La prima impressione è un’impressione sbagliata. Proponi al direttore di NBA Passion un articolo sul futuro della nazionale spagnola di basket e sei assolutamente sicuro che scriverai dell’imminente sfaldamento della Roja. “Logico”, pensi “oltre a Pau Gasol sono molti gli ultratrentenni, per cui di certo ci sarà un ricambio generazionale pesante”. Poi vai a controllare per essere sicuro di fornire un’informazione corretta e chiaramente vieni smentito. Pollo.
Sì, perché in età da prepensionamento ci sono solo i due che si sono in effetti autoprepensionati, Navarro e appunto Pau, più Reyes che sta vedendo la carriera allungata dall’utilizzo contenuto (ma sempre decisivo) nel Real Madrid e Calderòn, che nei Knicks gioca poco più del capitano madridista ma che in nazionale ha due alter ego come Sergio Rodriguez e Rubio. A parte i quattro cavalieri sopravvissuti, però, il resto del roster è ancora pienamente da battaglia.
Rapido check: Rudy 31 anni, “El Chacho” 30, Llull 29, Claver 28, Rubio 26, Mirotic 25, Abrines 23, Hernàngomez 22. Roba che può durare ancora almeno fino al Mondiale cinese del 2019 ed eventualmente con uno sforzo fino all’Olimpiade di Tokyo dell’estate successiva, roba, insomma, che può far tremar le vene e i polsi a molte squadre ancora per diverso tempo. Ma allora perché quell’impressione sbagliata? Semplice, perché con questi signori ci sembra di avere a che fare da sempre. Li sentiamo nominare da anni, e li sentiamo nominare da anni perché da anni sono nel giro della Roja.
Merito loro, non demerito nostro, perché mentre sulle coste italiche i giovani ci sono ma guardano i vecchi giocare, in Iberia li buttano sul parquet, facendoli ruminare e masticare campo, far bene, sbagliare, imparare: in una parola, facendoli maturare. Per questo ci sentiamo di dire che, nel prossimo decennio, salvo grossi cambi di rotta (o di passo, trattandosi di pallacanestro) la grande classica del basket a livello europeo sarà Spagna-Serbia, con possibile inserimento di una tra Lituania o Croazia. Perché sono entrambe scuole che lanciano i giovani, che non hanno paura, dove si guarda nel medio-lungo periodo invece che al breve. In Italia lo facevamo una volta: Padova con Zorzi, Milano con Peterson (in particolar modo prima versione), Cantù con… tutti, sono solo alcuni degli esempi, i quali vengono in mente che certificano che nel nostro paese si è smesso di fare quello che la Spagna viceversa ha cominciato: guardare al futuro. Della Serbia (così come della Croazia) non stiamo neanche a dire: la filosofia era quella già quando era ancora Jugoslavia, non è mai cambiata e nonostante alcune battute a vuoto e risultati magri la via tracciata è sempre stata pedissequamente seguita. Tant’è che gli esterni sfacciati e i lunghi dalle mani dolci di origine slava sono ancora oggi materiale richiestissimo e mai andato fuori moda.
Ma torniamo alla Spagna, focus della nostra riflessione. È possibile che la campana suoni anche per le Furie Rosse, almeno guardando al breve periodo? È una possibilità. Il ritiro di Pau Gasol crea un vuoto significativo, in quanto il lungo degli Spurs è sempre stato il fulcro del gioco della squadra, con la sua bidimensionalità, la sua capacità dopo il blocco di aprirsi così come di fiondarsi a canestro, di essere letale dalla media e lunga distanza così come dal post, insomma, con il suo essere Pau, il pianista che diventò cestista per caso. Non è un caso che quando Pau è mancato, ai Mondiali 2010 e ad Eurobasket 2013, la Spagna abbia sofferto, nell’ambito delle prestazioni. Mirotic o Claver da qui se ne smezzeranno posto e responsabilità, in attesa magari che qualcuno tra i giovani Marc Marti, Alejandro Suarez, Santiago Yusta, Ramon Vila (scuola Barça) possano magari un giorno ripercorrerne le orme. Ad oggi sembra impossibile, ma come sempre il domani è intellegibile agli esseri umani.
“Ma non hai risposto alla domanda: la campana è suonata o no, per la Spagna?”. Diciamo che magari Eurobasket 2017 potrebbe essere indigesto per i supporter spagnoli, perché andranno trovati e metabolizzati nuovi equilibri, operazione sempre tortuosa quando si tratta dei tempi stretti delle nazionali. Però il nucleo della squadra c’è, e magari potrebbe essere allargato a qualche altro elemento giovane come Vives, Diez, Abalde, Diop, Arteaga o esperto come Ribas, Aguilar o Xavi Rey. Magari potrebbe persino essere plausibile (ma è solo una teoria) un cambio in panchina, sempre che non sia Scariolo per primo a decidere di chiudere il secondo ciclo come c.t. Il coach bresciano infatti, pur con cinque medaglie in sei competizioni ha il difetto… di essere italiano. Lo stesso tecnico, così come il collega Messina, infatti qualche tempo fa raccontava che a ogni risultato sotto le aspettative in Spagna corrisponde una rimarcare (spesso con accezione negativa) della sua origine, e un bronzo che nella convinzione generale doveva essere minimo un argento potrebbe rientrare nella categoria. Ecco perché non ci sarebbe da stupirsi se i media iberici fra non molto iniziassero a insistere per un unico coach autoctono di alto profilo al momento libero, un Xavi Pascual a caso.
Queste in effetti sono le ipotesi più plausibili. Che la Spagna, viceversa, torni a essere la Bella Perdente del pre-Pau/Juan Carlos è poco plausibile. Troppo lavoro di qualità, troppa energia, troppa competenza perché sia anche solo pensabile (auspicabile direbbero i concorrenti più vigliacchi, quelli che vogliono un avversario debole per vincere facile) per poter anche solo pensare a una regressione. Quel 2006, con la prima soddisfazione dorata al Mondiale, ha scoperchiato il vaso di Pandora, ha sbloccato il meccanismo che continua a ruotare meravigliosamente anche ora. Insomma no, per la Spagna la campana non è ancora suonata.

