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Three Points – A ritmo di Jazz

di Stefano Belli

Arrivati al tanto atteso All Star Break, l’eco della folle trade deadline di settimana scorsa rimbomba ancora nelle orecchie degli appassionati NBA. I Cleveland Cavaliers hanno (stra)vinto tre partite consecutive, dopo la clamorosa rivoluzione che aveva allontanato dall’Ohio ben sei giocatori di rotazione. Più che i loro rimpiazzi, decisivo è stato – finora – il netto cambiamento di attitudine di chi è rimasto (J.R Smith e Tristan Thompson, ma anche lo stesso LeBron James). In sostanza, chi fino a settimana scorsa aveva volontariamente ‘scioperato’, ora si sta ricordando del motivo per cui è lautamente pagato. A prescindere dal fatto che sia passato troppo poco tempo per avere giudizi definitivi, quanto successo non rappresenta certo un bel segnale nei confronti della lega, letteralmente ‘presa in ostaggio’ dai capricci di un gruppo di giocatori.
Qualche lieve polemica (per fortuna spenta sul nascere) è sorta anche dopo la curiosa decisione, da parte di Steve Kerr, di far gestire alcuni timeout ai veterani dei suoi Golden State Warriors (Andre Iguodala, Draymond Green e David West), durante la ‘passeggiata di salute’ contro i Phoenix Suns. A chi lo accusava di “mancanza di rispetto” nei confronti degli avversari, il coach dei campioni NBA ha saggiamente spiegato che quello stratagemma era necessario al gruppo per mantenere concentrazione e coinvolgimento, anche in una fase pre-All Star Game in cui le batterie sembrano piuttosto scariche.

La settimana appena trascorsa è stata anche quella del ritiro della maglia numero 34 di Paul Pierce, celebrato a Boston di fronte, tra gli altri, alle colonne portanti dei Celtics titolati del 2008: Kevin Garnett, Rajon Rondo e coach Doc Rivers. Mi sembrava di ricordare un altro giocatore, determinante per quella squadra, ma non presente al Garden. Ma forse mi confondo con il protagonista di un film di Spike Lee

A proposito di ‘tuffi nel passato’, negli ultimi giorni sono tornate sul palcoscenico alcune vecchie conoscenze degli appassionati NBA. Emeka Okafor (seconda scelta assoluta al draft 2004) si è guadagnato due contratti decadali con i rimaneggiati New Orleans Pelicans, mentre Greg Oden (chiamato prima di tutti, Kevin Durant incluso, nel 2007) ha annunciato che si unirà alla lega di sport-entertainment BIG3. Nella stessa lega giocherà anche Amar’e Stoudemire, altro atleta la cui carriera è stata pesantemente rallentata (anche se non ai livelli di Oden) dagli infortuni. Parlando di ritorni, Chris Bosh ha annunciato la sua intenzione di tentare un clamoroso come back dopo i gravi problemi ai polmoni che lo avevano di fatto costretto al ritiro. Tanti auguri!

Nell’appuntamento odierno con ‘Three Points’, però, lasceremo da parte le glorie passate per concentrarci sul presente – ma anche sull’immediato futuro – della lega. Cominciamo subito!

 

1 – A ritmo di Jazz

Momento eccellente per gli Utah Jazz di Ricky Rubio (#3), Donovan Mitchell (#45) e Derrick Favors (#15)

Momento eccellente per gli Utah Jazz di Ricky Rubio (#3), Donovan Mitchell (#45) e Derrick Favors (#15)

C’è una squadra che, da un mesetto a questa parte, ha alzato il volume a tal punto da diventare una seria candidata ai playoff: gli Utah Jazz. Sì, gli stessi Utah Jazz che, non più tardi della scorsa estate, sembravano destinati a tornare nell’oblio da cui erano venuti. Archiviati da tempo i fasti dell’era Stockton-to-Malone, ma anche quelli più recenti (e ben più modesti) di Deron Williams e Carlos Boozer, la franchigia era sprofondata in un lungo anonimato. Poi, con l’esponenziale crescita di Gordon Hayward e Rudy Gobert e l’arrivo in panchina di Quin Snyder (2014), avevano finalmente ritrovato la strada verso il successo, fino all’exploit del 2016/17: 51 vittorie, quinto piazzamento ad Ovest e semifinali di Conference raggiunte dopo sette anni. Un’accelerazione inarrestabile, o quasi.

La decisione di Hayward di lasciare lo Utah, per ricongiungersi con coach Brad Stevens a Boston, era stata il primo di una serie di eventi sfavorevoli. Durante la pre-season, infatti, Dante Exum (già costretto a saltare interamente la stagione 2015/16) era stato travolto da T.J. Warren dei Phoenix Suns; lussazione alla spalla con interessamento dei legamenti, operazione inevitabile, altra annata persa. L’eterna promessa australiana è poi stata raggiunta in infermeria dallo stesso Gobert, fermo diverse settimane per problemi al ginocchio, e da Thabo Sefolosha, anche lui ‘out for the season’ dopo un infortunio al ginocchio destro patito a gennaio contro gli Charlotte Hornets.

Sembrava una situazione disperata per i Jazz, che in effetti avevano iniziato questo 2017/18 con parecchie difficoltà. Il 22 gennaio, dopo la sconfitta di Atlanta, il tabellino riportava 19 vittorie e 28 sconfitte. Poi, la svolta.
La vittoria in overtime in casa dei Pistons è stata la prima di una serie di UNDICI consecutive. Tra le vittime della truppa-Snyder troviamo anche Raptors, Warriors (schiantati con 30 punti di scarto), Spurs (battuti due volte), Pelicans e Blazers. Un’avanzata incontenibile, che ha inserito di prepotenza Utah nella corsa ai playoff. Attualmente i Jazz sono decimi ad Ovest, con l’ottavo posto di New Orleans (priva di DeMarcus Cousins) distante solo una partita e mezza.

L’uomo-copertina di questo grande momento è indubbiamente Donovan Mitchell. La guardia da Louisville è la maggiore sorpresa dell’eccellente classe di rookie 2017. Scelto con la tredicesima chiamata da Denver e girato ai Jazz in cambio di Trey Lyles e Tyler Lydon, ha mostrato fin da subito sprazzi di talento degni di un futuro All-Star. Votato miglior matricola della Western Conference sia a dicembre che a gennaio, ha colmato in un colpo solo le due maggiori carenze di Utah: un giocatore da prima pagina (quello che Hayward non era ancora diventato) e un realizzatore seriale. Attualmente viaggia a 19.6 punti di media, per distacco miglior marcatore dei Jazz. La recente striscia vincente lo ha visto salire ulteriormente di livello: 21.3 a sera, con sette gare oltre quota 20 e una performance da 40 punti (la seconda stagionale, dopo il career-high di 41 contro i Pelicans) a Phoenix. Il suo straordinario rendimento ha reso molto più semplice la cessione di Rodney Hood, passato ai Cavs in cambio di Derrick Rose e Jae Crowder. Mentre l’ex-MVP è stato immediatamente tagliato, Crowder può invece rappresentare l’aggiunta ideale per tentare l’aggancio alla post-season. Giocatore perfetto per un sistema organizzato come quello di Snyder (e non come quello di Tyronn Lue a Cleveland, dove infatti non ha reso), l’ex ala dei Celtics è un ottimo difensore inserito in un’ottima difesa (al momento la quinta della lega per defensive rating). Con uno specialista della materia come Gobert (possibilmente in salute) a dirigere le operazioni, passare sul ‘cadavere’ di questi Jazz sarà compito arduo per chiunque.

Mitchell a parte, sorprende anche il rendimento eccezionale di giocatori come Ricky Rubio e Joe Ingles, entrambi con le migliori cifre realizzative in carriera. Lo spagnolo è il giocatore altalenante per antonomasia, per cui potrebbe ‘spegnersi’ in un batter d’occhio, ma l’australiano, reduce da un cospicuo rinnovo contrattuale, è sempre più una certezza. Anche Derrick Favors, ‘corpo estraneo’ l’anno scorso, sembra rinato in questo 2017/18. A remare contro i Jazz nella lotta furiosa per l’ottavo posto è però la panchina, indubbiamente molto corta. In questo senso, una menzione la merita Royce O’Neale. Non scelta al draft 2015, l’ala texana si è ‘fatta le ossa’ tra Germania (Ludwigsburg) e Spagna (Gran Canaria), prima di riuscire a conquistare un piccolo spazio nella lega più competitiva al mondo. Dopo un avvio di stagione difficile, è entrato stabilmente nelle rotazioni di Snyder, mettendo a referto 8.2 punti in 21.9 minuti di media, dal 10 gennaio a oggi.

Che i playoff vengano raggiunti o meno, il futuro in casa Jazz è meno compromesso di quel che si pensasse. Riprendere il percorso interrotto l’anno scorso è possibile, anche nel breve-medio termine. Qualche free-agent di livello farebbe molto comodo, a riguardo. Peccato che nello Utah, storicamente, non voglia andarci nessuno… Basterà l’esplosione di Donovan Mitchell per sovvertire la tendenza?

 

2 – I nuovi Denver Nuggets

Da sinistra, Gary Harris, Nikola Jokic e Jamal Murray

Da sinistra, Gary Harris, Nikola Jokic e Jamal Murray

Un’altra franchigia da tenere d’occhio, nei prossimi anni, è quella della ‘Mile High City’. I Nuggets, presenza fissa ai playoff sia nell’era Anthony-Iverson-Billups che negli anni di coach Karl, avevano intrapreso un lento declino. Alla stagione di grazia 2012/13 (quella in cui il quintetto Lawson-Iguodala-Gallinari-Faried-McGee sentì quasi il profumo dell’All Star Game) ne sono seguite quattro senza post-season. Durante questo periodo, in Colorado si sono gettate le basi per un nuovo corso. Salutato definitivamente il ‘Gallo’, con Iggy e JaValone campioni NBA ad Oakland, Lawson a combattere i suoi demoni personali e ‘Manimal’ finito mestamente ai margini delle rotazioni, i nuovi Nuggets si apprestano a tornare una mina vagante nella Western Conference. Al momento, gli uomini di coach Mike Malone sono a mezza vittoria di distanza dal quinto posto, reduci da sei successi nelle ultime sette partite. Degni di nota, tra questi, i trionfi contro Golden State, Oklahoma City e San Antonio.

Se il presente fa sorridere, sono le prospettive future l’aspetto migliore in casa Nuggets. Il processo di ricostruzione ha dato vita ad un nucleo giovanissimo e molto promettente. Gli unici over-30 sono Richard Jefferson e Devin Harris (entrambi in scadenza), Wilson Chandler (ormai da un paio d’anni con la valigia pronta) e Paul Millsap. Il caso dell’ex-Atlanta va un po’in controtendenza rispetto ai piani della franchigia. Certo, si tratta pur sempre di un 4 volte All-Star che, una volta rientrato dal brutto infortunio al polso, potrebbe dare una spinta decisiva nelle corsa ai playoff. Detto questo, il triennale da quasi 90 milioni di dollari firmato in estate è follia allo stato puro, per un giocatore che ha appena compiuto 33 anni.

La bassissima età media del resto dell’organico rende Denver una delle franchigie con il più ampio margine di crescita nell’intera lega. La ‘spina dorsale’ della squadra è costituita da Jamal Murray (20 anni), Gary Harris (23) e Nikola Jokic (22). Il primo, dopo una buonissima stagione da rookie, si sta confermando un attaccante formidabile. Con il ‘cecchino’ Harris al suo fianco, minaccia di formare una versione ‘in miniatura’ degli Splash Brothers. Jokic è una delle grandi rivelazioni dell’ultimo biennio NBA. Selezionato con la quarantunesima scelta all’attesissimo draft 2014 (la cui reale profondità è ancora in attesa di giudizio), il centro serbo è letteralmente esploso nella scorsa stagione, tanto da chiudere al secondo posto le votazioni per il Most Improved Player Of The Year Award (riconoscimento assegnato a Giannis Antetokounmpo). Quest’anno si sta confermando a grandissimi livelli. Ad inizio stagione ha fatto registrare il suo primato personale segnando 41 punti nella vittoria sui Brooklyn Nets. Poi ha messo a referto 5 triple doppie, tra cui quella contro i Milwaukee Bucks, completata in 14 minuti e 33 secondi; record ogni epoca (il precedente risaliva al 1955, anno in cui Jim Tucker dei Syracuse Nationals impiegò 17 minuti). Mani fatate e piedi da ballerino in un corpo che sotto canestro si fa sentire, eccome, Jokic avrebbe tutte le carte in regola per diventare una superstar NBA. Se solo abbandonasse quell’atteggiamento così ‘svagato’ ed evitasse l’eccessivo autocompiacimento, potrebbe davvero tentare il decisivo salto di qualità.

Se i tre sopra citati possono essere considerati pilastri inamovibili della nuova era, tutti gli altri rappresentano dei ghiotti asset per possibili scambi. Il primo a salutare è stato Emmanuel Mudiay, passato ai Knicks in cambio di Devin Harris (in scadenza) e di una seconda scelta 2018. Se la dirigenza riuscisse a far fruttare a dovere anche i vari Faried, Mason Plumlee, Trey Lyles, Juancho Hernangomez e Malik Beasley, tutti under-30 con contratti a lungo termine, potrebbe costruire in brevissimo tempo una squadra estremamente interessante. Anche perché ci sarebbe lo spazio salariale per qualche innesto di grosso calibro (sempre che ci siano free-agent interessati, ovviamente). In questo senso, decisivi saranno anche i rinnovi di Will Barton (a libro paga per 3,5 milioni fino a luglio) e dello stesso Jokic, che finora ha praticamente giocato ‘gratis’ (neanche 1,5 milioni percepiti nel 2017/18). In altre parole, i Nuggets sono un classico esempio di franchigia arrivata a uno snodo cruciale della propria storia: lavorando e pianificando con cura potrebbe raggiungere presto grandi risultati, altrimenti si riaprirebbero i neri portoni della mediocrità.

 

3 – Marco & The Process

Marco Belinelli al debutto in maglia Sixers

Marco Belinelli al debutto in maglia Sixers

Oltrepassata la soglia di una trade deadline piuttosto movimentata, il mercato NBA continua con i cosiddetti ‘buyout’. In sostanza, quei giocatori che si ritrovano (solitamente in seguito a scambi passati) in un contesto non di loro gradimento, a cui non possono dare un contributo significativo (tradotto: squadre che, da qui in avanti, penseranno solo a perdere il più possibile, per scalare posizioni al draft), hanno la possibilità di chiedere la rescissione contrattuale, con l’intenzione di cercare un posto in un team da playoff. E successo a Derrick Rose, ancora in cerca di squadra, e a Joe Johnson, prontamente reclutato dagli Houston Rockets. Lo stesso percorso è stato intrapreso da Marco Belinelli.
Dopo un avvio di stagione caratterizzato dalle soddisfazioni personali (11.4 punti di media in uscita dalla panchina, come nell’anno del titolo a San Antonio), ma dai pessimi risultati di squadra (ultima ad Est, lanciata verso il tanking selvaggio), il Beli ha deciso di lasciare gli Atlanta Hawks per firmare con i Philadelphia 76ers, nona franchigia della sua carriera NBA.

Una scelta impegnativa, quella di fidarsi di ‘The Process’; Rockets e Thunder, citate speso come pretendenti ai suoi servigi, avrebbero potuto garantirgli una corsa più lunga ai playoff, rispetto alla giovane e inesperta Phila. I Sixers, però, rappresentano per Marco la migliore combinazione di prospettive e minutaggio. Anche dal punto di vista della franchigia, l’operazione calza a pennello. Il nostro connazionale è l’innesto perfetto per ‘aprire’ ulteriormente il campo, lasciando spazio alle incursioni dei due fenomeni Ben Simmons (ancora poco avvezzo al gioco perimetrale) e Joel Embiid. L’alternanza tra Belinelli e J.J. Redick, altro micidiale tiratore, minaccia di trasformarsi in un incubo per le difese avversarie. Chiedere, per conferma, ai Miami Heat, battuti in rimonta anche grazie ai 14 punti di Redick e ai 17, 11 dei quali nel quarto periodo, di un Beli al debutto con la nuova maglia.

In quello che, di fatto, è il primo anno della seconda fase del ‘Processo’, avere risultati immediati sarà difficile. Probabilmente i maggiori frutti del binomio Belinelli-Sixers si potrebbero raccogliere l’anno prossimo, con un gruppo più maturo e con i giusti ritocchi al roster. Prima, però, si dovrà passare dalla free-agency, che coinvolgerà anche Marco. Dovesse confermare la sua scelta e adeguare le richieste economiche al fine ultimo, potrebbero aprirsi le porte per un finale di carriera estremamente interessante. Ci sarebbe anche la remota ipotesi che tale LeBron James decida di abbracciare ‘The Process’ la prossima estate, ma qui siamo ancora nell’ambito della fantascienza…

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