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Warriors preview 2019/20: ritorno alle origini o nuovo inizio?

di Francesco Catalano

Inizia un pezzo di storia completamente diverso per i Golden State Warriors in questa nuova stagione: ecco la preview per provare a scandagliare quella che sarà la stagione 2019/20 dei Dubs. Durante la passata annata la franchigia della California aveva assemblato una vera e propria corazzata che sembrava inarrestabile. Tuttavia, la malasorte e qualche ingranaggio che non ha funzionato hanno fatto sì che gli Warriors perdessero le NBA Finals per 4 a 2 contro i Toronto Raptors di Kawhi Leonard. Un insuccesso provocato in gran parte dagli infortuni di DeMarcus Cousins, Kevin Durant e infine Klay Thompson. Quella sconfitta bruciante però, è stata la scintilla che ha provocato gli stravolgimenti avvenuti nei mese estivi.

La turbolenta e funambolica free agency di quest’estate ha cambiato volto anche agli Warriors, ma vedremo successivamente quelli che sono stati gli addii e i nuovi arrivi. Quello che è certo è che la squadra dovrà trovare una nuova identità. Sono stati temuti da chiunque per cinque anni di fila e sono stati considerati “quelli da battere”. Ora tutto ciò sembra finito; anche Curry e compagni dovranno inseguire quei team che al momento sono ritenuti i migliori. E per fare questo è necessario un cambio netto di mentalità: non bisogna più difendere il trono, ma conquistarlo. Quando si hanno tutti contro, media, quotazioni e proiezioni, ogni cosa diventa più difficile. Ma i ragazzi della Baia hanno dimostrato più volte di poter uscire da qualsiasi situazione con successo.

Cosa è successo nella stagione 2018/19

  • Record: 57-25
  • Piazzamento: seed #1, Western Conference
  • Rendimento playoffs: sconfitta alle NBA Finals, 4-2 vs Toronto Raptors
  • Offensive rating: 115.9
  • Difensive rating: 109.5
  • Team leaders: Stephen Curry (27.3 PTS), Draymond Green (6.9 AST), Draymond Green (7.3 RB)
  • Numero chiave: i 6.9 assist di media a partita di Draymond Green. Non c’è più KD, quindi il leader in fase offensiva dovrà tornare ad essere Steph Curry. A maggior ragione fino a febbraio, cioè nel periodo in cui Thompson sarà ai box. Perciò con Steph impegnato a fare punti, sarà richiesto un ulteriore sforzo in fase di impostazione a Green che da poco tempo a questa parte ha preso confidenza in questa nuova mansione.

I movimenti estivi

Durante quest’estate la squadra di coach Steve Kerr ha salutato innanzitutto Kevin Durant. Dopo tre anni al massimo in cui ha vinto due volte il titolo e il premio di MVP delle Finals, KD ha deciso di lasciare la California per abbracciare il progetto dei Brooklyn Nets insieme all’amico Kyrie Irving. Tuttavia, Durant dovrà saltare probabilmente l’intera stagione a causa della rottura del tendine d’Achille della gamba sinistra rimediata in gara 5 delle Finali NBA. D’altro canto, è approdato a San Francisco D’Angelo Russell tramite una sign-and-trade. Una scelta singolare da parte della franchigia, che ha deciso di firmare un giocatore il cui ruolo era già coperto dai due pilastri Curry-Thompson.

Russell nell’ultima stagione ai Nets ha fatto vedere tutte le sue qualità dopo essersi caricato la squadra sulle spalle, e non potrà che essere un valore aggiunto per i Dubs. Anche se accaparrarselo non è stato facile, a causa dello spazio salariale ristretto. Infatti, poco prima gli Warriors avevano deciso di blindare Klay Thompson con un quinquennale da 190 milioni di dollari. Le regole finanziarie hanno fatto sì, perciò, che dovesse essere liberato dello spazio salariale per poter firmare Russell. Per questa ragione Bob Myers ha deciso di sacrificare Andre Iguodala. Una scelta che sarà costata molto alla squadra, ma che è stata necessaria per la propria evoluzione. “Iggy” è stato spedito ai Memphis Grizzlies, i quali però stanno già imbastendo una trade per scambiarlo.

Hanno salutato anche Quinn Cook che ha firmato un biennale coi Los Angeles Lakers e DeMarcus Cousins che ha sottoscritto a sua volta un contratto al minimo salariale coi gialloviola, senza avere però poi grande fortuna. Inoltre è terminato il contratto di Shaun Livingston che si è ritirato, Jordan Bell ha scelto Minnesota e Jonas Jerebko è tornato in Europa al Khimki Mosca. D’altro canto, per irrobustire un roster ancora fragile, il GM Bob Myers si è garantito le prestazioni di Glenn Robinson III con un biennale e di Alec Burks con un contratto annuale.

L’ultimo colpo è stato Willie Cauley-Stein da Sacramento, il quale sarà un’ottima alternativa nel ruolo di centro. Infine il fedelissimo Kevon Looney ha firmato un triennale da 15 milioni e anche Draymond Green ha deciso di rinnovare in anticipo sulla scadenza del 2020 firmando un quadriennale al massimo salariale da 100 milioni. Shabazz Napier e Treveon Graham sono finiti a Minnesota nella sign-and-trade che ha portato Russell a San Francisco. E sono arrivati Oman Spellman da Atlanta, Alen Smailagic dal draft e Marquese Chriss con un annuale non garantito per infoltire il reparto dei lunghi. L’ultimo innesto è stato il nipote di Scottie Pippen, ossia Kavion Pippen, che ha sottoscritto un contratto decadale non garantito.

Golden State Warriors preview 2019/20: il gioco

Coach Steve Kerr avrà il suo bel da fare. Nelle stagioni passate il suo compito è stato solo quello di ritoccare e migliorare di volta in volta un sistema di gioco da lui creato con Golden State che si è dimostrato pressoché perfetto. “Strenght in numbers” il loro motto. La squadra infatti ha sempre avuto uno schema di gioco chiaro. Palla in mano a Steph Curry che decideva il da farsi (nelle ultime stagioni anche Durant ha svolto saltuariamente quel ruolo). Poteva subito tirare, sfruttare un blocco per prendere un tiro migliore, o penetrare per poi concludere (più raramente) a canestro o scaricare.

Steph Curry in azione.

A prendere lo scarico di solito c’era l’altro Splash Brother Klay Thompson. Klay solitamente gravita intorno al perimetro aspettando di ricevere la palla per mettere a segno le sue triple oppure per penetrare a sua volta. Durante le ultime tre stagioni, con l’avvento di Kevin Durant la squadra ha saputo giocare anche in isolamento su KD. Ma alla fine il sistema di gioco di base è rimasto il medesimo.

Il compito di Green è sempre quello di prendere rimbalzi, di difendere con l’ausilio di Thompson, di dare fisicità alla squadra e, ultimamente, di svolgere qualche azione in fase di playmaking. Non a caso nell’ultima stagione è stato il migliore dei suoi per numeri di assist a partita. Green ha così dimostrato sorprendentemente  di essere oltre che un grande rimbalzista anche un grande assist-man. Con l’addio di KD, Kerr probabilmente vorrà tornare ai meccanismi consolidati che si sono rivelati vincenti prima dell’arrivo di Durant nella Baia: ovvero quelli che vedono giocare insieme Curry, Thompson e Green con una perfetta sinergia. Il punto di svolta sarà l’utilizzo di D’Angelo Russell. Come è possibile inserire l’ex Nets in questo gruppo?

Innanzitutto, almeno fino a febbraio con Thompson ai box a causa della rottura del legamento crociato del ginocchio sinistro, Russell avrà il compito di sostituire il secondo Splash Brother. Tuttavia, Russell non è una shooting guard, anzi il suo stile di gioco è più affine a quello di Curry. Perciò la sfida di Kerr sarà quella di riuscire a far convivere in campo Curry, Russell e, quando rientrerà, anche Thompson. Ancora più importante sarà il compito di Draymond Green che in difesa dovrà essere ancora più insuperabile. Il centro titolare della squadra dovrebbe poi essere il fedele e diligente Kevon Looney che si alternerà col più roccioso Willie Cauley-Stein.

Senza KD, Curry ritornerà ad essere il fulcro dell’attacco.

Il problema principale per i Dubs quest’anno sarà la profondità del roster. Tolto il quintetto titolare, le scelte diventano poche e, oltretutto, di medio-basso livello. Per di più Cauley-Stein salterà il mese di ottobre a causa di un infortunio e lo stesso Looney al momento è indisponibile. Nelle prime partite di pre-season disputate Kerr ha inserito Glenn Robinson come ala piccola e Chriss come centro. L’ex Cavs non ha sfigurato, anzi ha anche svolto diligentemente il suo ruolo. Tuttavia, è inutile nascondere che non rappresenta al momento un’alternativa affidabile fino in fondo. Le soluzioni per Golden State sono poche: se la dea bendata volgerà anche quest’anno lo sguardo dall’altra parte e il roster sarà falcidiato dagli infortuni allora potremmo assistere ad un tracollo.

In ogni caso, l’attacco passerà quasi esclusivamente dalle mani di Steph che torna ad essere il primo violino. Stesso discorso vale in fase difensiva per Green. inoltre, come detto precedentemente, Green dovrà anche essere bravo a sobbarcarsi più di qualche compito in fase di playmaking per permettere a Curry più libertà in attacco. Steph si prenderà tanti, tantissimi tiri da fuori; oppure quando deciderà di penetrare ci sarà Russell (e Thompson poi) pronto intorno al perimetro a ricevere uno scarico. Il tiro dal mid-range sarà pressochè abolito; Green, dal canto suo, tenterà sporadicamente il tiro dall’arco e per il resto si aggirerà nei pressi del ferro. Looney dovrà essere bravo a creare dei blocchi funzionali per liberare spazio a Steph in modo che possa tirare più comodamente e dovrà prendere quanti più rimbalzi può visto il “quintetto piccolo” che probabilmente Kerr schiererà.

A Green il compito di guidare la difesa.

Un potenziale fattore: Kevon Looney

E’ colui che rimane sempre in ombra, parla poco, non si fa vedere molto in campo, ma il suo apporto alla squadra è fondamentale. Nei momenti decisivi non si tira mai indietro e dà sempre alla squadra quello che il gruppo gli chiede. Nelle difficili Finals contro i Raptors in cui spesso gli Warriors sono stati in difficoltà, Looney si è fatto sempre trovare pronto dimostrando grande attaccamento alla maglia.

kevon looney

Kevon Looney.

Non a caso, gli Warriors hanno deciso di rifirmarlo e confermarlo all’interno del roster. Probabilmente si parlerà ancora poco di lui e del suo rendimento, ma nel loro specifico sistema di pesi e contrappesi rimane un tassello fondamentale. Spesso è lui che fa il lavoro sporco e il suo impegno probabilmente quest’anno verrà premiato da Kerr con una maglia da titolare.

Dove possono arrivare gli Warriors?

In questa pre-season si spendono le previsioni su chi potrà vincere il titolo. In tutte le previsioni gli Warriors vengono o accantonati o dimenticati.

Sembra che ormai non facciano più paura a nessuno, benché Curry, Thompson e Green abbiano già dimostrato di poter vincere un titolo con le loro forze. E in più c’è D’Angelo Russell. Il compito dei Dubs sarà quindi quello di rimboccarsi le maniche, giocare come sanno fare e smentire le voci di quelli che sostengono che la dinastia sia finita. La sfida personale di coach Steve Kerr sarà quella di creare un sistema di gioco che preveda la convivenza di Steph, Klay e D’Angelo. In ogni caso, pensare che questa squadra non abbia più niente da dire o che non possa competere ancora una volta per la vittoria finale è pura follia.

Se gli infortuni non saranno troppo gravosi e martellanti, i Golden State Warriors hanno tutte le carte in regola per arrivare in fondo.

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