E’ difficile rimanere lucidi e imparziali quando in una delle due squadre che si giocano il titolo NBA è presente, per la prima volta nella storia, un giocatore italiano. E’ molto più facile farsi prendere dall’emotività e patriottismo perdendo di vista l’aspetto tecnico tattico della gara. Ammetto che ieri notte queste emozioni mi hanno, a tratti, impedito di vedere con il giusto occhio neutrale quello che stava succedendo in campo, ma adesso, nel provare a raccontare la partita proverò ad essere sopra le parti nel miglior modo possibile.
“Beat the Heat” assume sicuramente un nuovo significato da queste NBA Finals 2014. La rottura dell’impianto di condizionamento dell’AT&T Center ha reso lo stesso una sauna a cui i giocatori NBA non sono abituati a giocare. I 33 gradi con una percentuale di umidità elevatissima hanno fermato LeBron James per crampi. Ma non hanno fermato i San Antonio Spurs e Tim Duncan autore dell’ennesima doppia-doppia in carriera con 21 punti (9/10 dal campo) e 10 rimbalzi. Il risultato di 110-95, alla fine risulta essere quasi bugiardo. La partita è rimasta in equilibrio per 46 minuti su 48, con diversi cambi di leadership. Popovich parte con il classico quintetto con Splitter da centro e Duncan da “quattro”, ma i problemi contro i “cinque fuori” degli Heat sono subito evidenti. Spoelstra mette Bosh in angolo e apre il campo. E’ chiaro fin dall’inizio che Popovich deve cambiare perché il brasiliano fa fatica ad uscire negli angoli per chiudere i tiri dell’ex Toronto Raptors. Non passa molto dall’entrata in campo di Diaw e Ginobili che spaccano subito la partita. Il primo risulterà poi averla dominata con appena 2 punti a referto, ma 10 rimbalzi e 6 assist, ma il dato più eclatante è il Net Rating, ovvero un plus/minus più complesso che calcola la differenza punti per 100 possessi, dove il francese risulta essere il primo dei suoi con un +44.9!! Con lui sul parquet gli Spurs segnano ben 133.9 punti per 100 possessi. Per l’argentino ci sono 16 punti e 11 assist con un NetRating di +35.5 punti. Splitter, Parker e Green sono anche loro in doppia cifra per punti e nonostante le 22(!!!) palle perse, gli Spurs riescono a tirare con il 58.8% dal campo e il 52% da tre. Sebbene i due X-factors, Leonard e Green, abbiano un misero 0/4 dal campo nel primo tempo, San Antonio riesce ad andare negli spogliatoi a fine primo tempo avanti 54-49, questo grazie anche agli 8 punti ( due liberi e due canestri da tre) del nostro Marco Belinelli. Nella prima frazione si va al ritmo degli Spurs, che riescono a giocare la loro pallacanestro, e come previsto, gli Heat ne soffrono perché non sono abituati a giocare contro squadre con quelle spaziature e quel movimento di palla. Mario Chalmers è disastroso, non riesce a stare in campo per problemi di falli. Cole non se la cava male, ma per impensierire i nero-argento ci va ben altro. Ginobili, Parker e Duncan hanno segnato o assistito in 16 dei 18 canestri dal campo di San Antonio. TD ha 15 punti ma è Manu che ha avuto il maggior impatto dalla panchina con 11 punti, 3 rimbalzi, 5 assist, 3 palle recuperate e un gran ritmo dato alla partita.
Nel terzo quarto le condizioni climatiche diventano quasi insostenibili. Si cominciano a vedere giocatori in panchina con borse di ghiaccio sulle spalle o asciugamani bagnati in testa. Il tutto ha del surreale per una finale del 2014. Lebron accusa il caldo e più volte chiede a Spoelsra di fermare la partita con timeout per recuperare un po’ le energie. Ne risente anche San Antonio che perde una miriade di palloni in attacco e segna soltanto 20 punti nel quarto, consentendo così a Miami di portarsi avanti 78-74. A questo punto i palloni persi dagli Spurs sono 20, già ben oltre la loro media dei playoffs che è di 12.2.
A inizio quarto quarto Duncan e compagni piazzano subito un parziale di 5-0, Spoelstra chiama timeout. e Lebron è palesemente stanco. Non l’ho mai visto in quelle condizioni da quando è nella Lega. Sembra quasi che abbia avuto un calo di pressione e sente dolore ai quadricipiti. A questo punto della gara, con un caldo soffocante, la disidratazione è altissima e i problemi muscolari sono dietro l’angolo. Gli Spurs non perdono più palloni e continuano a macinare gioco offensivo, e in difesa costringono Miami a palle perse o tiri forzati. Danny Green, che fino a quel momento era risultato un fantasma, segna una tripla dall’angolo che lo sblocca e da il via ad un altro canestro da tre ed una schiacciata in contropiede per un parziale di 8-0. James sente che la partita sta sfuggendo di mano ai suoi e rientra in campo dopo il timeout. Segna un canestro in entrata da campione ma subito dopo si ferma. Il quadricipite sinistro è diventato di pietra per i crampi. Lo portano in panchina i suoi compagni. Si teme anche il peggio perché non si capisce mai l’entità di un problema muscolare, e la paura che sia qualcosa di più grave di un crampo prende il sopravvento. Non rientrerà più sul parquet per gli ultimi 4’33”, dove gli Heat, evidentemente scossi ed incapaci di reagire agli avvenimenti restano in balia di San Antonio che mette a segno altre triple con Parker e Leonard e scappa via. Tutti sanno che la partita è ormai vinta dai texani e i pensieri sono tutti per James. Nessuno vorrebbe perderlo per tutta la serie, neanche gli Spurs, che sì vogliono battere Miami, ma la vogliono battere con il Re in campo e non fuori a guardare. Perché tra campioni veri c’è rispetto e soprattutto il gusto della vittoria ad armi pari è molto più dolce.
Per nbapassion.com
Alberto Vairo

