“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.”
Questa è forse tra le citazioni dei film più belle in assoluto. Qui siamo immersi nel film “L’attimo fuggente”, film uscito nelle sale nel 1989, che vede protagonista Robin Williams. Il protagonista è un professore di letteratura, che ha un modo di insegnare tutto suo, particolare soprattutto per qui tempi (film ambientato nel 1959). Invoglia i suoi studenti a seguire ed a trovare la propria strada, mediante azioni che sono molto lontane dal fare scolastico.
Purtroppo però, il modo di fare di questo professore non è ben visto dalla scuola. Un ragazzo nel frattempo si suicida e, l’accusa ricade nel professore, il quale secondo le autorità scolastiche pare abbia invogliato il ragazzo a disobbedire il padre e quindi optare per il suicidio. Il film si conclude con il trasferimento ad altra scuola per il professore, ma i ragazzi lo salutano per l’ultima volta tutti in piedi suoi propri banchi al grido di “O Capitano, mio capitano!”.
Bene, ma perché ho fatto questa premessa? Nella prima citazione il professore invita i suoi studenti a vedere le cose da diverse angolazioni. Anche quando si è convinti di sapere qualcosa, bisogna poi guardarla da un’altra prospettiva, per notare particolari che inizialmente non erano stati presi in considerazione. Bene, lo stesso discorso può essere fatto anche nel mondo dello sport.
In che modo? Lavorando, giorno dopo giorno. Mettendoci impegno in qualsiasi cosa venga fatta, senza tralasciare nessun particolare. Spingersi oltre, guardare con altra prospettiva le cose per riuscire a migliorarsi. Così si riesce a seguire la propria strada, così si prende in mano la propria vita. A questo proposito, riporto un’altra breve ma significativa citazione, che racchiude il discorso appena effettuato: “Il talento da solo non basta, ci vogliono anche anima, passione e disciplina.”
Stephen Curry: O Capitano, mio Capitano!

A questo punto la domanda è d’obbligo, cosa hanno in comunque Stephen Curry con la citazione del film? Probabilmente tutto. Curry è quel tipo di giocatore partito dal basso, non economicamente perché come sappiamo il padre Dell era un giocatore di pallacanestro. È partito dal basso perché tutti vedevano il suo potenziale, ma nessuno glielo riconosceva, o quasi.
Dai primi momenti, ed alcuni ancora adesso, al numero 30 per antonomasia viene dato l’appellativo “Sa solo tirare da tre”. Se andiamo a vedere le statistiche, non possiamo di certo dire che non sappia tirare. È il secondo di tutti i tempi per triple realizzate, con il mirino puntato su Ray Allen distante solo 67 triple, con in pratica la metà delle partite giocate. È a 37 partite da 9+ triple. Il secondo è James Harden con solo 9 partite. Un abisso, incolmabile forse neanche in un’altra vita.
Per un attimo, pensiamo solo ipoteticamente che il “sa solo tirare” sia vero. Non crediamo che ognuno di noi si alzi la mattina, faccia colazione, si vesta, vada al campo e spari triple così senza senso. Anche le statistiche appena elencate descrivono un alieno, e dobbiamo essere felici e orgogliosi che questo alieno abbia scelto la nostra epoca per scendere sulla terra e giocare a basket. Ma, visto che non tutti si accontentano delle sue triple, parliamo della versione Stephen Curry 2.0, che sta mettendo in campo in questo inizio di stagione. E qui, torniamo alla citazione. Curry, con il lavoro, con la dedizione, è salito sulla cattedra del suo gioco, e ha guardato con una diversa prospettiva. Ha cercato gli angoli bui, li ha illuminati e li ha fatti diventare parte integrante del suo gioco.
Steph Curry, versione 2.0

Nella stagione in corso, in quattordici partite giocate, il nativo di Ohio sta viaggiando con 28.7 punti di media, 6.3 rimbalzi e 6.7 assist. Iniziamo ad analizzare questi numeri. Sotto l’aspetto dei punti, niente di nuovo. La sua solita costanza realizzativa, tant’è che la scorsa stagione è stato il miglior realizzatore della lega con 32 punti di media a partita.
Analizziamo gli assist. In carriera, in media, realizza 6.5 assist a stagione. Anche qui, niente di nuovo. Dal 2009, anno del suo esordio, ad oggi il trend più o meno è sempre lo stesso, con un picco avuto nella stagione 2014/15 quando vinse il suo primo premio MVP, dove le medie parlano di 8.5 assist a partita.
Adesso, analizziamo i rimbalzi. Ad oggi, siamo a 6.3 rimbalzi di media a partita. In carriera è a 4.6. La differenza è tanta, parliamo di quasi 2 rimbalzi in più a partita, in media. E cosa è cambiato allora? L’altezza? Certamente no, Curry è sempre alto 1.88 metri. È cambiato il modo di lavorare, è cambiato il modo di pensare il gioco. Dal 2017 ad oggi, il dato sui rimbalzi è andato sempre ad aumentare, a conferma che lui, Stephen Curry, in allenamento non lavora solo al tiro, ma sta lavorando sul suo modo di giocare sotto ogni aspetto, e i risultati si stanno vedendo in campo. I rimbalzi non si prendono solo grazie all’altezza. Devi capire prima del tuo avversario dove va a finire la palla, devi avere la giusta posizione in campo. Ne sa qualcosa Dennis Rodman, forse il miglior rimbalzista di sempre, che in merito a questo dice: “Bisogna sapere prima dove va a finire la palla. Questo era il mio segreto. Per me ogni rimbalzo è una sfida personale, salto tre o quattro volte in più degli altri per un singolo rimbalzo.” La forza di una squadra, la forza di un giocatore dipende molto anche da questo. Catturare un rimbalzo difensivo significa togliere la possibilità alla squadra avversaria di segnare; catturare un rimbalzo offensivo significare dare la possibilità a se stessi e alla propria squadra di segnare.
La versione 2.0 di Stephen Curry è anche molto altro. Il range di tiro aumenta a vista d’occhio. Ormai vedere il numero 30 prendere un tiro dal logo non fa più specie. Quando lo segna (quasi sempre) non fa più notizia. È riuscito a far diventare normale, qualcosa di anormale. Così come i suoi attacchi al ferro, i suoi cambi di mano, i suoi sottomano, sono qualcosa che fa andare letteralmente in tilt ogni difesa avversaria.
E poi, cosa manca alla nuova versione? La difesa. La difesa è tutto. E Curry cosa ha fatto a riguardo? È migliorato anche lì. Sotto l’aspetto difensivo, forse, pagava un po’ di prestazione. Ma adesso, è diventato completo anche lì. Il movimento dei piedi, il movimento delle braccia. Riesce a bloccare anche i migliori attaccanti, come un certo James Harden. Nel corso di questa stagione, addirittura ha quasi la media di una stoppata a partita, che per uno con la sua stazza è qualcosa di irreale.
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La sua squadra, i Golden State Warriors, hanno attualmente la miglior difesa della lega. A questo punto, possiamo tranquillamente dire, che il merito se così vogliamo chiamarlo, non è solo dei vari Draymond Green, Andre Iguodala, Kevon Looney. Il merito se gli Warriors sono la miglior difesa, è anche dalla versione 2.0 di Stephen Curry che, se già lo scorso anno aveva idee di premio MVP, quest’anno può pensare ancor di più in grande. Con il rientro anche del suo amico Klay Thompson, con gli Warriors con un miglior record stagionale rispetto allo scorso anno, il premio MVP è tranquillamente a sua portata e poi chissà, un altro anello al dito non farebbe male ne a lui e ne a tutta la Baia. E allora, “carpe diem” Steph, cogli l’attimo.





