Probabilmente l’affermazione più azzeccata riguardo alle ultime Finals è stata quella del commissioner NBA Adam Silver al momento della premiazione:
“Queste due grandi squadre hanno alzato l’asticella ad un livello difficilmente raggiungibile dalle generazioni future”.
“Queste due grandi squadre hanno alzato l’asticella ad un livello difficilmente raggiungibile dalle generazioni future”.
Sebbene l’esito non sia stato praticamente mai in discussione (dopo il 3-0 non era più una questione di “se”, ma di “quando”), questa serie finale ha raggiunto livelli di eccellenza con ben pochi precedenti. Se da un lato la presenza contemporanea di due ‘superteam’ ha stravolto gli equilibri della lega, dall’altro ha portato allo ‘scontro fra titani’ più atteso di sempre, quello tra due superpotenze come non se ne erano mai viste. Le NBA Finals 2017 sono state una ‘recita’ impreziosita da un cast di primissimo lignaggio, con i migliori attori nel momento più alto della loro carriera. Golden State Warriors e Cleveland Cavaliers sono le più grandi formazioni dei nostri tempi, e a loro è dedicata questa edizione di ‘Three Points’.
1 – Golden Age

Da sinistra: Klay Thompson, Stephen Curry e Kevin Durant festeggiano il titolo NBA appena conquistato dai Golden State Warriors
Quando arriverà il momento di fare un bilancio su questo decennio, molto probabilmente concluderemo che gli Anni ’10 del nuovo millennio sono stati l’era dei Golden State Warriors. I californiani si sono ripresi con la forza quello che avevano lasciato inopinatamente per strada la scorsa stagione, quel Larry O’Brien Trophy già conquistato nel 2015. Nonostante lo storico trionfo dei Cavs lo scorso giugno, c’erano pochi dubbi su quale fosse la squadra più forte degli ultimi anni. Concepiti e coltivati dalla premiata ditta Joe Lacob – Bob Myers – Mark Jackson tra il 2011 e il 2014, gli Warriors sono definitivamente sbocciati con l’arrivo in panchina di Steve Kerr, capace far compiere ai suoi uomini il passo più difficile, quello che trasforma un’ottima squadra in una squadra da titolo. Ecco dunque due trofei e una finale persa – in gara-7 – nel giro di tre anni. Un triennio che ha visto uscire dalla Baia anche il primo MVP unanime della storia (Stephen Curry) e il miglior record ogni epoca in regular season (73 vinte – 9 perse). Eppure, l’epica rimonta di LeBron James e compagni aveva fatto muovere un carrozzone sempre pronto ai blocchi di partenza, quello dei “Beh, se non vinci il titolo non sei nessuno”, dei “Mah, sono solo dei pagliacci sopravvalutati” e così via.
La stagione appena conclusa ci ha regalato un’opportunità inedita: vedere Golden State e Cleveland, l’una contro l’altra, al loro meglio. Nel 2015, infatti, King James aveva tenuto testa quasi ‘da solo’ agli emergenti rivali, resistendo per sei partite pur senza l’aiuto di Kyrie Irving e Kevin Love. L’anno successivo, Klay Thompson e, soprattutto, Steph Curry si erano presentati visibilmente fuori condizione all’appuntamento più importante, non riuscendo mai ad incidere sulla serie. Per la prima volta di fronte ad armi pari, la differenza tra le due organizzazioni si è palesata con forza: da una parte un progetto in continua evoluzione, dall’altra una franchigia manovrata a proprio uso e consumo dal più grande cestista vivente.
Certo, Golden State ha vinto soprattutto grazie all’aggiunta di Kevin Durant, un giocatore che non passerà mai più. La storia ci ha più volte insegnato, però, che non basta aggiungere un fenomeno ad un’ottima squadra per ottenere automaticamente un titolo. Gli Warriors hanno vinto, anzi, stravinto perché Steve Kerr è riuscito a fondere alla perfezione due mondi che non si erano mai incontrati in precedenza: un grandissimo solista e una squadra il cui mantra è Strength In Numbers, la forza nel gruppo. Questo titolo, a differenza di quello del 2015 (anche in quel caso, Curry e Thompson non brillarono), è arrivato grazie alla forza del gruppo (tradotta nella perfetta consapevolezza del proprio ruolo da parte di ognuno dei membri del roster) e anche alle grandissime prestazioni dei singoli. Vero che KD era un ‘uomo in missione’, ma senza lo splendido Steph Curry visto in almeno quattro delle cinque gare disputate, il trofeo sarebbe quasi certamente rimasto in Ohio.
E’ il titolo di Steve Kerr (e di Mike Brown, che lo ha degnamente sostituito in una fase cruciale della stagione), Kevin Durant e Steph Curry dunque. La forza di questi Warriors, però, sta sempre In Numbers. Ecco allora Klay Thompson, per la prima volta protagonista alle Finals con una serie degna del miglior difensore al mondo, una memorabile gara-3 da 30 punti e alcuni canestri decisivi nei momenti chiave. Oppure Andre Iguodala, che quando arrivano le Finals esce dalla cabina telefonica con il costume da MVP. O ancora Draymond Green, esagerato, inopportuno, spesso stupido, ma che finisce sempre per fare la differenza. Il titolo del 2017 è anche quello di veterani come David West, Shaun Livingston e JaVale McGee e di giovanissimi come Patrick McCaw e James McAdoo, sia gli uni che gli altri capaci di mettere il piccolo mattoncino mancante quando più ce n’era bisogno. Poi ci sarebbe anche Zaza Pachulia, in più occasioni protagonista di episodi inqualificabili (il fallo su Kawhi Leonard è solo l’esempio più recente), ma anche determinante quando la battaglia per il titolo si è fatta più una questione di intensità, che di tecnica.
Tanti buonii gregari e alcuni straordinari fuoriclasse, tutti nel loro prime; in attesa che le altre franchigie, Cavs inclusi, riescano a colmare l’abisso che le separa dai nuovi campioni, l’impressione è che la ‘Golden Age’ sia appena iniziata.
2 – Cavs, i miracoli non bastano

Kyrie Irving e LeBron James: le loro grandi prestazioni non sono bastate ai Cavs per arginare la marea Warriors
Come scritto in precedenza, il primo scontro ‘ad armi pari’ ha messo in luce il reale divario tra Warriors e Cavs. Cleveland ha disputato una buonissima serie finale (a parte alcune oscenità difensive nei momenti chiave), ma per riuscire a vincere una sola, misera partita ha dovuto infrangere una quantità incredibile di record. Il successo di gara-4 è infatti arrivato grazie alla forza della disperazione (per l’eliminazione ad un passo), all’unico passaggio a vuoto degli ‘Splash Brothers’ e a numeri strabilianti; su tutti, i 49 punti del primo quarto, diventati 86 all’intervallo lungo.
Kyrie Irving e LeBron James hanno offerto prestazioni individuali sovrumane, che avrebbero portato la loro squadra al titolo contro chiunque non si fosse chiamato Golden State Warriors. In particolare, non riesco a capacitarmi di come King James riesca a giocare ogni finale meglio di quella precedente. Dopo averlo visto tenere in piedi la baracca nel 2015 (avendo come principali gregari Dellavedova e Mozgov, non proprio Worthy e Kareem…) e dominare incontrastato nel 2016, era assurdo pensare che potesse salire ulteriormente di livello. Invece abbiamo assistito all’ennesima gemma di una carriera inimitabile; tripla-doppia di media con 33.6 punti a gara, il solito controllo su tutto ciò che accade in campo e almeno un paio di giocate che rivedremo in eterno. Difficile, impossibile chiedere di più.
Probabilmente a LeBron si dovrebbe chiedere di meno per tutto ciò che non riguarda il parquet. Da almeno 14 anni (facciamo 15, includendo lo spudorato tanking messo in atto dai Cavs nella stagione 2002/03 per aggiudicarselo), tutto ciò che succede a Cleveland è esclusivamente legato al fenomeno di Akron. Dai risultati sul campo alla scelta dell’allenatore, passando per la selezione dei giocatori. Ecco dunque una sfilza di nuovi innesti, tutti ‘suggeriti’ dal Re; da J.R. Smith e Iman Shumpert (2015) a Deron Williams e Kyle Korver (2017). Diciamo che non sempre queste aggiunte si sono rivelate determinanti. Oltretutto, i loro arrivi hanno comportato dei sacrifici in termini di assetti futuri (come la prima scelta 2019 spedita ad Atlanta per Korver. Volendo, ci sarebbe anche la trade Wiggins-Love, ma qui il discorso sarebbe molto più ampio…). Ora coach Tyronn Lue si ritrova con due fuoriclasse (James e Irving), un ‘terzo violino’ troppo spesso a corrente alternata (Love) e tutto il resto della squadra da ricostruire. Tra i membri del ‘supporting cast’, gli unici con contratti ‘blindati’ sono Tristan Thompson, J.R. Smith e Iman Shumpert, tutti piuttosto deludenti alle Finals. Richard Jefferson dovrebbe ufficialmente ritirarsi (dopo averci ripensato lo scorso anno), mentre tutti gli altri sono in scadenza, e difficilmente la dirigenza farà follie per trattenerli.
La batosta subita ha messo in evidenza che la situazione in casa Cavs non è tutta rose e fiori. Certo, finchè LBJ continuerà la sua scalata alla grandezza si arriverà ancora in finale ma, salvo imprevisti, Golden State rimarrà sempre un gradino più in alto. Che sia arrivato il momento di imbastire un progetto nuovo, magari non più a breve, ma a medio/lungo termine?
3 – The real MVP

Kevin Durant con il Bill Russell Trophy, destinato all’MVP delle Finals
In quest’ultima stagione, ma soprattutto alle Finals, Kevin Durant ha spiegato al mondo il significato dell’espressione “fame” in ambito sportivo. Il numero 35 è stato il giocatore più discusso dell’anno (anche se ha rischiato seriamente di essere superato da Lonzo Ball, ahinoi…), dopo la controversa decisione di lasciare gli Oklahoma City Thunder per accasarsi ai Golden State Warriors. Erano in tanti, troppi ad aspettarlo al varco, pronti a dargli addosso al minimo passo falso. Ecco allora le maglie bruciate nell’Oklahoma (testimonianza di come i cretini non vivano solo nell’Ohio), le frecciatine di Russell Westbrook e di Enes Kanter, i pagliacci (loro sì) con i cupcakes di cartone (e se per caso dovesse tornare? “Long live King Kevin”?) e i festeggiamenti per l’infortunio al ginocchio che rischiava di metterlo k.o. a febbraio (ci sono tanti altri programmi in televisione, non bisogna per forza seguire la NBA). Per non parlare delle critiche dei perdigiorno di vario genere, secondo le quali KD non era altro che “un codardo”, “quello che ha rovinato la NBA” o ancora “quello che deve unirsi ai più forti per vincere” (come se Michael, Kobe e LeBron avessero vinto da soli, rifiutando ‘per principio’ qualsiasi aiuto). Anche a me inizialmente la scelta di KD non ha entusiasmato (principalmente perché la mattina stessa avevo acquistato un biglietto per Real Madrid vs. Thunder), ma credetemi, lasciar perdere i giudizi e godersi lo spettacolo è stata la migliore decisione che potessi prendere.
Durant ha fatto parlare il campo. Dalla prima all’ultima partita, gli Warriors sono stati la sua squadra, e lui è stato il loro MVP. Il fatto che un giocatore del calibro di Steph Curry abbia accettato di buon grado di cedergli il passo è stata la chiave per la vittoria del titolo. Quando poi la sua strada ha incrociato quella dei Thunder, i suoi ex compagni sono stati a dir poco annichiliti; loro a provocarlo, lui a mitragliarli di canestri.
Una volta giunto alle seconde NBA Finals in carriera (dopo quelle perse da OKC nel 2012 contro i Miami Heat), KD ha fatto capire a tutti che non ci sarebbe stata storia. Ha guardato i suoi compagni (MVP o rookie che fossero), i suoi avversari and the millions watching at home e ha detto loro: “Quest’anno mi prendo l’anello”.
Il manifesto della sua stagione è stata gara-3, la più bella di queste finali. Con i Cavs in gran serata e il risultato in bilico, Kevin si è preso di forza la squadra sulle spalle e l’ha guidata ad una cruciale vittoria a suon di clamorose giocate, tutte con lo stesso fuoco negli occhi. Ha chiuso la serie da indiscusso MVP grazie soprattutto ai 35.2 punti di media (con un massimo di 39 nella decisiva gara-5), ma ha fatto la differenza anche per la difesa – a tratti eccellente – contro la sua nemesi, LeBron James, con cui ha ingaggiato un duello destinato a entrare nella leggenda.
La sua grandissima stagione gli ha permesso di aggiungere il titolo NBA e quello di Finals MVP ad un palmarès che lo vedeva già MVP stagionale (2014), All-Star MVP (2012), Rookie Of The Year (2008), quattro volte miglior realizzatore NBA, otto volte All-Star, due volte medaglia d’oro olimpica (2012 e 2016) e una volta campione del mondo (2010). Che dite, parliamo di “quello che ha rovinato la NBA” o di uno dei più grandi giocatori di sempre?
Se la risposta fosse ancora la prima, la Nike ha pensato bene di dedicarvi questo spot:
https://www.youtube.com/watch?v=_-_TlQvhUyI

