Anche quest’anno la regular season NBA è agli archivi ed è quindi il momento di tirare le prime somme.
Dopo sei mesi non-stop di partite, emozioni e record infranti, andiamo a vedere quali squadre hanno rispettato le attese di inizio stagione e quali le hanno invece deluse.
(La prima parte la trovate qui)
HOUSTON ROCKETS: VOTO 5

Gli Houston Rockets, Harden, Howard, Josh Smith e Capela
Non ci siamo.
A conti fatti, l’incredibile rimonta sui Los Angeles Clippers negli scorsi playoff (che portò i Rockets in finale di Conference) si è rivelata un boomerang, facendo credere i texani una squadra migliore rispetto a quella che sono in realtà.
La realtà dice che Houston non è per niente pronta a fare il grande salto per diventare una contender.
Ad inizio stagione avevo pronosticato l’arrivo di Ty Lawson come possibile miglior colpo dell’estate, e in effetti così è stato…per gli avversari! Tempo pochi mesi, e l’ex playmaker dei Denver Nuggets è stato spedito in fretta e furia ad Indianapolis.
Ovviamente Lawson non è né il primo, né il secondo, e nemmeno il terzo colpevole della stagione mediocre della squadra, conclusasi con un ottavo posto strappato ai modesti Utah Jazz soltanto all’ultima partita e caratterizzata, tra l’altro, dal licenziamento di coach Kevin McHale, sostituito dal suo vice J.B. Bickerstaff.
James Harden e Dwight Howard, i due leader, sembrano essere arrivati al capolinea della loro ‘convivenza’ (tanto che, secondo alcune voci, il Barba avrebbe chiesto con insistenza la cessione di DH12 prima della trade deadline).
Lo stesso Harden è palesemente uno dei più grandi attaccanti della NBA, ma la sua totale assenza in difesa è inaccettabile per qualsiasi squadra con ambizioni da titolo. L’incostanza di Howard è ormai risaputa, e quest’anno, in molte occasioni, è stata la sua riserva Clint Capela a finire in campo le partite.
Fallito l’esperimento Lawson, l’obiettivo playoff è stato (faticosamente) raggiunto soprattutto grazie a ‘gregari’ come Trevor Ariza, Patrick Beverley, Marcus Thornton e, udite udite… Michael Beasley, che dopo i fasti cinesi si è reso protagonista di un più che onesto ritorno negli States.
Come nel caso dei Chicago Bulls, anche per i Rockets sarà un’estate di scelte (dando per scontato il massacro subito per mano di Golden State al primo turno, non ancora avvenuto nel momento in cui scriviamo); di certo con questo roster non si può andare da nessuna parte.
INDIANA PACERS: VOTO 7

Monta Ellis, Paul George e George Hill
I Pacers sono tornati. Dopo un anno di ‘purgatorio’ causato dal terribile infortunio di Paul George, la squadra di Frank Vogel riprende da dove aveva lasciato due stagioni fa, ovvero ai playoff.
Non siamo ancora ai livelli del triennio 2012-14, quando PG13 e compagni sfidarono i Miami Heat di LeBron James in due finali di Conference consecutive, ma la strada intrapresa è quella giusta.
George è tornato a giocare quantomeno come prima, se non addirittura meglio. Ad inizio stagione si candidava al titolo di MVP: magari non ancora ma, qualora dovesse continuare a crescere, l’obiettivo sarebbè tutt’altro che irraggiungibile in futuro.
Ottimo l’esordio di Myles Turner, specialmente per quanto riguarda gli ultimi mesi di regular season, positivo anche l’impatto dei nuovi arrivati. Monta Ellis doveva essere la principale alternativa a PG13 in fase offensiva, e così è stato; Luis Scola e Jordan Hill hanno reso abbastanza ‘indolore’ la partenza di vecchi pilastri come David West e Roy Hibbert (sebbene questi ultimi fossero ormai lontani dai tempi migliori).
Molto efficace la second unit, a cui anche uno ‘scarto’ dei Rockets quale Ty Lawson ha saputo dare manforte in maniera egregia.
L’accesso ai playoff con la settima testa di serie non fa ben sperare per l’immediato futuro, ma ci sarà un’estate di tempo per rinforzarsi ulteriormente.
In ogni caso la Eastern Conference ha finalmente ritrovato una delle sue più grandi protagoniste.
LOS ANGELES CLIPPERS: VOTO 7

Blake Griffin e CP3
Stagione regolare tutto sommato ‘tranquilla’ quella dei Clippers, che hanno avuto la costante ed inalterata certezza di chiudere con il quarto piazzamento ad Ovest; troppo indietro rispetto a Warriors, Spurs e Thunder, ma molto più attrezzati rispetto alle squadre in lotta per le ultime posizioni utili.
Più che i nuovi innesti estivi (solo Paul Pierce ha dato un contributo significativo, mentre Lance Stephenson e Josh Smith sono stati presto indirizzati ad altri lidi), a fare la differenza è stato quel DeAndre Jordan che, la scorsa estate, era diventato per qualche giorno un ex-Clipper.
La grande crescita del centro ha permesso in qualche modo agli uomini di Doc Rivers di sopperire alla prolungata assenza di Blake Griffin, protagonista di una brutta rissa costatagli la rottura di una mano.
Il ritorno di Griffin e l’arrivo a stagione in corso di Jeff Green (arrivato da Memphis nella trade per Stephenson) potrebbero rivelarsi fattori determinanti per l’avventura ai playoff, in cui i Clips partono decisamente sfavoriti nei confronti delle corazzate Golden State, San Antonio e Oklahoma City.
Guai però a sottovalutare una squadra che può vantare una delle migliori second unit della lega (guidata dal 6th Man Of The Year Jamal Crawford) e un fenomenale leader come Chris Paul.
(ovviamente, poco prima di pubblicare questo articolo, arriva la notizia del doppio k.o. di Paul e Griffin, perciò… tanti saluti e appuntamento ad ottobre, amici!)
LOS ANGELES LAKERS: VOTO 4,5

Kobe e Russell, passato e futuro dei Lakers
Doveva essere la stagione del riscatto, invece è andata ancora peggio rispetto alle ultime, orribili annate.
Questo 2015/16 si è trasformato prestissimo (dopo un mesetto di regular season) nel Kobe Bryant Farewell Tour, con le arene di tutta America sempre gremite per dare il meritato tributo al leggendario fuoriclasse sulla via del ritiro.
Nascosti dall’ombra lunga del Black Mamba, i Lakers hanno inanellato sconfitte su sconfitte, chiudendo con il peggior record nella storia della franchigia (17 W – 65 L).
Le uniche note positive sono arrivate dalle ottime, seppur altalenanti prestazioni dei giovani talenti D’Angelo Russell (memorabili i 39 punti, nel periodo migliore della sua stagione, contro i Brookly Nets), Jordan Clarkson, Julius Randle e Larry Nance jr., ovvero le fondamenta su cui costruire la squadra del futuro.
Non benissimo gli innesti dei lunghi Roy Hibbert e Brandon Bass; entrambi giocatori che difficilmente rivedremo in gialloviola l’anno prossimo. Buona, invece, la stagione di Lou Williams, che spesso e volentieri ha dovuto dividersi con Bryant i minuti da ala piccola.
Tutto il resto è più che un cantiere aperto.
La prossima estate sarà la più importante nella storia recente dei Lakers, tra scelte alte al draft (attenzione però: qualora non fosse tra le prime tre, tale scelta andrebbe ai Philadelphia 76ers) e sogni proibiti in chiave free-agency (Kevin Durant sarà il giocatore più corteggiato dell’estate 2016).
L’addio di Kobe è sicuramente la fine di un’era nella NBA, ma per la squadra rappresenta la migliore occasione per ripartire da zero, con nuovi leader, sulla strada per i ritorno ad una gloria perduta ormai da troppo tempo
MEMPHIS GRIZZLIES: VOTO 6,5

I Grizzlies al completo: Lee è stato tradato agli Hornets mentre Gasol e Conley sono Ko fisicamente
Era francamente impossibile chiedere di più alla squadra di Dave Joerger, letteralmente decimata dagli infortuni (tra cui quelli ai due leader Marc Gasol e Mike Conley), privata di Jeff Green (ai Clippers nelle trade di febbraio) eppure capace di qualificarsi ai playoff con il settimo piazzamento (livellati 4-0 da San Antonio al primo turno, per chi non dovesse conoscere il finale).
Per avere un’idea di cosa sia stata la stagione dei Grizzlies, basta dare un’occhiata al roster completo della squadra (che conta VENTOTTO giocatori!) e al quintetto iniziale di gara-1 contro gli Spurs: Jordan Farmar, Vince Carter (nel 2016, eh!), Matt Barnes, Zach Randolph, Chris Andersen, con Lance Stephenson sesto uomo. Serve aggiungere altro?
Tra l’altro, ‘Born Ready’ ha avuto pure un discreto impatto con la nuova squadra, dopo le infelici esperienze a Charlotte e Los Angeles (sponda Clippers, un suo approdo ai Lakers sarebbe già diventato un super-cult), trovando forse la sua dimensione ideale. Stesso discorso per Barnes o per l’ex-Heat Mario Chalmers (anch’esso finito anzitempo in infermeria), entrambi in scadenza di contratto a fine stagione.
L’imminente free-agency di Conley fa presagire che l’era del “Grit-And-Grind” (sicuramente suggestiva, ma non ricchissima di soddisfazioni) stia per giungere al termine, del resto l’età media è troppo avanzata, e che per Memphis si prospetti una lunga ricostruzione.
MIAMI HEAT: VOTO 8

Wade e Winslow
I gloriosi anni di LeBron James sono un lontano ricordo. Finalmente gli Heat hanno cambiato pagina, tornando ai playoff (terzo miglior piazzamento ad Est dopo un anno di assenza) più carichi che mai e, soprattutto, consapevoli di poterne essere protagonisti anche senza il Re.
Nell’ultimo biennio Pat Riley ha ricostruito egregiamente la squadra, arricchendola di giovani di grande talento (Justise Winslow e Josh Richardson si sono rivelati due ‘colpacci’ dell’ultimo draft) e di free-agent più che azzeccati (da Hassan Whiteside a Gerald Green, da Luol Deng all’ultimo arrivato Joe Johnson).
La profondità di questo roster ha permesso a coach Erik Spoelstra di far fronte al nuovo, preoccupante problema di coagulazione del sangue di Chris Bosh, il quale ha concluso anzitempo la seconda stagione consecutiva (facendo temere per la carriera, oltre che per la vita, di CB1).
L’assenza di uno dei grandi protagonisti dei titoli NBA 2012 e 2013 sarà sicuramente un handicap per gli Heat, i quali possono però contare sul miglior Dwyane Wade degli ultimi anni. ‘Flash’ ha disputato una regular season eccezionale, riconquistando l’All Star Game e ricordando a tratti l’incontenibile fenomeno dello scorso decennio.
Con ogni probabilità ‘King James’ e i Cavs sono ancora inarrivabili, ma gli Heat ci sono, e sono pronti a tornare grandi.
MILWAUKEE BUCKS: VOTO 5

I giovani Bucks, ancora alle prese con qualche problema per spiccare definitivamente il volo in NBA
E’ stata una stagione che non ha fatto prigionieri, e tra le ‘vittime illustri’ sono finiti anche i giovani e rampanti Bucks.
Gli uomini di coach Jason Kidd hanno pagato un pessimo inizio di regular season (‘addolcito’ solamente dall’interruzione della striscia vincente dei Warriors il 12 dicembre) e, nonostante qualche miglioramento dopo l’All Star Game, sono stati preceduti nella corsa ai playoff da franchigie ‘affamate’ di riscatto come Miami, Indiana, Charlotte o Detroit.
Un brusco rallentamento per un progetto (definito dallo slogan ‘own the future’) che vedrà i suoi frutti, con ogni probabilità, nel giro di due o tre anni.
La creta da modellare c’è, eccome. Se su Michael Carter-Williams permangono i dubbi relativi alla sua costanza di rendimento (un MCW frenato peraltro da un infortunio all’anca), sul potenziale di Giannis Antetokounmpo e Jabari Parker, invece, non c’è assolutamente nulla su cui questionare.
‘The Greek Freak’ ha continuato la sua inarrestabile crescita, ampliando ulteriormente (ed incredibilmente) i suoi orizzonti di gioco grazie all’idea di Kidd di farlo giocare, per alcune partite, da playmaker. I risultati di questo ‘bizzarro’ esperimento parlano chiaro: cinque triple-doppie in poco più di un mese, career-high di punti ritoccato più volte (34 nella vittoria del 2 aprile contro i Chicago Bulls) e migliori medie in carriera in quasi tutte le voci statistiche.
Per la NBA suona abbastanza come un avvertimento…
Dopo una stagione da rookie compromessa da un grave infortunio al ginocchio, finalmente anche Parker ha potuto sfoggiare le sue clamorose doti cestistiche. L’ex stella di Duke University è stata protagonista di una stagione in crescendo, ripagando la dirigenza per averlo scelto con la seconda chiamata assoluta al draft 2014.
Tra i protagonisti della stagione rientra sicuramente Khris Middleton, miglior realizzatore di squadra, e anche Greg Monroe, seppur non brillantissimo, può essere considerato un innesto positivo. Per il resto, la poca profondità del roster ha finito col penalizzare i Bucks nella corsa alla post-season.
Poco male, comunque; possiamo stare certi che, per dirla alla De Gregori, ‘i ragazzi si faranno’….
MINNESOTA TIMBERWOLVES: VOTO 6,5

Futuro più che luminoso a Minneapolis
A proposito di ‘ragazzi che si faranno’, ecco i Timberwolves, una squadra che, potenzialmente, potrebbe dominare in lungo e in largo la NBA degli anni 2020.
E’ raro considerare un successo una regular season chiusa al terzultimo posto della Western Conference. Questo 2015/16 è però un’eccezione, considerando quanto mostrato dai ‘ragazzi terribili’ di coach Sam Mitchell (il quale ad inizio stagione è subentrato al tragicamente scomparso Flip Saunders e che, notizia recente, è stato già rimpiazzato da Tom Thibodeau).
Se il debutto tra i pro di Andrew Wiggins e Zach Lavine, lo scorso anno, aveva portato enorme ottimismo in casa Wolves, la strepitosa stagione da rookie di Karl-Anthony Towns autorizza a sognare in grande.
Agli ‘young three’ (tutti classe 1995) aggiungiamo altri giovanissimi pieni di talento (Shabazz Muhammad, Tyus Jones, Nemanja Bjelica, Gorgui Dieng) e una sicura scelta molto alta al prossimo draft, e otteniamo l’identikit di una squadra destinata a far parlare molto di sé nei prossimi anni, specialmente con la nuova identità difensiva che porterà Thibodeau.
Altra carne al fuoco potrebbe arrivare tramite le cessioni di due membri del ‘vecchio corso’ dei T’Wolves, ovvero Ricky Rubio e Nikola Pekovic che, seppur lontani dalla loro versione migliore (specialmente il montenegrino), dovrebbero comunque avere buon mercato in chiave trade.
P.S. Attenzione al terzo anno di Wiggins in NBA…
NEW ORLEANS PELICANS: VOTO 5

I Pelicans, di spalle Anthony Davis ed Holiday
Un voto frutto più delle aspettative iniziali, che delle reali possibilità di questa squadra.
L’ottavo piazzamento dello scorso anno aveva illuso che i Pelicans fossero pronti a spiccare il volo; dopo 12 mesi, invece, coach Alvin Gentry deve fare i conti con la dura realtà, ovvero che c’è ancora tantissimo lavoro da fare.
Il principale problema di NOLA è semplice da individuare: Anthony Davis, da solo, non basta per essere competitivi.
A dire il vero, il trio di ‘talenti perduti’ formato da Eric Gordon, Jrue Holiday e Tyreke Evans ha dato (finalmente) segnali di grande crescita in quest’ultima stagione, ed anche Ryan Anderson e Norris Cole sono andati piuttosto bene, ma la mancanza di un vero e proprio ‘secondo violino’ (quale è stato, per esempio, C.J. McCollum a Portland) ha finito con l’essere un peso troppo grosso nella corsa ai playoff.
Per quanto riguarda AD23, fresco di contrattone da 145 milioni di dollari in cinque anni (!), una stagione di alti (come i 59 punti rifilati ai Detroit Pistons) e bassi (gli infortuni a spalla e ginocchio che lo hanno costretto a chiudere la stagione con un mese di anticipo), che non gli toglierà comunque il ruolo di perno centrale su cui costruire la squadra del futuro.
Da segnalare il sorprendente inizio di stagione di Ish Smith, poi ceduto inspiegabilmente (solamente in cambio di due seconde scelte future) ai Philadelphia 76ers, squadra di cui si è rivelato una delle poche note liete stagionali.
NEW YORK KNICKS: VOTO 6,5

Melo e Porzingis
Anche quest’anno niente playoff, ma finalmente nella Big Apple si vede la luce in fondo al tunnel.
Il faro che illumina il futuro della franchigia è arrivato dalla Lettonia, accompagnato dai beceri fischi dei “tifosi” Knicks.
Fischi che nel giro di pochissimo tempo sono diventati applausi, visto che Kristaps Porzingis è stato protagonista di un inizio di stagione sbalorditivo, guadagnandosi il riconoscimento di Rookie Of The Month per i primi tre mesi di regular season.
L’entusiasmo per questo formidabile quanto inatteso exploit ha finito per contagiare anche il resto della squadra, che per diverso tempo ha veleggiato in zona playoff. Dopo la pausa per l’All Star Game, però, sia il rendimento di Porzingis che quello generale della squadra sono calati e, vista la troppo agguerrita concorrenza, le speranze di post-season sono velocemente naufragate, causando peraltro il licenziamento di coach Derek Fisher (sostituito da Kurt Rambis).
Il bilancio della stagione a New York deve essere comunque giudicato positivo; chiaramente i playoff sarebbero stati un traguardo prestigioso ma, a questo punto della (tormentata) storia dei Knicks, la cosa più importante era riacquistare un minimo di credibilità.
Credibilità ritrovata non solo grazie al giovane talento lettone, ma anche all’aggiunta a roster di ‘gregari di qualità’ come Arron Affilalo, Robin Lopez e Derrick Williams, capaci di dare un più che onesto contributo alla causa, e alla rinnovata vena di Carmelo Anthony, che rimane indiscutibilmente uno dei più grandi giocatori al mondo.
Il primo passo verso la rinascita è stato dunque compiuto; ora, per Phil Jackson e soci, si prospetta un’estate di duro lavoro, tra un nuovo draft che si avvicina e una caccia ai free-agent a cui, specialmente a New York, nessuno vorrà sottrarsi.

