Prosegue, almeno nelle intenzioni del Commissioner Adam Silver, il progetto di riforma della regular season NBA.
L’obiettivo di Silver è quello di trovare elementi in grado di spezzare la monotonia della lunga stagione regolare da 82 partite, prendendo a modello altre grandi leghe e realtà sportive mondiali, come il calcio.
L’idea di introdurre dei tornei infra-stagionali è sempre stata nella mente del grande capo NBA, un metodo per innalzare il livello di competitività durante la stagione, e per catturare l’attenzione di un bacino sempre più ampio di tifosi in tutto il mondo.
“Sono sempre attento a guardare ad altre realtà” Così Adam Silver a Marc Stein del NY Times “C’è molto da imparare e da osservare: un esempio è il calcio europeo“. La NBA avrebbe allo studio soluzioni che riguardino un torneo di metà stagione, così come ancora non meglio precisati “play-in”, dei tornei di qualificazione per gli ultimi posti disponibili per la canonica post-season.
Riforme che non andrebbero a modificare il numero di 82 partite, totem intoccabile e blindato da un ricchissimo contratto televisivo per i prossimi anni: “Si tratta di pensare a come rendere (la regular season, ndr) ancora più godibile ed eccitante, soprattutto in un’epoca in cui i tifosi vogliono interagire e votare ogni giorno con e sul prodotto loro offerto“.
E’ una mentalità riformatrice quella che Silver ha imposto al suo mandato, confermato durante l’estate 2018 per altri 5 anni: “La NBA si avvicina al suo 75esimo anniversario, una ricorrenza che – ad esempio – potrebbe vedere dei cambiamenti ‘una tantum’, appositamente creati per l’occasione (…) la lega sportiva più seguita al mondo, la Premier League inglese, ha solo 27 anni di vita, l’idea che la NBA non possa cambiare, modificare la propria struttura dopo tanti anni non ha alcun senso, per me“.
“Un cambiamento è inevitabile” Chiosa Adam Silver.

















Una franchigia allo sbando. Le follie di Mikhail Prokhorov (che doveva vincere il titolo entro quest’anno, ricordate?) hanno portato alla disfatta totale. Soltanto per citare gli eventi di questa stagione: via l’allenatore (Lionel Hollins) e il general manager (Billy King), ritenuti i veri responsabili del fallimento, via gli ultimi giocatori rimasti di quel nucleo che secondo il magnate russo dovevano portare Brooklyn alla gloria (Joe Johnson).










