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Stagione NBA, Las Vegas l’unica è soluzione possibile: ma ne vale la pena?

di Michele Gibin

Delle opzioni per la sede di una eventuale ripresa della stagione NBA 2019/2020, solo Las Vegas pare la strada davvero percorribile. La città del Nevada è l’unica soluzione al momento presa in seria considerazione dalla NBA, come riportato da Chris Mannix di Sports Illustrated.

Las Vegas non possiede come noto una squadra NBA, ma è una location che la lega frequenta da tempo, a partire dall’All-Star Game 2007 fino alla Summer League che ogni luglio si tiene al Cox Pavilion e al Thomas & Mack Center della UNLV. Le Las Vegas Aces della WNBA hanno inoltre fatto il loro debutto nel 2018.

Naturalmente, la location resta oggi il problema minore di una serie di sfide logistiche e organizzative che la NBA si troverà davanti nel tentativo di salvare almeno in parte la stagione, l’intenzione di Adam Silver e dei proprietari delle 30 squadre. Qualsiasi piano dovrà fare i conti innanzitutto con la situazione sanitaria negli Stati Uniti, che in questi giorni sta vivendo la crescita esponenziale in alcune regioni dell’epidemia da coronavirus Sars-CoV2, e le autorità sanitarie stimano che sul territorio USA i numeri potrebbero toccare anche il milione di contagi, prima di vedere le curve appiattirsi. Silver ha ribadito come ogni decisione verrà presa solo dopo il via libera degli scienziati che assistono il governo nell’amministrazione della crisi, ma l’obiettivo di ripartire entro giugno/luglio – seppur ancora valido – resta oggi difficile.

Le partite si dovrebbero inoltre giocare a porte chiuse, troppo presto anche in caso di miglioramenti permettere assembramenti di migliaia di persone. Giocatori e staff dovrebbero restare a Las Vegas in una sorta di quarantena per tutta la durata della finestra, o almeno fino al momento dell’eliminazione, e questo implica che gli atleti ed il personale delle squadre dovrebbero essere sottoposti a test continui (soprattutto a test immediati, oggi ancora non diffusi su larga scala) per la diagnosi del Sars-CoV2: anche un solo caso di giocatore positivo potrebbe bloccare tutto di nuovo. In una recente intervista rilasciata a ESPN First Take, il proprietario dei Dallas Mavericks Mark Cuban ha appoggiato tale piano, ma a quali regole dovrebbero sottostare le altre parti in gioco, ovvero media, cronisti e lavoratori e inservienti delle arene?

L’ultimo grande nodo riguarderebbe il formato: come riportato da Mannix, il formato canonico dei playoffs a 16 squadre e serie al meglio delle 7 partite è fuori discussione, l’unica opzione davvero percorribile resta quella di un torneo cui accedano solo le squadre qualificate ai playoffs all’11 marzo, data della sospensione della stagione. La NBA potrebbe tenere un torneo misto, con un primo turno al meglio delle 5 partite, due turni (semifinali e finali di conference) ad eliminazione diretta, ed una serie finale sempre al meglio delle 5 gare.

All’intero discorso si aggiungerebbe inoltre la non secondaria questione dell’opportunità, in un momento così drammatico per la storia degli Stati Uniti, di pensare a rimettere in piedi una stagione sportiva. Tralasciando i temi economici/finanziari (la NBA rischia di perdere fino a 1 miliardo di dollari di introiti in caso di stagione cancellata), oggi e presumibilmente per le prossime settimane, e così come è tutt’oggi per l’Italia ad esempio, la priorità negli Stati Uniti sarà impattare lo tsunami economico e la perdita del lavoro di centinaia di migliaia di persone, la lotta alla diffusione esponenziale del virus e la fornitura su larghissima scala (oltre 300 milioni di abitanti) dei dispositivi di sicurezza quali mascherine e disinfettanti , e soprattutto il sostegno alle strutture ospedaliere che necessitano di posti in terapia intensiva, macchinari e forniture mediche in quantità mai viste e pensate prima.

Da qui a due mesi, la NBA può davvero permettersi anche a livello di immagine di richiudere le sue star in una torre d’avorio a Las Vegas, sottoporle a test a tappeto in un paese dove oggi tanti stati hanno segnalato la scarsità delle forniture di tamponi diagnostici, e farle giocare in arene vuote raggiungendo le case degli americani in TV e diretta streaming, solo in nome del vecchio adagio “the show must go on“? I buoni propositi di intrattenere ed alleviare la quarantena per i tanti appassionati è lodevole, ma non ha salvato le Olimpiadi di Tokyo 2020, ora diventate Tokyo 2021 (il nome resterà, comunque):perché dunque un discorso diverso dovrebbe valere per la NBA, o per la NHL anch’essa ferma, o per il baseball che ha fermato i suoi training camp?

Adam Silver ha sempre risposto che “ogni opzione resta sul tavolo“, compresa quella – da scongiurare ma concreta – di cancellare dall’albo d’oro la stagione 2019/2020.

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