cantiere vero e proprio, con tanto di anziani al seguito, se ti trovi nella Western Conference i playoff, in questa situazione, li guardi in TV.
La stagione appena conclusa ha però dato segnali molto positivi.
Primo fra tutti il buon anno da rookie di Emmanuel Mudiay, che, pur con tutti i prevedibili alti e bassi del debutto tra i pro, ha mostrato di poter prendere tranquillamente le ‘chiavi’ della squadra, mostrando sprazzi di grande talento.
Anche i due giovanissimi slavi (uno bosniaco, l’altro serbo) Jusuf Nurkic e Nikola Jokic hanno convinto, rivelandosi giocatori parecchio futuribili. Stesso discorso per Gary Harris e il francese Jeffrey Lauvergne, anche loro con ottime prospettive davanti.
I veri protagonisti della stagione, però, sono stati Will Barton, serissimo candidato al premio di 6th Man Of The Year, e Danilo Gallinari, che prima di infortunarsi stava disputando una stagione da (quasi) All-Star, senza dubbio la migliore in carriera.
Con la risoluzione dei dubbi su Kenneth Faried (tenerlo o scambiarlo?), dopo l’annata piuttosto incolore di “Manimal”, e con qualche importante innesto estivo, chissà mai che Denver non possa tornare a dare fastidio nella corsa ai playoff…
DETROIT PISTONS: VOTO 7,5

Finalmente una squadra rispettabile e convincente!
I Pistons erano letteralmente allo sbando, dopo gli ultimi, disastrosi anni caratterizzati da una miriade di giocatori sbagliati e da un assoluto caos a livello dirigenziale (un vortice in cui è rimasto inghiottito, tra gli altri, il ‘nostro’ Gigi Datome).
In questa stagione, però, il progetto del presidente / allenatore Stan Van Gundy sta mostrando i primi frutti.
L’idea di SVG era quella di proporre una “versione MoTown” di quegli Orlando Magic che nel 2009 arrivarono alle NBA Finals (perse contro i Lakers); un centro dominante (Dwight Howard prima, Andre Drummond oggi) circondato da ottimi tiratori.
Il centro da Connecticut ha fatto un enorme salto di qualità, guadagnandosi la prima chiamata in carriera ad un All Star Game, e attorno a lui è stato assemblato, finalmente, un buonissimo roster.
Ad un nucleo giovane impreziosito dai due ‘diamanti grezzi’ Kentavious Caldwell-Pope e Stanley Johnson sono stati aggiunti tre eccellenti rinforzi a stagione in corso: Ersan Ilyasova (da Milwaukee), Marcus Morris (Phoenix) e Tobias Harris, arrivato nel Michigan dopo un eccellente scambio con gli Orlando Magic per Brandon Jennings, con quest’ultimo ormai ‘scavalcato’ nel ruolo di playmaker titolare da Reggie Jackson.
L’ex giocatore dei Thunder è l’uomo-simbolo di questa ottima annata dei Pistons. Dopo aver sgomitato a lungo per trovare spazio ad Oklahoma City, in quel di Detroit ha potuto mostrare tutto il suo valore, diventando il leader assoluto della nuova squadra.
Insomma, anche in questo caso (come per diverse altre squadre ad Est) di impensierire i Cavs non se ne parla, ma la strada intrapresa è decisamente quella giusta.
GOLDEN STATE WARRIORS: VOTO 10+

Cosa si può scrivere di una squadra così?
Dopo aver dato spettacolo e vinto il titolo nella scorsa stagione, non solo i Warriors sono riusciti a non perdere la ‘fame’, ma sono ulteriormente cresciuti, impadronendosi della lega con un’annata indimenticabile, consegnata alla storia del Gioco.
Che non sarebbe stato un anno come gli altri lo si era capito fin dall’inizio quando, sotto la guida del coach ad interim Luke Walton (sostituto del convalescente Steve Kerr), Curry, Thompson e compagni avevano inanellato 24 vittorie su altrettante partite, perdendo per la prima volta contro Milwaukee il 12 DICEMBRE!
Con una partenza simile, e considerata la costanza di rendimento e risultati, era inevitabile che Golden State avrebbe bussato con forza alle porte della Storia con la S maiuscola, realizzando un’impresa che per vent’anni non è stata nemmeno concepibile: superare le 72 vittorie dei Chicago Bulls 1995/96, quelli di Jordan, Pippen, Rodman e Phil Jackson.
Per realizzare questa impresa Kerr ha sfoderato l’intero arsenale: il cecchino Klay Thompson (uno che in molte altre squadre sarebbe l’uomo-franchigia), il talentuosissimo Harrison Barnes e una second unit eccezionale, con i vari Iguodala, Livingston, Barbosa, Speights e Rush che in diverse occasioni hanno fatto la differenza.
Ultimo, ma non ultimo, Draymond Green, divenuto ormai un All-Star, nonché il leader emotivo della squadra.
A guidare questa gloriosa truppa, ovviamente, Steph Curry, protagonista della più clamorosa stagione individuale dell’ultimo decennio (se non oltre).
Curry e i suoi Warriors sono ormai LA lega, e anche qualora non dovessero vincere il titolo a fine giugno, avrebbero comunque lasciato un segno indelebile nella storia della NBA.

