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Draft NBA – Dove tutto ha inizio

di Stefano Belli

Per certi versi, il draft è l’evento più atteso della stagione NBA. Tra analisi dei prospetti e previsioni sulle scelte e sulle strategie delle varie franchigie, è un argomento di cui si parla più a lungo e che spesso genera molte più discussioni rispetto alla vittoria di un titolo o a un grande colpo di mercato. In effetti, il draft NBA è il punto in cui tutto comincia. Salvo rarissime eccezioni, per tutti coloro che hanno scritto, stanno scrivendo o scriveranno la storia del basket statunitense, la strada inizia su quel palcoscenico, con un cappellino in testa e con un abito il più delle volte improponibile. Quello è il momento che cambia per sempre le loro vite, a volte salvandoli da contesti estremamente difficili (la storia sportiva americana è piena di storie incredibili, in tal senso), e che spesso (ma non sempre) determina le sorti di una o più franchigie. Alcune, su tutte San Antonio Spurs, Oklahoma City Thunder e Golden State Warriors, hanno costruito squadre da titolo quasi esclusivamente attraverso le scelte ai vari draft (Duncan, Ginobili, Parker e Leonard per i texani; Durant, Westbrook, Harden e Ibaka per OKC; Curry, Thompson, Barnes e Green per gli ex campioni NBA), altre navigano da anni nella mediocrità per via di selezioni meno avvedute (vedi Charlotte e, fino a poco tempo fa, Sacramento). Le più brave e fortunate, infine, con una sola scelta azzeccata danno una svolta immediata e definitiva alla loro storia. Chiedere agli Orlando Magic, che con l’arrivo di Shaquille O’Neal diventarono una contender nel giro di poche stagioni. Oppure ai Cleveland Cavaliers, che ringrazieranno in eterno il giorno in cui chiamarono il ‘figliol prodigo’ LeBron James.

Alcune edizioni del draft hanno addirittura cambiato la storia della lega stessa: nel 1984, il commissioner David Stern diede il benvenuto (tra gli altri) ad Hakeem Olajuwon, Michael Jordan, Charles Barkley e John Stockton; dodici anni dopo toccò ad Allen Iverson, Ray Allen, Kobe Bryant e Steve Nash; il 2003 portò LeBron James, Carmelo Anthony, Chris Bosh e Dwyane Wade, mentre sei anni più tardi fu la volta di Blake Griffin, James Harden, Stephen Curry e DeMar DeRozan. Classi destinate a segnare le rispettive epoche, contribuendo in maniera determinante all’evoluzione (e alla rivoluzione) del gioco.
Un evento di cruciale importanza e di estremo interesse, dunque. Ma guai a pensare che basti scegliere in alto per avere un futuro glorioso; il fattore che maggiormente caratterizza ogni singola edizione è anche quello che rende il draft così affascinante: l’imprevedibilità.

 

Destini

Larry Bird e Magic Johnson, entrambi scelti al draft 1979

Larry Bird e Magic Johnson, entrambi scelti al draft 1979

L’esito di ogni draft, su cui i giudizi spesso richiedono diversi anni, dipende molto da fattori umani e ambientali: l’intuito e la lungimiranza dei dirigenti, l’attitudine dei giocatori e il contesto in cui si ritrovano. Più di ogni altro evento nello sport americano, però il draft rappresenta un vero e proprio gioco del destino. Da quella notte dipende il futuro di giocatori e squadre, e ciò che accade è determinato da infinite combinazioni di eventi, a cominciare dall’assegnazione della prima scelta. Nel 1979, il discutibile regolamento prevedeva il lancio di una monetina: da una parte l’ultima classificata a Ovest, i New Orleans Jazz, dall’altra la peggiore dell’Est, i Chicago Bulls. Peccato che i Jazz avessero ceduto i diritti ai Los Angeles Lakers, nel corso dell’affare che, tre anni prima, aveva portato in Louisiana Gail Goodrich. Dopo poche partite, Goodrich subì un grave infortunio al tendine d’Achille che ne compromise la carriera e che contribuì a far sprofondare i Jazz. Al termine della stagione 1978/79, New Orleans aveva il peggior record della Western Conference: ecco dunque i Lakers presentarsi a quel famigerato lancio di monetina. Cosa sarebbe successo se i Bulls avessero scelto “croce”, e un certo Earvin ‘Magic’ Johnson fosse finito nella Windy City? Gli scenari sono infiniti: quasi certamente non sarebbe arrivato Jordan a Chicago cinque anni dopo, sicuramente non sarebbe esistito lo ‘Showtime’ dei Lakers, e la rivalità con Larry Bird si sarebbe limitata ad una lotta per il dominio della Eastern Conference… Oppure no, qualora Bird, l’anno precedente, non avesse deciso di rimanere un’altra stagione al college, facendo desistere gli Indiana Pacers dal chiamarlo con la scelta numero 1 (che fu poi ceduta ai Portland Trail Blazers). Il biondo di Indiana State University fu selezionato dai Boston Celtics con la numero 6, e il resto è storia.

L’evoluzione delle normative vigenti ha certamente avuto un ruolo fondamentale in questa serie di sliding doors: Il grande Wilt Chamberlain probabilmente non avrebbe portato nella storia i Philadelphia Warriors (non solo con la partita dei 100 punti), se non fosse nato e cresciuto a Philadelphia: fu infatti selezionato con la controversa regola, ormai abolita, della territorial pick, che garantiva a una franchigia l’assoluta precedenza sui migliori prospetti nel raggio di 50 miglia. E se la norma attuale, che non consente alle squadre di pescare i talenti direttamente dalle high school, fosse stata introdotta prima, dove avrebbero giocato i vari Kevin Garnett, Kobe Bryant, LeBron James e Dwight Howard? E chi avrebbero scelto al loro posto Timberwolves, Lakers (Hornets), Cavs e Magic?

Si parla di destino, purtroppo, anche per questioni che vanno oltre la pallacanestro. Giocatori come Brandon Roy o Greg Oden, ad esempio, scelte altissime di Portland ai draft 2006 e 2007, ebbero una carriera pesantemente compromessa da gravi e ripetuti infortuni, lasciando ai Blazers infiniti rimpianti per una squadra che avrebbe potuto arrivare molto lontano. Peggio andò a Jay Williams; selezionato da Chicago con la seconda chiamata assoluta nel 2002, dopo un solo anno da professionista fu vittima di un incidente in moto che lo costrinse al ritiro. Il caso più tragico, però, fu quello di Len Bias, che morì di overdose soltanto due giorni dopo essere stato scelto al draft 1986 dai Boston Celtics. Che NBA sarebbe stata con Bias, Williams e i ‘veri’ Roy e Oden?

Strategie

Bill Russell, scelto dai Celtics di Red Auerbach al draft 1956

Bill Russell, scelto dai Celtics di Red Auerbach al draft 1956

Chiaramente, il draft non è solo una questione di destino o casualità. Nella maggior parte dei casi, la differenza tra una svolta decisiva e una caduta nella mediocrità è determinata da una serie di elaborate strategie. Il caso più eclatante è quello dei Boston Celtics (sempre loro), che nel 1956 misero a punto un ‘piano diabolico’ per riuscire a mettere le mani su Bill Russell. La prima scelta di quell’anno spettava ai Rochester Royals, la seconda ai St. Louis Hawks. Il ‘mago’ Red Auerbach, allora head coach e general manager di Boston, propose alle due squadre un accordo che coinvolgeva scelte future, giocatori vari e (ebbene sì) l’organizzazione di uno spettacolo itinerante, gestito dal proprietario dei Celtics, nelle città interessate. Alla fine i Royals chiamarono tale Sihugo Green, mentre gli Hawks scelsero Russell e lo girarono ai biancoverdi. Risultato? La più grande dinastia nella storia dello sport ebbe inizio quella sera.
Senza arrivare a quegli eccessi, i già citati Lakers riuscirono a ripetere l’operazione-Johnson nel 1982, quando uno scambio con i derelitti Cleveland Cavaliers portò in dote un campione come James Worthy, che insieme a Magic e Kareem Abdul-Jabbar avrebbe dominato gli Anni ’80. Sull’altra costa i Celtics, dopo l’affare-Bird, riuscirono a mettere a segno un altro gran colpo: cedettero la prima scelta assoluta del 1980, Joe Barry Carroll, ai Golden State Warriors, in cambio di Robert Parish e della terza chiamata, con la quale Auerbach selezionò Kevin McHale. Le due franchigie erano pronte a dar vita alla più grande rivalità sportiva di sempre.

Penny Hardaway (a sinistra) e Chris Webber furono scamibati durante il draft 1993

Penny Hardaway (a sinistra) e Chris Webber furono scamibati durante il draft 1993

Se alcune mosse trovano radici lontane nel tempo, molte decisioni vengono prese nei giorni, se non nelle ore immediatamente precedenti (o addirittura successive) al draft. Olajuwon raccontò che, nel 1984, Portland offrì a Houston la seconda scelta, più Clyde Drexler, in cambio del centro Ralph Sampson. I Rockets, che avevano i diritti sulla pick numero 1 (con cui presero proprio Hakeem), rifiutarono. In un primo momento ebbero ragione, visto che le cosiddette ‘Twin Towers’ portarono i texani in finale nel 1986 (battuti dai Celtics di Bird). A posteriori, però, cosa sarebbe successo con ‘The Dream’, ‘The Glide’ e la seconda scelta (verosimilmente Michael Jordan) nella stessa squadra? Ecco che si ritorna a parlare di destino…
La sera del draft 1993 Orlando Magic e Golden State Warriors si scambiarono le scelteChris Webber finì nella Baia, mentre in Florida arrivò (insieme a tre scelte future) Anfernee ‘Penny’ Hardaway. Questa trade, che alla luce delle carriere dei due si può tranquillamente definire positiva per tutte le parti in causa, avvenne su espressa richiesta di Shaquille O’Neal il quale, dopo aver conosciuto Penny sul set del film Blue Chips, fece pressioni sulla dirigenza per averlo in squadra.
Sempre per ‘intercessione divina’ (mai come in questo caso termine fu più azzeccato) saltò la trade che avrebbe portato, nel 1997, un certo Tracy McGrady a vestire la maglia dei Chicago Bulls, in cambio del passaggio di Scottie Pippen ai Vancouver Grizzlies. Michael Jordan si oppose fermamente all’idea, partorita dalla mente ‘diabolica’ del GM di Chicago Jerry Krause, minacciando addirittura di ritirarsi qualora il fedele Scottie fosse stato ceduto. Lo stesso Pippen era stato scelto dai Seattle SuperSonics nel 1987, salvo poi essere ceduto ai Bulls in cambio di Olden Polynice e scelte future. E se ‘Pip’ fosse rimasto nella ‘Emerald City’? Avremmo avuto lo stesso la dinastia-Jordan?

Una soluzione molto frequente è anche quella di rinunciare a un giovane di prospettiva per arrivare a un campione fatto e finito. Due casi su tutti dimostrano come tale manovra possa avere esiti contrapposti: nel 1996, gli Charlotte Hornets diedero un giovanissimo Kobe Bryant ai Lakers (dopo un’accurata manipolazione del GM gialloviola Jerry West e dell’entourage del giocatore, va specificato) in cambio di Vlade Divac, mentre nel 2014 i Cleveland Cavaliers spedirono la prima scelta assoluta Andrew Wiggins ai Minnesota Timberwolves nella trade che portò in Ohio, qualche settimana dopo il draft, Kevin Love. Nel primo caso, il veterano Divac fu solo di passaggio a Charlotte, mentre Kobe divenne il simbolo dei Lakers nel ventennio successivo. Inoltre, la cessione del serbo permise di liberare lo spazio salariale necessario per mettere a contratto tale Shaquille O’Neal. L’operazione-Wiggins creò non pochi scetticismi all’epoca, ma lo storico titolo di Cleveland e le difficoltà incontrate dal giovane canadese a Minneapolis sembrano aver già decretato la vincitrice dello scambio.

‘Bust’ o ‘steal’?

Greg Oden (a sinistra) e Kevin Durant, prima e seconda scelta del draft 2007

Greg Oden (a sinistra) e Kevin Durant, prima e seconda scelta del draft 2007

I giorni, le settimane, i mesi che precedono il draft sono un autentico tormento per i general manager NBA. Dalle scelte che faranno dipenderà il loro futuro, oltre a quello della loro franchigia, e un’ampia moltitudine di fattori può trasformare queste selezioni in ‘bust’ o in ‘steal’, finendo inevitabilmente per condizionare la loro carriera dirigenziale.
Si parla di ‘bust’ quando un giocatore chiamato molto in alto si rivela non all’altezza delle aspettative, con un rendimento molto inferiore rispetto a quello di giocatori scelti più tardi nel corso dello stesso draft. Queste valutazioni non dovrebbero prescindere da un’attenta analisi del contesto e del percorso dei prospetti. Generalmente viene considerata come il più grande flop della storia del draft NBA la scelta fatta da Portland nel 1984, quando preferì Sam Bowie a Michael Jordan (selezionato subito dopo da Chicago). Alla luce delle carriere dei due fu ovviamente una decisione criticabile, ma è anche vero che i Blazers avevano già un astro nascente nel ruolo di Jordan (Clyde Drexler, arrivato l’anno prima) e, avendo perso Hakeem Olajuwon, scelto con la prima chiamata da Houston, vollero puntare su un lungo dall’ottimo curriculum universitario come Bowie. Dopo una discreta stagione da rookie (10 punti e 8.6 rimbalzi di media), fu bersagliato da una serie di infortuni che ne condizionò la carriera. Sempre Portland selezionò, con la prima scelta assoluta al draft 2007, il centro di Ohio State Greg Oden, preferendolo al futuro MVP Kevin Durant, ma quella scelta fu condivisa quasi all’unanimità; Oden mostrava enormi potenzialità e (forse) nessuno poteva prevedere che tutti quegli infortuni lo avrebbero quasi costretto al ritiro nel giro di pochissime stagioni.
Più criticabili, magari, le prime scelte assolute dei draft 1998, 2001 e 2013, rispettivamente Michael Olowokandi per i Los Angeles Clippers, Kwame Brown per i Washington Wizards e Anthony Bennett per i Cleveland Cavaliers, giocatori rimasti sempre in salute nel corso degli anni e scelti prima di altri pari ruolo come Tyson Chandler e Dirk Nowitzki, entrambi protagonisti della vittoria del titolo NBA 2011 con i Dallas Mavericks, o Giannis Antetokounmpo, che oggi è una stella assoluta. La loro carriera prima del professionismo, però, era stata molto promettente e, in ogni caso, facevano tutti parte di classi piuttosto povere di talento. Il discorso cambia nel caso di giocatori come Darko Milicic e Hasheem Thabeet, seconde scelte assolute di due draft (2003 e 2009). A proposito del 2009; quell’anno, i Minnesota Timberwolves avevano sia la quinta, che la sesta chiamata. Le utilizzarono entrambe per selezionare delle point guard: Ricky Rubio e Jonny Flynn. Subito dopo toccò agli Warriors, che optarono per uno ‘smilzo’ playmaker in uscita dal piccolo Davidson College: si chiamava Stephen Curry.

Ricky Rubio (a sinistra) fu scelto prima di Stephen Curry al draft 2009

Ricky Rubio (a sinistra) fu scelto prima di Stephen Curry al draft 2009

Dura la vita di chi può scegliere tra i primi, dunque… Spesso va decisamente meglio a chi deve pescare più in basso e magari, a distanza di anni, si trova tra le mani la superstar che in pochi si aspettavano (la cosiddetta steal of the draft). Succede così che 12 squadre (13, considerando che anche Charlotte lo scambiò con i Lakers per Vlade Divac) snobbino un ragazzino proveniente dalla high school di nome Kobe Bryant, il cui cognome oggi è stampato su milioni di maglie in tutto il mondo. Altri 12 team non scelsero colui che diventò “The Mailman”, Karl Malone; molte più squadre fecero volentieri a meno di Kawhi Leonard (chiamata numero 15 al draft 2011), Giannis Atetokounmpo (15° nel 2013), Joe Dumars (18° nel 1985), Rajon Rondo (21° nel 2006), Dennis Rodman (27° scelta nel 1986), Tony Parker (28° nel 2001), Jimmy Butler (30° nel 2011), Gilbert Arenas (31° nel 2001), Draymond Green (35° nel 2012), Nikola Jokic (41° nel 2014), Marc Gasol (47° nel 2007), Manu Ginobili (57° nel 1999) e Isaiah Thomas (60° e ultimo nel particolarissimo draft 2011). C’è anche chi, al draft, non è stato chiamato da nessuno, salvo poi ritagliarsi un ruolo di primo piano nella lega: vedere, per credere, le storie di Bruce Bowen, Avery Johnson, John Starks, Ben Wallace (quattro volte All-Star e Difensore dell’Anno, nonché ‘MVP occulto’ delle Finals 2004) e la coppia Jeremy Lin –  Fred VanVleet, campioni NBA 2019 con i Toronto Raptors.

Per sapere se dal prossimo draft uscirà il nuovo volto della NBA bisognerà probabilmente aspettare parecchi anni; basteranno poche ore, invece, per scoprire con quale cappellino inizierà l’avventura nella lega di trenta ragazzini, che si troveranno di colpo ricchi e famosi… Buon draft!

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