fbpx
Home NBA, National Basketball AssociationEvidenza Black Sails: Dallas Mavericks

Black Sails: Dallas Mavericks

di Luigi Ercolani

Me, I can’t help myself. I see an opportunity, I take it. It’s a sickness. Truly”. Abbiamo preferito lasciarla così, in originale, perché faceva più effetto. Si legge Black Sails, si scrive Dallas Mavericks.

Il virgolettato è di John Silver, che nel romanzo di Stevenson “L’Isola del tesoro” (di cui Black Sails è un prequel) aggiungerà poi l’aggettivo Long davanti, spiccando per l’ambivalenza del suo carattere.

Se Dirk Nowitzki può essere il testardo e astuto capitano Flint della conosciuta serie tv, Yogi Ferrell è, su tutti, la traduzione in maglia Mavs di John Silver. Giovane, sveglio, e appunto tanto bravo da saper sfruttare l’occasione quando gli si presenta. Come quando da undrafted è passato a essere play titolare di una squadra che fino a qualche giornata dalla fine era in lotta per i playoff.

Una banda di filibustieri vecchi e un po’ meno vecchi sempre pronti a non lasciare nulla d’intentato per arrivare all’obiettivo. In attesa, magari, che Dennis Smith si riveli come il Jim Hawkins del già citato romanzo di Stevenson.

Per guardare la stagione 2017/2018 è necessariamente obbligatorio confrontarsi con l’uomo con cui Mavericks iniziano finiscono da vent’anni a questa parte. Dirk Nowitzki è uno che ha lo sguardo sereno, il tono pacato e una mente lucida, talmente lucida che gli fa aprire bocca se e solo è tenuto a farlo. Dirk è un’eclissi: potrebbe essercene uno simile a lui perché le vie di James Naismith sono infinite, ma uno identico mai. Come Jordan, come Danilovic, come Sabonis, come Gasol.

Dirk Nowitzki, inossidabile baluardo dei Mavericks.

Dallas sa che prima o poi dovrà lasciarlo andare e non vederlo più sul parquet. Ma ci sarà tempo, per il momento è ancora lì a divertirsi e farci divertire.  La stagione 2016/2017 dei Mavericks ha detto chiaro e tondo che Dallas ad oggi non è una squadra da playoff, figurarsi da Finals.  A una prima parte di stagione costellata da infortuni in serie è seguita una seconda dal rendimento continuo e tamburellante. Troppo poco, però, per agguantare la fase a eliminazione.

Sembrano lontani i tempi delle squadre competitive, delle postseason sicure, dei roster chilometrici e composti di grandi giocatori. Non tutti i mali sono venuti per nuocere, però, perché avendo zero da perdere e tutto da strutturare, Rick Carlisle ha varato il quintetto da corsa in stile Warriors, o se preferite in stile Mavs targati Don Nelson.  Magari era sconsigliabile: in fondo, l’unico in linea con la taglia fisica richiesta dal ruolo era Seth Curry. Ferrell è al pelo per lo spot di play, Wesley Matthews per quello di ala piccola, Barnes per quello di ala forte.

Paradossalmente, però, Dallas ha continuato a faticare davanti ma ad essere efficace in retroguardia, segno che, come insegnano i coach, la difesa è prima di tutto mente e fame, e solo in un secondo tempo tecnica (che conta, comunque).

Verosimilmente in questa stagione la rotazione sarà ancora quella già ricordata che ha finito quella precedente, con Dirk sesto uomo o secondo lungo quando si vuole aggiungere peso alla sovrastruttura, e Barea primo cambio degli esterni.  Barea primo cambio degli esterni? No, un momento. Ci sarebbe anche l’unico arrivo dal draft, Dennis Smith jr. Che di natura è un play esplosivo, temerario quando si butta in area accelerando e decelerando alla bisogna, e dal ball handling a elastico al limite nervoso. Che in un contesto di gioco come quello dei Dallas Mavericks potrebbe anche rivelarsi la rubata del draft.

Ecco, ma come svilupperanno la propria manovra offensiva i Mavericks? Presumibilmente si partirà dal pick and roll alto, per lo più frontale, che è stato l’innesco dell’attacco quest’anno, o uno basso sempre centrale per smuovere la difesa avversaria. I tiratori ai lati (uno alto e uno basso che si cambiano, o uno che taglia lungo la linea di fondo verso il lato opposto) e uomo sotto canestro o in post alto offrono due sbocchi offensivi diversi, tre considerando le uscite dai blocchi di Matthews e Curry. Fondamentale sarà Noel, usato spesso l’anno scorso come centro passatore, oltre che grande fattore fisico (ma con necessità di aumentare la cattiveria agonistica) in difesa. La quale punterà probabilmente a contenere e collassare sul penetratore sotto canestro, giocando invece d’anticipo oltre l’arco.

Nella passata annata Barnes è stata la chiave dell’attacco dei Mavs, portando in dote diverse soluzioni. Anche spalle a canestro.

I Mavs sono una squadra né carne né pesce, troppo forti per puntare a una primissima scelta ma troppi boldi per arrivare al top. Stanti così le cose, cercheranno di crescere passo passo, valorizzando Smith, cavando le ultime perle da Nowitzki e lavorando per un futuro più brillante.

Potrebbe interessarti anche

Lascia un commento

Questo sito web usa i cookies per migliorare la tua esperienza: speriamo sia ok per te, se non lo fosse puoi farne a meno. Accetta Leggi