Dopo l’abbuffata natalizia inizia la fase di avvicinamento all’All Star Weekend, vero e proprio ‘giro di boa’ della stagione regolare NBA. E’ in questo periodo che il ‘mercato di riparazione’ entra nel vivo, con molte squadre chiamate a fare scelte importanti sull’immediato futuro. Alcune tra queste decisioni, siano esse già state prese o ancora da prendere, sono tra gli argomenti di questa nuova edizione di ‘Three Points’. Edizione che, però, non può che cominciare con…
1 – Most Valuable Beard

‘The Beard’ James Harden
Quando, tra qualche anno, ripenseremo alla NBA di quest’epoca, ci renderemo davvero conto di ciò a cui abbiamo assistito. Tralasciando LeBron James e le sue inaudite gesta alle NBA Finals (siamo a SEI consecutive, in ogni caso, e il tassametro corre…), stiamo vivendo un periodo storico in cui un giocatore come Russell Westbrook, capace di scrivere la storia partita dopo partita a suon di triple-doppie (e di viaggiare ad una tripla-doppia di media, come Oscar Robertson), rischia di non vincere il trofeo di MVP. L’anno scorso le sue ambizioni (come quelle di molti altri) vennero frenate dalla più grande regular season individuale dei tempi recenti, quella del primo MVP unanime Stephen Curry. Quest’anno invece, nonostante io sia un fan di lunga data del fenomeno degli Oklahoma City Thunder, il mio MVP (al momento) è senza alcun dubbio James Harden.
Partiamo dall’argomentazione più semplice: quanti All-Star (o candidati tali) hanno in squadra Oklahoma City e Houston? Uno a testa, senza nemmeno pensarci (a meno che non giudichiate Steven Adams o Clint Capela possibili minacce a Kevin Durant e compagnia per un posto nei magnifici dodici). Come stanno andando finora le due franchigie? I Thunder veleggiano, tra alti e bassi, tra il quinto e il settimo posto ad Ovest, mentre i Rockets volano. Al momento, la squadra di Mike D’Antoni è terza, con una sola partita di svantaggio nei confronti dei San Antonio Spurs. Tutto ciò sta ad indicare che la clamorosa stagione di ‘The Beard’, legata indissolubilmente alla rivoluzione tattica operata da D’Antoni e alla sempre maggiore libertà concessa alla sua stella, ha letteralmente trasfigurato i Rockets. La franchigia texana è reduce da una stagione a dir poco mediocre, con i playoff ‘acciuffati’ per miracolo e finiti prestissimo con la sonora sconfitta al primo turno contro i Golden State Warriors (peraltro privi di Curry in alcune gare). In questo 2016/17, invece, si sta imponendo come ‘terzo incomodo’ (con i già citati Warriors e Spurs) nella corsa ai vertici della Western Conference.
Forse, ai tempi in cui Harden era compagno di Westbrook ad OKC, avremmo potuto immaginare che ‘The Beard’ sarebbe potuto diventare un giocatore di questo livello. Nell’anno di grazia 2012, quando quei super Thunder arrivarono alle Finals, il numero 13 aveva dato prova di un’intelligenza cestistica e di una visione di gioco eccellenti. Una volta arrivato a Houston, però, il Barba si era dimostrato più un realizzatore puro che un ‘giocatore totale’ come quello attuale. Vedendolo in campo in questa straordinaria annata, si ha la sensazione che possa decidere come e quando vuole l’andamento di ogni singola partita. I punti continuano a sgorgare dalle sue mani (28.6 a partita; il suo massimo in carriera sono i 29.0 della scorsa stagione), ma rimbalzi e soprattutto assist (11.8 a sera; la sua miglior media precedente era di 7.5, sempre lo scorso anno) sono ai massimi storici.
Le cifre sono peraltro un insufficiente metro di valutazione per l’effettivo dominio esercitato da ‘The Beard’ sul terreno di gioco. Meglio concentrarsi maggiormente sul fatto che riesca a far sembrare Montrezl Harrell e Clint Capela i nuovi Tim Duncan e David Robinson (si scherza, eh…), oppure su come abbia contribuito alla ‘rinascita’ di compagni come Eric Gordon (serio candidato a 6th Man Of The Year) e Ryan Anderson.
Il 2016 di Harden si è chiuso con una prestazione leggendaria: 53 punti, 17 assist e 16 rimbalzi contro i New York Knicks. L’anno nuovo ha invece portato un clamoroso back-to-back di triple-doppie da 40 punti (8 gennaio a Toronto e 10 gennaio contro Charlotte). Poco da dire, roba da Most Valuable Player. Anzi, da Most Valuable Beard.
2 – Playmakers or heartbreakers?

Derrick Rose (New York) difende su Rajon Rondo (Chicago)
L’ultima notte NBA ha messo l’uno contro l’altro i due protagonisti più controversi di quest’ultimo periodo: Rajon Rondo e Derrick Rose. I due playmaker sono finiti al centro di spiacevoli vicissitudini che hanno causato più di un grattacapo alle rispettive società.
Il primo (chiamato a sostituire proprio Rose a Chicago) è in aperto contrasto con l’allenatore dei Bulls Fred Hoiberg, reo di averlo relegato in panchina a vantaggio di Michael Carter-Williams e perfino (in alcuni frangenti) di Jerian Grant senza troppe spiegazioni. In barba a dichiarazioni della vigilia del tipo: “Voglio essere un esempio per giovani, aiutarli a crescere”, Rondo è andato su tutte le furie, anche con la dirigenza, finendo per beccarsi una bella sospensione. Situazione non certo nuova per l’ex point guard dei Boston Celtics, la cui brevissima esperienza con i Dallas Mavericks finì bruscamente dopo una serie di litigi con coach Rick Carlisle. Soltanto un’epidemia di influenza e la conseguente decimazione del roster di Chicago hanno permesso al numero 9 di rimettere piede in campo.
D-Rose, invece, si è reso protagonista di una vicenda a dir poco surreale. A poche ore dalla partita contro i New Orleans Pelicans, Derrick è letteralmente scomparso, senza pensare minimamente di avvertire qualcuno. La comprensibile preoccupazione è durata fino alla mattina successiva (dopo che i suoi New York Knicks erano stati malamente sconfitti dai derelitti Pelicans), quando Rose ha chiamato Phil Jackson e soci dicendo (più o meno): “Tranquilli, tutto ok! Sono a Chicago da mia madre… mandate un aereo a prendermi!”. Le sue successive spiegazioni alla stampa, con tanto di ‘spiazzante’ ammissione di colpa (“Sì, magari sarebbe stato meglio avvisare la squadra…”) non sono state proprio esaustive, ma la dirigenza è stata a dir poco ‘soft’ con il giocatore; 200.000 dollari di multa (in proporzione, quello che noi percepiamo settimanalmente tramite la paghetta della nonna) e subito in campo, pronto per un’altra magra figura della sua squadra (sconfitta anche dai Philadelphia 76ers).
Entrambi gli episodi sono difficili da inquadrare come casi isolati. Questi palesi problemi di comunicazione appaiono più come la manifestazione del profondo stato di disagio in cui sono sprofondati i due ex-campioni, accomunati da un passato glorioso, un presente turbolento e un futuro dalle mille incognite. La trade deadline si avvicina e, anche alla luce dei risultati non esaltanti, entrambe le franchigie potrebbero decidere di privarsi di quelle che, a tutti gli effetti, sembrano già scommesse perdute.
3 – Fine della corsa

In questo caso, “GOODBYE Anthony Bennett”
A proposito di scommesse perdute, è notizia di questi giorni il taglio di Anthony Bennett da parte dell’ennesima franchigia NBA (i Brooklyn Nets, mica i Golden State Warriors…) e il suo passaggio al Fenerbahce.
La traversata dell’oceano rappresenta la fine della malinconica epopea di questo giocatore, finito in un paradossale vortice dal quale non ha mai saputo uscire.
Tutto iniziò la notte di quel draft 2013 che, finora, ha prodotto davvero poco talento (eccezion fatta per ‘The Greek Freak’ Giannis Antetokounmpo, primo – ed unico – probabile All-Star di quell’annata). I Cleveland Cavaliers, lontanissimi parenti di quelli attuali, stracciarono tutti i pronostici chiamando, con la prima scelta assoluta, la giovane ala-centro canadese, reduce da una buona (ma non trascendentale) stagione collegiale in quel di UNLV, a due passi dai casinò di Las Vegas (sempre per restare in tema di scommesse…). Quel primo e unico anno universitario, oltretutto, fu funestato da continui problemi ad una spalla, che lo costrinsero ad un’operazione. A posteriori, possiamo benissimo affermare che, in quanto a pianificazione, tra i dirigenti dei Cavs non si nascondesse certo il Frank Underwood di House Of Cards; oltre che sul canadese e sull’imprescindibile Kyrie Irving, le speranze di rinascita di quella squadra erano riposte in… Andrew Bynum!
Bennett iniziò la sua carriera NBA con la ‘bellezza’ di CINQUE punti totali nelle prime SETTE partite. Ne impiegò 33 per arrivare in doppia cifra. Non fu dunque così doloroso per Cleveland privarsi del suo talento quando, l’estate successiva, lui e la nuova prima scelta assoluta (pianificazione no, ma fortuna – con la C maiuscola – alla draft lottery sì…) Andrew Wiggins furono spediti ai Minnesota Timberwolves in cambio di Kevin Love.
Una squadra giovane e in ricostruzione come quella di Minneapolis sembrava il posto giusto da cui ripartire, Invece, dopo un’altra stagione mediocre, anche i Wolves decisero di fare a meno di Bennett, tagliandolo senza troppi problemi.
Fu dunque la volta dei Toronto Raptors, fiduciosi che l’’aria di casa’ potesse scuotere definitivamente il ragazzo (che aveva mostrato qualche sprazzo di talento in estate con la maglia della nazionale). Andò malissimo anche in quel caso; dopo una stagione passata avanti e indietro tra prima squadra e D-League, Anthony subì l’ennesimo taglio.
L’approdo nella peggior franchigia NBA della storia recente (Brookyln) rappresentava l’ultima spiaggia di una carriera perennemente vissuta all’ombra dell’infame definizione “peggior prima scelta di sempre”. Come ormai sappiamo, la storia tra Anthony Bennett e la NBA è arrivata al capolinea. L’augurio è che, lontano da un mondo più grande di lui, il ragazzo possa finalmente farsi valere. Chissà che una sua ‘rinascita’ nella magica Istanbul possa far venir voglia a qualche altro GM americano di scommettere ancora, un giorno, sul protagonista di una delle pagine più misteriose della lunga storia NBA.

