L’All Star Game si avvicina a grandi passi. Dopo che, la scorsa settimana, erano stati annunciati i quintetti, poche ore fa abbiamo scoperto anche i nomi delle ‘riserve’. Della partita delle stelle ci occuperemo nelle prossime edizioni di ‘Three Points’. In questa puntata, invece, analizzeremo altri tre temi caldi di una settimana NBA piuttosto intensa, che ci ha regalato nuovi e inattesi protagonisti.
1 – Isaiah 11:4: “And a little child shall lead them”

Isaiah Thomas: per lui seconda chiamata consecutiva all’ASG
Qualche settimana fa, parlando della recente evoluzione del ruolo di centro, abbiamo fatto la conoscenza di Appassionato 1 e Appassionato 2, entrambi tornati a seguire la NBA dopo anni di lontananza. Il primo si era fatto ibernare sul finire degli Anni ’90, mentre il secondo si era allontanato dal favoloso mondo del basket americano un paio di stagioni fa. I nostri amici, ancora scossi dalle immagini dei vari DeMarcus Cousins, Marc Gasol e Brook Lopez che bombardano dalla linea dei tre punti, leggono su un giornale che, in questo momento, la lega è letteralmente dominata da Isaiah Thomas.
Appassionato 1 intuisce facilmente l’errore: il giornale si riferirà chiaramente alla fine degli Anni ’80, quando il ‘vero’ Isiah Thomas (senza una ‘a’) guidava i Bad Boys di Detroit a due titoli consecutivi. In effetti, è proprio al grandissimo playmaker di Chicago che il ‘nuovo’ Thomas deve il nome. La leggenda vuole che il padre James avesse scommesso con un amico che, qualora i Pistons avessero sconfitto i suoi Los Angeles Lakers alle NBA Finals 1989 (cosa che poi avvenne), avrebbe chiamato il figlio come il loro leader. In realtà, il piccolo (è proprio il caso di scriverlo) Isaiah (con una ‘a’ in più, come voluto dalla madre), nacque il 7 febbraio, ben prima di sapere che le due squadre si sarebbero affrontate per il titolo. Semplicemente, il padre era affascinato, come molti, dallo straordinario talento dell’allora numero 11, divenuto in seguito grande confidente dell’attuale playmaker dei Boston Celtics. Entrambi gli Is(a)iah Thomas, di conseguenza, prendono i loro nomi dal Libro di Isaiah (Vecchio Testamento). Un celebre passaggio di quel testo riguarda un giovane fanciullo che, un giorno, guiderà gli esseri umani alla pace: “[…] And a little child will lead them”. Come il suo illustre (quasi) omonimo, il piccolo, grande Isaiah è il leader indiscusso della sua squadra, e la sta guidando ai piani alti della sempre più agguerrita Eastern Conference.
Appassionato 2, invece, è piuttosto perplesso. Sa benissimo che esiste un altro Isaiah Thomas, ma di certo il ‘dominatore’ di cui si parla non potrà mai essere quello ‘scricciolo d’uomo’(come lo definirebbe Pdor, figlio di Kmer, della tribù di Star…) di un metro e settantacinque scelto con la sessantesima ed ultima chiamata al draft 2011 dai Sacramento Kings. Certo, già in California l’ex point guard dei Washington Huskies aveva mostrato sprazzi di talento, ma la disfunzionalità dei Kings prima e dei Phoenix Suns poi ne aveva di fatto bloccato l’ascesa. Dopo mezza stagione appena, i Suns rinunciarono alla stramba idea iniziale dei ‘tre playmaker’. Decisero di tenere Eric Bledsoe e scambiarono sia Goran Dragic (che passò ai Miami Heat) che Isaiah, il quale fu spedito a Boston in un colossale viavai di giocatori che portò in biancoverde, tra gli altri, anche Gigi Datome. Dopo quella pazza trade deadline, i Celtics si trovarono in casa, senza saperlo, il ‘piccolo fanciullo’ che li avrebbe guidati. Non alla pace, bensì al riscatto. Fin dai primi mesi, Thomas si prese la squadra sulle spalle, guidandola ai playoff (finiti con un netto 0-4 contro Cleveland al primo turno) e classificandosi secondo, dietro a Lou Williams, nella corsa al 6th Man Of The Year Award.
L’esplosione del numero 4 era solo all’inizio. La stagione successiva fu quella della consacrazione, che portò Isaiah, contro qualsiasi previsione, a disputare il primo All Star Game in carriera. Incredibile, vero? Già, ma il meglio doveva ancora arrivare…
Eccoci dunque tornati al presente. Un presente che alla voce scoring leaders (migliori realizzatori) della lega vede, dietro al solo ed inarrivabile Russell Westbrook, nient’altri che il piccolo, grande Isaiah, capace addirittura di rifilare 52 punti ai malcapitati Miami Heat il 30 dicembre.
I Celtics saranno pur sempre “ad una superstar di distanza dall’essere una contender” ma, di sicuro, un leader ce l’hanno già. Nell’ultima settimana, IT viaggia alla ragguardevole media di 35.6 punti a partita; poco da aggiungere, se non che…ci vediamo a New Orleans!
2 – Arma letale

Kawhi Leonard
Uno degli ‘avversari’ di Isaiah Thomas al prossimo All Star Game sarà Kawhi Leonard, che partirà in quintetto per la Western Conference. L’ala dei San Antonio Spurs è un altro degli indiscussi protagonisti di questo inizio di 2017. La settimana appena trascorsa gli ha regalato una sontuosa prestazione da 41 punti (massimo in carriera) nella bellissima partita vinta all’overtime contro i Cleveland Cavaliers di LeBron James. Proprio quel numero 23 di cui Leonard diventò ufficialmente la ‘nemesi’ alle finali NBA 2014, quando Kawhi tornò a casa con i trofei dedicati a Larry O’Brien e Bill Russell.
La grande performance della Quicken Loans Arena rappresenta la ciliegina sulla torta di una striscia di sei gare consecutive con almeno 30 punti a referto, ed è il coronamento di un gennaio da MVP (se non ci fossero un James Harden e un Russell Westbrook fuori da ogni logica). E pensare che all’inizio era visto solo come specialista difensivo… Il Kawhi Leonard di oggi, invece, è una vera e propria ‘arma letale’. Le strabilianti abilità difensive restano immutate, come dimostrano i due premi di Defensive Player Of The Year consecutivi e la fatica con cui le grandi stelle della lega riescono ad arrivare al canestro degli Spurs. Oltre a ciò, il numero 2 è sempre più il punto di riferimento offensivo di Gregg Popovich; aldilà delle cifre in esponenziale crescita (25.5 a sera, ampiamente sopra il precedente record di 21.2 fatto registrare nel 2015/16), vedere per credere i parecchi isolamenti chiamati per lui nei momenti decisivi degli incontri.
Tra i diversi dubbi legati al ‘ricambio generazionale’ dei texani (Manu Ginobili è alla probabilissima stagione d’addio, Tony Parker e Pau Gasol non sono poi così lontani dal raggiungerlo), Kawhi rappresenta una delle più solide certezze.
Un’altra nota positiva della stagione neroargento è sicuramente l’impatto dei giovani. Dejounte Murray sta mostrando sprazzi di purissmo talento, oltre che una personalità piuttosto marcata per un ventenne. Anche Davis Bertans e Kyle Anderson si stanno ritagliando sempre più spazio, proponendosi come valide alternative ai titolari. Idem dicasi per i pur meno giovani Jonathon Simmons (autore di un esordio ‘col botto’ nella batosta inflitta ai Golden State Warriors nella opening night), Dewayne Dedmon e David Lee. Dovesse riuscire a portare all’ombra dell’Alamo un playmaker in grado di dare maggiori garanzie rispetto al già citato Parker e a Patty Mills e a trovare maggiore continuità da LaMarcus Aldridge, Popovich avrebbe fra le mani una scomodissima pretendente al dominio del selvaggio West.
3 – Phila is for real!

Joel Embiid cerca di ‘divorare’ un preoccupatissimo T.J. McConnell dopo il game-winner di quest’ultimo contro New York
No, non vi siete imbattuti in un’edizione di ‘Three Points’ del 2001. E nemmeno del 1983 (oltre a non esserci Internet nelle case, non esisteva nemmeno l’autore di questo articolo…); i Philadelphia 76ers sono davvero una delle squadre più calde della lega in questo inizio di 2017!
Proprio loro, i derelitti Sixers impantanati nell’interminabile “Process” (così ribattezzato dall’ex general manager Sam Hinkie) e reduci da anni vergognosi passati a raschiare il fondo della Eastern Conference. Il gennaio degli uomini di coach Brett Brown parla chiaro: nove vittorie e tre sole sconfitte. Giusto per avere un’idea, i Cleveland Cavaliers campioni in carica li inseguono affannosamente con un record di 5 W – 7 L… Ma scherziamo??
Il selvaggio e spudorato tanking degli ultimi anni sta finalmente cominciando a mostrare i suoi frutti. Di primo acchito, si può affermare con una certa tranquillità che sì, ne è valsa la pena di aspettare il tardivo debutto di Joel Embiid. Il centro camerunese, fermo ai box per due stagioni per via dei continui problemi al piede, è una delle stelle più brillanti di questa prima metà di regular season. La combinazione delle sue incredibili doti fisiche e atletiche, unite ad una leadership e ad un carisma innati, non lo farebbero certo sfigurare nella partita delle stelle di New Orleans. Come abbiamo appena scoperto, invece, dovremo accontentarci (almeno quest’anno) di vederlo all’opera nella sfida del venerdì riservata ai giovani. La stessa sera (e nella stessa squadra, il “Team World”) scenderà in campo anche Dario Saric, altro giocatore che i Sixers aspettavano dal draft del 2014. Con Embiid che, con ogni probabilità, verrà eletto Rookie Of The Year, è altrettanto probabile che al secondo posto nella votazione finisca il lungo croato.
Lo scinitillante talento e la grande versatilità tattica dei ‘nuovi arrivati’ finiranno per costare il posto, prima o poi (presumibilmente entro la trade deadline) ad uno tra Jahlil Okafor e Nerlens Noel. E’ vero che entrambi si stanno ritagliando uno spazio importante dalla panchina e che potenzialmente sono due lunghi assolutamente complementari (Okafor ha un repertorio offensivo in continua epansione, mentre Noel è una garanzia a protezione del ferro) ma con Embiid, Saric e l’imminente debutto di Ben Simmons, il reparto lunghi è decisamente sovraffollato. Oltretutto, scambiando almeno uno dei due si potrebbero ottenere importanti rinforzi per puntare, magari già quest’anno (difficile, ma non ancora impossibile) ad un clamoroso piazzamento ai playoff.
D’altronde, questi Sixers stanno trovando sempre più entusiasmo e convinzione nei propri mezzi. Oltre che sui due fenomenali rookie, coach Brown può contare su un roster finalmente ‘da NBA’. Robert Covington (peraltro in scadenza di contratto a fine stagione), già messosi in luce gli scorsi anni, si sta confermando una pedina fondamentale nello scacchiere del suo allenatore. Decisamente più sorprendente, invece, l’impatto di T.J. McConnell. Per il sophomore da Arizona, finito undrafted nel 2015, è arrivata anche l’eroica partita contro i New York Knicks, decisa da un suo canestro nel finale. Ci sono poi i nuovi innesti, da Sergio Rodriguez a Nik Stauskas, fino ad Ersan Ilyasova (a proposito di lunghi di grande talento), capaci di dare fin da subito un enorme contributo.
Per quanto visto nelle ultime, tetre annate, è davvero difficile da credere, ma i Sixers stanno tornando. Magari anche questa stagione finirà senza playoff ma, per il futuro, siamo tutti avvisati… Trust the process!

