10 motivi per seguire la stagione NBA 2018/19 | Nba Passion
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10 motivi per seguire la stagione NBA 2018/19

10 motivi per seguire la stagione NBA 2018/19

Dopo un’attesa apparentemente eterna, la stagione NBA 2018/19 sta finalmente per iniziare. Al termine di una lunga estate, le trenta franchigie hanno scaldato per bene i motori fra training camp e preseason, ma da oggi si inizia a fare sul serio. Da quando i Golden State Warriors si sono imposti come la squadra da battere, in molti hanno iniziato a definire la lega di Adam Silver ‘noiosa’ e ‘prevedibile’. Eppure, milioni di appassionati attendono in fibrillazione la metà di ottobre per rivedere in campo i più grandi cestisti del pianeta. Questo perché, che si voglia ammettere o meno, ogni nuova stagione presenta svariati motivi di interesse. Come ormai da tradizione, andiamo ad analizzare i dieci temi principali dell’imminente campionato. Sarà interessante, a giochi fatti, riprendere queste righe e scoprire ciò che ci avrà sorpreso o deluso.
Quest’anno, dei nostri 10 motivi abbiamo parlato anche con Flavio Tranquillo, in un’intervista che trovate sul nostro canale YouTube e su NBAPassion.com.
Cominciamo subito e, mai come stavolta, non possiamo che iniziare con…

 

1 – L.A. Bron

LeBron James con la nuova divisa 2018/19 dei Lakers

LeBron James con la nuova divisa 2018/19 dei Lakers

Il passaggio di LeBron James ai Los Angeles Lakers è un evento di proporzioni epiche, un assoluto punto di svolta per la storia NBA. Da una parte riapre la competizione nella Eastern Conference (ne parleremo più avanti) e innalza alle stelle il già elevatissimo livello medio sulla West Coast, dall’altra unisce le strade del più grande giocatore vivente e di una delle squadre più amate al mondo in un’operazione di marketing senza precedenti. Ciò premesso, come si ‘sposeranno’ le due parti, a livello prettamente cestistico?

Gran parte dell’esito dipenderà dal tipo di approccio con cui il Re affronterà la sua esperienza californiana. Se l’idea (avallata dalla dirigenza, con cui ha discusso prima di firmare) è quella di fare dei Lakers una versione 2.0. dei Cavs – palla e potere a LeBron, e tutti gli altri a muoversi di conseguenza – il risultato appare scontato, visto che, al momento, il supporting cast gialloviola non vale quello ben più esperto che King James aveva a Cleveland. Qualora invece LBJ fosse sbarcato a L.A. con il proposito di mettersi per la prima volta a disposizione di un sistema di gioco, impreziosendolo con il suo smisurato talento anziché ‘incorporandolo’ completamente, il discorso si farebbe ben più interessante. Alcuni indizi portano a pensare al LeBron ‘vecchia maniera; dall’improvvisa ondata di veterani giunti in California a fargli da ‘scudieri’ (Rajon Rondo, Lance Stephenson, Michael Beasley, JaVale McGee) al fortissimo sospetto che James fosse sicuro dell’arrivo di almeno altre due star, con cui formare una nuova versione dei ‘Big Three’. Non è successo quest’anno, ma nulla esclude che possa accadere nel 2019.
La seconda ipotesi, invece, è avvallata dal fatto che il Re sia giunto inevitabilmente all’ultima, grande corsa della sua carriera. Per provare a vincere di nuovo, quindi a battere gli inaffondabili Warriors, dovrà per forza escogitare qualcosa di diverso; il risultato delle ultime due serie finali parla molto chiaro…

Qualunque sia la versione losangelina di LeBron, di certo la sua mera presenza basterà a mettere una grandissima pressione sulle spalle dei giovani talenti del roster, quelli su cui i Lakers puntano a prescindere. Più che Kyle Kuzma e Josh Hart, piacevoli sorprese del draft 2017, gli osservati speciali di questo 2018/19 saranno Lonzo Ball e Brandon Ingram. Selezionati con la seconda chiamata assoluta dei rispettivi draft, dovranno dimostrarsi all’altezza delle elevatissime aspettative del loro nuovo capitano. Ball, dopo una stagione da rookie senza particolari lampi, dovrà confermare di poter essere il ‘motore’ della squadra, come Magic Johnson aveva predetto. Ingram, cresciuto meno del previsto nelle prime due stagioni da professionista, è invece atteso all’anno della consacrazione, sia a livello prettamente realizzativo, che come giocatore a tutto tondo; per lui, le responsabilità aumenteranno sensibilmente.
Magari la prossima estate porterà in dote qualche fenomeno (i nomi più gettonati sono Kawhi Leonard e Jimmy Butler, l’eterna suggestione è Kevin Durant) che cancellerà di colpo i progetti a lungo termine. E’indubbio, però, come questo 2018/19 rappresenti uno snodo cruciale, per la storia della franchigia e per la carriera del Prescelto.

 

2 – Invincibili?

Il 'Dream Team' 2018/19 degli Warriors. Da sinistra, Kevin Durant, Draymond Green, Stephen Curry, Klay Thompson e DeMarcus Cousins

Il ‘Dream Team’ 2018/19 degli Warriors. Da sinistra, Kevin Durant, Draymond Green, Stephen Curry, Klay Thompson e DeMarcus Cousins

Archiviato definitivamente l’ ‘incidente di percorso’ del 2016, nell’ultimo biennio i Golden State Warriors hanno messo bene in chiaro che la squadra non solo da battere, ma con cui cercare di competere, è una sola. Ogni stagione ha portato nella Baia qualche miglioramento, piccolo o grande che fosse, fino ad imporre alla lega una vera e propria dinastia. La disarmante facilità con cui gli uomini di Steve Kerr hanno dominato le ultime due edizioni dei playoff (con la notevole eccezione delle scorse finali di Conference contro i Rockets) ha fatto suonare un forte campanello d’allarme: questi Warriors sono imbattibili. Quando poi è giunta la notizia dell’aggiunta estiva di DeMarcus Cousins… apriti cielo! La franchigia meglio gestita e più innovativa nella storia del basket americano è diventata di colpo quella che ha “rovinato la NBA” per colpa di una dirigenza e di alcuni giocatori “dal dubbio valore etico”. Mentre noi ci interroghiamo sulle differenze tra “fare al meglio il proprio lavoro” e “(stra)vincere aggirando le regole”, Golden State si prepara alla stagione che potrebbe regalarle uno storico three-peat (riuscito solo ai Celtics di Bill Russell, ai Bulls di Jordan e Pippen e ai Lakers di Kobe e Shaq, altre squadre che hanno “rovinato la NBA” in passato).

Sulla carta non c’è nessuna squadra in grado di competere con il livello di perfezione raggiunto dalla franchigia, ma la storia ci insegna che, sulla carta, non si è mai vinto niente. Quello che appare più evidente è che i principali avversari di questi Warriors possano essere…gli Warriors stessi. Dopo le ultime Finals, David West (ritiratosi in estate) aveva pubblicamente ammesso l’esistenza di non meglio precisate ‘vicissitudini interne’ che avrebbero minato la stabilità del gruppo nel corso della stagione. Anche Steve Kerr, che alla vigilia dell’ultimo All-Star Game descriveva i suoi giocatori come ‘fritti’, ha associato l’imminente 2018/19 all’ “ultimo ballo” dei Chicago Bulls 1997/98, così definito da Phil Jackson nell’autobiografia Eleven Rings. Ciò che successe a quei Bulls è la dimostrazione di come, a volte, mantenere intatta una squadra così grande sia difficile quasi quanto costruirla. Ecco dunque che il pensiero va già alla prossima estate, quella del trasferimento da Oakland a San Francisco, con i contratti in scadenza di Kevin Durant e Klay Thompson e le complicate decisioni che ne conseguiranno. Ma, prima di allora, c’è un altro titolo NBA da conquistare, e non sulla carta.

Le insidie, lungo la strada, non mancheranno. Dalla carenza di stimoli al perenne mirino puntato contro, dall’invecchiamento di storici ‘gregari’ come Andre Iguodala e Shaun Livingston fino alle incognite sull’inserimento di Cousins, se e quando si rimetterà dall’infortunio al tendine d’Achille. Riuscirà Kerr ad aggiungere un All-Star dal talento e dalla personalità così ingombranti alla perfetta miscela di classe, disciplina, abnegazione e ‘follia’ creata con Stephen Curry, Draymond Green e compagni? Oppure DMC si rivelerà l’ingrediente che rovina la torta?
Di sicuro, una squadra con un potenziale del genere non si era mai vista. Che sia o no “l’ultimo ballo”, che questa franchigia abbia “rovinato” o meno la NBA, godiamoci lo spettacolo.

 

3 – Primi sfidanti

A ovest, le più credibili alternative agli Warriors sembrano i Thunder di Russell Westbrook e i Rockets di James Harden

A ovest, le più credibili alternative agli Warriors sembrano i Thunder di Russell Westbrook e i Rockets di James Harden

Se mai Golden State dovesse ‘cadere’ sulla strada verso il three-peat, i primi ad approfittarne potrebbero essere Houston Rockets e Oklahoma City Thunder. Entrambe le franchigie giungono a questo 2018/19 cariche di aspettative e, soprattutto, di motivazioni; un fattore che potrebbe – in parte – colmare il gap tecnico con gli Warriors.

I texani arrivano dalla miglior stagione della loro storia (in termini numerici, meglio anche dei Rockets di Hakeem Olajuwon), chiusa a una vittoria dalle Finals e con un James Harden eletto MVP della lega. Pur giocate senza l’infortunato Chris Paul, le gare decisive della serie contro Golden State hanno messo in evidenza il maggiore limite dei Rockets; l’incapacità di trovare soluzioni di riserva nei momenti di difficoltà. Che poi è ciò che contraddistingue una squadra da titolo. In estate, coach Mike D’Antoni e il GM Daryl Morey hanno provato a rimediare. Prima il rinnovo di Clint Capela e quello (molto caro) di CP3, poi lo ‘svecchiamento’ della panchina, con gli innesti di Michael Carter-Williams, James Ennis e Marquese Chriss e le partenze dei veterani Luc Mbah a Moute e Trevor Ariza. Infine l’innesto di Carmelo Anthony. L’ex stella di Denver e New York è in un momento molto particolare della carriera. Dopo troppe stagioni avare di risultati di squadra, non potrà permettersi di anteporre le sue esigenze a quelle del collettivo, pena la definitiva e indelebile etichetta di ‘elemento dannoso’ a cui sembra sempre più vicino.

A proposito di ‘Melo, anche i Thunder, dopo averlo – senza mezzi termini – ‘scaricato’, si presentano a questo 2018/19 con una gran voglia di riscatto. La scorsa è stata una stagione molto deludente, accompagnata dall’eterna sensazione che la scintilla, prima o poi, sarebbe arrivata. Invece non è arrivato niente, e gli Utah Jazz di Donovan Mitchell hanno ‘pasteggiato’ allegramente con la loro carcassa al primo turno di playoff. Tra quella e questa OKC, però, c’è una sostanziale differenza: la prima era una squadra dal futuro incerto, con le contemporanee scadenze dei contratti di Anthony e Paul George e nessuna garanzia sul loro rinnovo. I nuovi Thunder, invece, sono un progetto a medio/lungo termine. PG13 ha rinnovato per quattro anni (mentre Carmelo, mai del tutto integrato nel sistema di Billy Donovan, è stato lasciato andare), e gli altri due pilastri del gruppo, Russell Westbrook e Steven Adams, saranno a contratto almeno fino al 2021. Decisamente un ottimo punto di partenza, per provare a costruire qualcosa di importante. Aggiungiamo che il supporting cast comprende molti giovani (Jerami Grant, Terrance Ferguson e i neoacquisti Dennis Schroder, Nerlens Noel, Timothe Luwawu-Cabarrot, Hamidou Diallo e Abdel Nader) e che Westbrook sarà chiamato a una difficile, ma non impossibile prova di maturità, e otteniamo tutti i presupposti affinchè questi Thunder possano fare molto rumore.

 

4 – E’ ancora l’anno di Minnesota?

Le strade di Jimmy Butler, Karl-Anthony Towns (#32) e Andrew Wiggins (#22) sono destinate a separarsi, in questo 2018/19

Le strade di Jimmy Butler, Karl-Anthony Towns (#32) e Andrew Wiggins (#22) sono destinate a separarsi, in questo 2018/19

Li aspettavano tutti. I Minnesota Timberwolves, reduci da un decennio buio, sembravano pronti a conquistare la NBA. Gli arrivi di due potenziali stelle come Andrew Wiggins e Karl-Anthony Towns, prime scelte assolute dei rispettivi draft e indiscussi Rookie Of The Year nel 2015 e 2016, avevano fatto venire l’acquolina in bocca a tutti, in primis ai loro tifosi. “E’ l’anno di Minnesota”, si dice ormai da un paio di stagioni. All’alba di questo 2018/19, però, è evidente che qualcosa si sia inceppato. L’occasione per il grande salto era arrivata nel 2017 con l’approdo di Jimmy Butler, indomito lottatore e giocatore di enorme qualità, sia in attacco che in difesa. Con lui e con Tom Thibodeau, salito alla ribalta come ‘architetto’ della difesa dei Boston Celtics versione ‘Big Three’, la franchigia pensava di raggiungere il livello successivo, che l’avrebbe portata a competere con le migliori. Un anno dopo, lo scenario è stravolto; il 2017/18 ha visto i playoff conquistati in extremis e finiti immediatamente, contro dei Rockets infinitamente superiori, e Butler ha espresso chiaramente l’intenzione di cambiare aria.

Alla base dell’insoddisfazione dell’ex guardia dei Bulls ci sarebbe una certezza: Wiggins e Towns non sono dei leader, non possono guidare questa squadra ad alcun traguardo. Più che i risultati (Wolves stabilmente intorno alla terza posizione con Butler in campo, quasi fuori dai playoff dopo il suo infortunio), a supportare la tesi di ‘Jimmy G. Buckets’ c’è l’atteggiamento con cui Minnesota è apparsa in campo in sua assenza. La totale mancanza di intensità e di applicazione difensiva, evidente soprattutto nei due giovani talenti, contrasta non solo con l’approccio al gioco di Butler, ma soprattutto con quello predicato da Thibodeau. A prescindere da come finisca la telenovela (il numero 23 inizierà la stagione con la squadra, ma il suo futuro è certamente lontano dal Minnesota), è chiaro come le filosofie di coaching staff e giocatori di punta siano tra loro inconciliabili. Di recente è stato lo stesso Butler a confermarlo, nel corso di un’intervista televisiva: “Per me la priorità è vincere le partite, per qualcun altro non lo è”.
In mezzo a questa bufera, i T’Wolves si preparano ad affrontare una stagione cruciale. La riconferma del piazzamento playoff è tutt’altro che scontata, vista l’agguerrita concorrenza, e un eventuale fallimento farebbe crollare definitivamente il castello. Più che per l’allenatore, la cui permanenza a Minneapolis sembra ormai compromessa, il 2018/19 sarà importantissimo per Wiggins e Towns, chiamati a smentire Butler e a dimostrare di poter fare realmente la differenza. Dovessero riuscire nel tanto atteso salto di qualità, “l’anno di Minnesota” potrebbe essere ancora il prossimo…

 

5 – Game of Thrones

I Celtics di Kyrie Irving e i Sixers di Ben Simmons si preparano a dare la caccia al trono dell'est in questo 2018/19

I Celtics di Kyrie Irving e i Sixers di Ben Simmons si preparano a dare la caccia al trono dell’est in questo 2018/19

L’approdo di LeBron James nella Western Conference dà il via ad un’interessantissima ‘lotta per la successione’ a Est. Dopo un decennio in cui le sue squadre (Miami e Cleveland) hanno cancellato via via i sogni di gloria delle possibili rivali, questo 2018/19 rappresenta per alcune franchigie un’imperdibile occasione per arrivare fino in fondo.
I maggiori indiziati sembrano i Boston Celtics, che l’anno scorso si erano dovuti inchinare al Re al termine di gara-7 della finale di Conference. Se consideriamo che la truppa di Brad Stevens è arrivata fino a quel punto senza gli infortunati Kyrie Irving e Gordon Hayward, è facile presumere che, con il ritorno dei due All-Star, la strada sia spianata. Guai però a dare per scontato che vedremo i Celtics alle prossime Finals. Reinserire Irving e (soprattutto) Hayward in un gruppo che ha fatto così bene comporterà un’inevitabile riduzione di minutaggio e responsabilità per i vari Terry Rozier, Marcus Smart e Marcus Morris, tutti grandi protagonisti nella passata stagione. E che dire di Jaylen Brown e Jayson Tatum? Il 2017/18 li aveva visti irrompere di prepotenza nel novero delle future star NBA, ma ora le gerarchie cambieranno. I ragazzi sembrano già abbastanza maturi per accettare di buon grado di farsi da parte e aspettare il loro turno, ma dovranno essere bravi a dimostrare questa ‘abnegazione’ sul campo, per tutta la stagione.

A frenare la corsa dei biancoverdi potrebbero essere i Toronto Raptors. La trade che ha portato DeMar DeRozan (uomo-franchigia e titolare di un lungo contratto) a San Antonio e Kawhi Leonard (in scadenza e con scarse probabilità di rinnovo) in Canada potrebbe aver compromesso il futuro a medio termine, ma in questo 2018/19 la squadra di Nick Nurse potrebbe davvero tentare il ‘colpaccio’. La panchina, l’anno scorso la migliore della lega, è rimasta pressochè inalterata; perso l’ottimo Jakob Poltl, è arrivato il più esperto (ma troppo incostante) Greg Monroe. Danny Green, altra contropartita nello scambio con gli Spurs, si aggiunge ai tanti, grandi difensori presenti nel roster (O.G. Anunoby, Serge Ibaka, lo stesso Kyle Lowry, ognuno nella propria categoria). E poi c’è Leonard, che non solo è un difensore straordinario, ma che può anche rappresentare il fulcro dell’attacco (chiedere agli Spurs, con cui nel 2016/17 fu un candidato MVP). Colui che ha ‘rinnegato’ la famiglia nero-argento ha tutte le carte in regola per dominare la Eastern Conference, e i Raptors sono pronti a farsi trascinare laddove nessuno li ha mai portati.

Alle spalle di questi due team troviamo una schiera di outisder pronte ad approfittare della minima incertezza altrui. Per i giovani Philadelphia 76ers di Ben Simmons e Joel Embiid forse è ancora troppo presto. I due sono già sulla soglia della stratosfera NBA, attorno a loro c’è un gruppo solido e affiatato e Markelle Fultz potrebbe finalmente esplodere, ma dovranno giocoforza immagazzinare esperienza per poter arrivare pronti (perché ci arriveranno) ai grandi appuntamenti. Milwaukee Bucks e Washington Wizards sono perennemente a ‘rischio-incompiuta’, mentre per gli Indiana Pacers sarebbe un’impresa titanica migliorare a tal punto da conquistare le Finals. Se c’è però una stagione in cui ci si devono attendere sorprese (almeno ad Est), è proprio questa.

 

6 – Eastern Conference: la terra delle opportunità

Nella corsa ai playoff 2018/19 potremmo trovare anche i Bulls di Lauri Markkanen e i Cavs di Kevin Love

Nella corsa ai playoff 2018/19 potremmo trovare anche i Bulls di Lauri Markkanen e i Cavs di Kevin Love

Oltre che ai piani alti, la Eastern Conference 2018/19 vedrà molta incertezza anche nella corsa agli ultimi piazzamenti ai playoff. Considerando Boston, Toronto e Philadelphia pressochè certe di giocare la post-season, Washington, Milwaukee e Indiana abbastanza sicure della qualificazione, ed escludendo con ogni probabilità gli Atlanta Hawks in ricostruzione, rimangono otto squadre potenzialmente in grado di lottare per gli ultimi due posti. Questo gruppo si può suddividere in due fasce: le franchigie emergenti e quelle in fase calante.

Nella prima categoria troviamo Orlando Magic, Brooklyn Nets, New York Knicks e Chicago Bulls. In un’ipotetica griglia di partenza sono quelle che partono più indietro, vista l’inesperienza di molti membri dei rispettivi roster. Per loro, arrivare ai playoff sarebbe un successo clamoroso. Però l’eventuale esplosione dei giocatori chiave potrebbe di colpo cambiare le prospettive. D’altronde i Pacers, l’anno scorso, partivano con idee di ricostruzione, salvo poi scoprire un Victor Oladipo versione All-Star e diventare improvvisamente la mina vagante della Conference. Senza la pressione di doversi qualificare a tutti i costi, tra queste quattro potrebbe celarsi la sorpresa dell’anno.
Una pressione che, invece, avranno Miami Heat, Detroit Pistons, Charlotte Hornets e Cleveland Cavaliers. Si trovano tutte in quello scomodo limbo che separa le credibili contender e le squadre in rebuilding, per cui non possono fare altro che sperare di arrivare più lontano possibile con i pochi margini di manovra a disposizione. Nei loro organici ci sono diversi All-Star (Blake Griffin, Andre Drummond, Kemba Walker, Kevin Love) che vorranno certamente prendersi il centro del palcoscenico, ora che il Re ha cambiato costa.
Cosa troveremo ai prossimi playoff? Una Eastern Conference ‘conservatrice’ o un esercito di nuovi protagonisti, giovani e affamati? Non ci resta che metterci comodi e scoprire la soluzione del giallo.

 

7 – Diventerai un All-Star

Da sinistra, Victor Oladipo, Joel Embiid e Bradley Beal, tutti debuttanti all'ultimo All-Star Game. A chi toccherà nel 2018/19?

Da sinistra, Victor Oladipo, Joel Embiid e Bradley Beal, tutti debuttanti all’ultimo All-Star Game. A chi toccherà nel 2018/19?

A proposito di nuovi protagonisti. Le fortune delle aspiranti outsider, come detto, dipenderanno dall’eventuale esplosione di alcuni giocatori. Trovarsi all’improvviso un All-Star in casa può stravolgere un progetto, trasformando una stagione di transizione in un’entusiasmante corsa tra le grandi. Il caso di Victor Oladipo è stato certamente il più eclatante degli ultimi anni. Gli stessi Indiana Pacers avevano già vissuto situazioni simili in passato, con gli inattesi exploit di Danny Granger (rimasto poi una ‘meteora’) e Paul George (che di Granger avrebbe dovuto essere la riserva).
Cercare il ‘nuovo Oladipo’ è uno degli aspetti più intriganti di ogni stagione NBA. Anche se non dovesse ripetersi un’escalation così clamorosa, sarà comunque interessante vedere quali giocatori riusciranno a salire di livello, magari quel tanto che basta per essere convocati per la prima volta alla partita delle stelle.
L’anno scorso, a debuttare furono dei ‘predestinati’ come Joel Embiid (partito addirittura in quintetto), Karl-Anthony Towns e Kristaps Porzingis (costretto poi a saltare l’evento per infortunio). Se per loro era semplicemente questione di tempo, per Bradley Beal e Goran Dragic, oltre che per lo stesso Oladipo, la chiamata fra le stelle era tutt’altro che scontata.

Con una Western Conference che pullula di All-Star, il giocatore-rivelazione del 2018/19 potrebbe più facilmente nascondersi a Est. Se Ben Simmons è da considerarsi fuori concorso (non stupiamoci di vederlo fra i titolari, nella notte di Charlotte), tanti altri giovani saranno chiamati al definitivo salto di qualità. A Indianapolis, ad esempio, si aspettano che Oladipo venga affiancato da Myles Turner, colui sul quale – nei piani iniziali – si sarebbe dovuto ricostruire. A Orlando, in attesa di capire quanto valgono Jonathan Isaac e Mohamed Bamba, potrebbe essere Aaron Gordon a prendere il timone. Idem dicasi per D’Angelo Russell a Brooklyn e per Tim Hardaway Jr. (ad oggi il più pronto, nel cantiere aperto dei Knicks) a Manhattan.
Parlando di potenziali breakout players, ad averne più di tutti sono i Chicago Bulls. Se almeno uno tra Jabari Parker, Zach LaVine e Kris Dunn (Lauri Markkanen e Wendell Carter Jr. hanno appena cominciato) dovesse riuscire a mantenere le grandi promesse iniziali, ecco che i playoff non sarebbero più un miraggio.
Per molti, se non per tutti i giocatori fin qui citati, il 2018/19 rappresenta un bivio cruciale. Se il tanto atteso exploit non dovesse arrivare, la fastidiosa etichetta di ‘promessa non mantenuta’ rischierebbe di accompagnarli in eterno.

 

8 – Avanti il prossimo

La classe di rookie 2018/19

La classe di rookie 2018/19

Come ogni anno, particolare attenzione verrà riservata alle matricole. Dopo gli incredibili debutti di Ben Simmons, Donovan Mitchell e Jayson Tatum (ma anche di Kyle Kuzma, Lauri Markkanen e Dennis Smith Jr.) nella scorsa stagione, per i rookie 2018/19 sarà quasi impossibile reggere il confronto. Eppure, anche l’ultima infornata di talenti ha portato nella lega dei prospetti potenzialmente in grado di cambiare le sorti delle rispettive franchigie.

Se, sulla carta, quello del 2017 era il draft dei playmaker (Fultz, Ball, eccetera), l’ultima edizione era ricca di lunghi interessanti. I primi due selezionati, DeAndre Ayton e Marvin Bagley, potrebbero garantire un impatto immediato, in termini di punti e rimbalzi, nel reparto avanzato di Phoenix Suns e Sacramento Kings. Due squadre che, con il loro innesto, non si giocheranno da subito l’accesso ai playoff, ma che daranno ampio spazio ai due big men per renderli pietre angolari della loro ricostruzione. Tra gli altri lunghi chiamati in lotteria, quelli dalle prospettive più intriganti sono Jaren Jackson Jr. (Memphis) e Mohamed Bamba (Orlando). Magari avranno bisogno di qualche stagione di ‘rodaggio’, ma hanno tutte le caratteristiche, sia fisiche che tecniche, per arricchire la crescente popolazione di ‘unicorni’ della NBA.
Minori margini di crescita, ma maggiori chance di dare subito un solido contributo, per Wendell Carter Jr., chiamato dai Chicago Bulls dopo una stagione passata al fianco di Bagley a Duke.
Restando in tema dei cosiddetti ‘NBA ready’, tra gli esterni troviamo Miles Bridges, degli Charlotte Hornets. Il prodotto da Michigan State potrebbe far registrare cifre importanti, in una squadra che ha disperato bisogno di qualcuno che aiuti Kemba Walker in fase realizzativa. Della stessa categoria fa parte Grayson Allen, che arriva agli Utah Jazz dopo una lunga e decorata carriera collegiale alla corte di Coach K.

Ogni classe, però, ha le sue punte di diamante, quei giocatori accompagnati nella NBA da enormi aspettative. In questo 2018/19, oltre che ad Ayton (se non altro per il fatto di essere stato chiamato per primo), toccherà a Luka Doncic. Lo sloveno, a soli diciannove anni, può vantare un palmares che farebbe impallidire i veterani più navigati; vincitore dell’Eurolega (da MVP del torneo e delle Final Four) nel 2018, campione d’Europa con la nazionale nel 2017, tre volte campione di Spagna, di cui l’ultima da MVP del campionato, una Coppa del Re (sempre con la maglia del Real Madrid) e svariati riconoscimenti individuali. Il passato ci insegna che Europa e NBA sono due pianeti diversi, anche per i giocatori più talentuosi (chiedere a Mario Hezonja, letteralmente ‘annegato’ in un mare di attese non ripagate). Doncic, però, farà il suo debutto tra i professionisti in uno dei migliori contesti possibili, quei Dallas Mavericks guidati da coach Rick Carlisle e dal più grande cestista europeo di sempre, Dirk Nowitzki.
Il talento sloveno è finito in Texas dopo essere stato scelto dagli Hawks con la terza chiamata. Al suo posto, ad Atlanta è arrivato Trae Young (oltre alla scelta al primo giro del 2019), accompagnato dalla scomoda nomea di ‘nuovo Steph Curry’ per lo sconfinato range di tiro. Se riuscirà a lasciarsi alle spalle l’inopportuno paragone e a costruirsi una credibilità tutta sua, potrebbe essere un pilastro fondamentale di una squadra già proiettata nel futuro. Anche Collin Sexton farà i conti con un elevato carico di responsabilità. Dovrà infatti cercare di scacciare più velocemente il ricordo di LeBron James, magari aiutando Kevin Love a trascinare i Cleveland Cavaliers ai playoff.
Fra i prospetti da tenere d’occhio in questo 2018/19, meglio segnare su un taccuino i nomi di Kevin Knox e Shai Gilgeous-Alexander, entrambi allievi di coach John Calipari a Kentucky. New York Knicks e Los Angeles Clippers aspettano con impazienza la prossima free-agency per dare la caccia a qualche All-Star, ma chissà che non si accorgano di averla già in casa, una stella.

 

9 – The real MVP

La sobrietà di James Harden, eletto MVP nel 2017/18

La sobrietà di James Harden, eletto MVP nel 2017/18

E’ vero, il concetto di Most Valuable Player, massimo riconoscimento individuale nel basket NBA, stride un po’ con quello di ‘gioco di squadra’. Anche perché gli ultimi tre MVP (compreso Stephen Curry, eletto all’unanimità nel 2016) non hanno poi vinto il titolo a fine stagione. Venire nominato miglior giocatore di un’intera annata NBA, però, ti proietta in eterno nell’Olimpo dei più grandi, è una testimonianza tangibile del tuo impatto sulla lega. E spesso, come nel caso di James Harden, questo riconoscimento arriva per aver guidato la tua squadra a un risultato eccellente. In un’epoca storica stracolma di fenomeni, la corsa all’MVP è ogni anno più agguerrita, e l’imminente 2018/19 non sembra fare eccezione.

In fase di pronostici, solitamente si danno per favoriti quei giocatori che svettano nettamente, in quanto a talento, sui compagni di squadra, e allo stesso tempo si trovano in un contesto vincente. Ecco allora emergere i primi nomi: Giannis Antetokounmpo e Kawhi Leonard. Milwaukee e Toronto hanno realistiche possibilità di lottare per le primissime posizioni in una Eastern Conference rimasta senza Re, e le loro sorti dipenderanno principalmente dalle prestazioni delle loro star incontrastate. Idem dicasi per LeBron James, ora al comando dei Los Angeles Lakers. Se il talento non è mai stato in discussione, la condizione fisica e la capacità di controllare mentalmente ogni partita non sono mai arrivate ai livelli dell’ultima stagione. Resta semmai da capire se, effettivamente, i Lakers siano una squadra competitiva.
Anche le possibilità di Anthony Davis, finalista con Harden e James nel 2017/18, passano per i risultati di una squadra tutta da decifrare; i suoi Pelicans, reduci da un’ottima stagione, non avranno certo vita facile nella selvaggia lotta per i playoff dell’Ovest.

Le altre contender hanno filosofie di gioco più improntate sul collettivo, che sul singolo giocatore. E’ per questo che fuoriclasse del calibro di Kevin Durant, Stephen Curry e Kyrie Irving (ma anche Ben Simmons e Joel Embiid, in caso di sorprese) potrebbero risultare ‘penalizzati ‘nella corsa. Gli ultimi due vincitori del trofeo, James Harden e Russell Westbrook, fanno invece parte di due progetti che puntano a distaccarsi dal concetto di ‘one man show’ visto nelle stagioni precedenti. Gli Houston Rockets avranno sempre il numero 13 come punto di riferimento, ma per sperare di battere Golden State dovranno affidare responsabilità e possessi anche ai nuovi arrivati (su tutti Carmelo Anthony) e ai super-remunerati Chris Paul e Clint Capela. Gli Oklahoma City Thunder hanno capito che un Westbrook sovrumano non è sufficiente, se intorno non si costruisce qualcosa. E in questo 2018/19, intorno a ‘Mr. Triple-Double’ ci sarà un roster molto più competitivo, impreziosito da un All-Star come Paul George che, a differenza della passata stagione, non sarà più ‘di passaggio’.

Per individuare i possibili outsider nella caccia all’MVP dobbiamo cercare tra le squadre che potrebbero stupire, un po’ come fece New Orleans l’anno scorso. Agli scommettitori più audaci potrebbero quindi far gola i nomi di Victor Oladipo (Indiana), John Wall (Washington), Damian Lillard (Portland) e Donovan Mitchell (Utah). Letti ad ottobre, sono pronostici ai limiti della follia, ma… ricordatevi della percentuale, in caso di vincita!

 

10 – Italians

Per Danilo Gallinari (Clippers) e Marco Belinelli (Spurs) il 2018/19 si presenta ricco di incognite

Per Danilo Gallinari (Clippers) e Marco Belinelli (Spurs) il 2018/19 si presenta ricco di incognite

Divenuti ormai super-veterani NBA, i nostri connazionali si preparano a un 2018/19 che sa tanto di nuovo inizio. Danilo Gallinari è alla seconda stagione con i Los Angeles Clippers, ma la prima l’ha trascorsa più in infermeria, che in campo, tormentato dai problemi a una mano (rotta in circostanze evitabili, va precisato). In questa preseason ha dimostrato di essere in grande spolvero, sia fisicamente, che sul piano realizzativo. La squadra di Doc Rivers è in un periodo di grandi cambiamenti, una fase di passaggio tra l’era ‘Lob City’ e l’estate del 2019, quando partirà la caccia ai grossi free-agent.
Il roster sembra comunque abbastanza attrezzato da poter ambire alla qualificazione ai playoff, dopo una stagione di astinenza. Tra i tanti veterani ci sono grandissimi difensori come Avery Bradley, Patrick Beverley e Luc Mbah a Moute e affidabili realizzatori come Tobias Harris e Lou Williams, Sixth Man Of The Year nel 2017/18. Il reparto lunghi non sarà più impreziosito dallo strapotere atletico di Blake Griffin e DeAndre Jordan, ma Marcin Gortat, Montrezl Harrell e Boban Marjanovic garantiscono una solidità che, forse, i Clippers non hanno mai avuto.
Da tenere d’occhio anche le giovani guardie: oltre a Shai-Gilgeous-Alexander, che potrebbe togliere il posto in quintetto a Milos Teodosic, anche Jerome Robinson, Tyrone Wallace e Sindarius Thornwell cercheranno di guadagnare spazio nelle rotazioni di Rivers. In mezzo a questo interessante mix, il Gallo potrebbe imporsi come il giocatore di riferimento. Il talento c’è, serve solo che rimanga la salute ad assisterlo.

Marco Belinelli arriva da una off-season particolare. Era partito con l’intenzione di restare in un contesto giovane e promettente come Philadelphia, in cui aveva vissuto un’ottima seconda parte di stagione. Poi, però, la dirigenza dei Sixers ha preferito alleggerire il monte salari per puntare (senza risultati) a qualche grosso free-agent, spingendo il Beli a cercare una nuova sistemazione. Quando a bussare alla sua porta è arrivato Gregg Popovich, Marco non ha saputo dire di no.
I San Antonio Spurs del 2018/19, però, sono molto diversi da quelli con cui Belinelli ha vissuto la parentesi più memorabile della sua carriera, culminata con il titolo NBA nel 2014. Senza Tim Duncan, Manu Ginobili, Tony Parker e Kawhi Leonard, la squadra è alla ricerca di una nuova identità, oltre che di un biglietto per i playoff. La presenza di due stelle del calibro di LaMarcus Aldridge e DeMar DeRozan da buone chance di qualificazione ai texani. Il problema è che intorno alla coppia ci sono troppi veterani e che i giovani di punta inizieranno la stagione in borghese. Se Lonnie Walker e Derrick White ne avranno al massimo per un paio di mesi, Dejounte Murray, erede designato (almeno come ruolo sul campo) di Parker, salterà con ogni probabilità l’intera regular season. Da un lato, gli infortuni renderanno ancora più ripida la scalata ai playoff, dall’altro garantiranno un minutaggio molto maggiore a Belinelli. Anche se, facile immaginarlo, di quei minuti Marco avrebbe fatto volentieri a meno…

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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