Steph Curry

Nuovo appuntamento con ‘Three Points’, la rubrica in cui vengono analizzati tre temi caldi della settimana NBA appena trascorsa. Cominciamo subito!

 

1 – Steph-back

Steph Curry festeggia il record appena infranto: 13 triple nella stessa partita

Steph Curry festeggia il record appena infranto: 13 triple nella stessa partita

Da un paio d’anni a questa parte, su Stephen Curry è stato detto tutto e il contrario di tutto. Fino alle ultime Finals si parlava di lui come del nuovo messia sceso ad illuminare il mondo del basket. Da giugno in poi, invece, il numero 30 è diventato “ridicolo”, “sopravvalutato”, “perdente” (!), “buono solo a tirare da centrocampo” e via dicendo.

Dopo un inizio di stagione piuttosto sottotono, il due volte MVP ha finalmente parlato. Non con qualche dichiarazione al vetriolo stile Draymond Green (a cui bisognerebbe ricordare, a volte, che il diritto di parola non corrisponde giocoforza al dovere di parola), bensì sul campo, scrivendo una nuova pagina di storia della pallacanestro.
Nella vittoria dei suoi Golden State Warriors contro i derelitti New Orleans Pelicans, infatti, Steph ha stracciato il record di triple a bersaglio in una singola partita (detenuto a pari merito da Kobe Bryant, Donyell Marshall e… Steph Curry!), rifilandone ben 13 ad Anthony Davis e compagni.

Non serviva certo una prestazione del genere per dimostrare come Curry non fosse “ridicolo”, “sopravvalutato” e tutte le altre stupidaggini citate in precedenza (i due sacrosanti titoli di MVP – di cui uno vinto tramite il giudizio unanime di persone ben più autorevoli dei vari ‘fenomeni da tastiera’ – parlano per lui). E’ però innegabile come il fenomeno di Golden State avesse bisogno di una scossa.
Gli Warriors visti in campo in queste prime partite sono sembrati tutto fuorché la squadra di Curry. Con il palcoscenico tutto per Kevin Durant, Steph e l’altro ‘Splash Brother’ Klay Thompson sono rimasti dietro le quinte. Volentieri o meno, non lo si saprà mai.
Il ‘Baby-faced Assassin’, peraltro, era reduce da una delle peggiori serate (in termini di realizzazione) della sua carriera; 13 punti, con uno ‘sconvolgente’ 0/10 alla voce “triple realizzate”. Sono bastati due giorni di pazienza per avere la risposta del grande campione, tornato di colpo a riempire le copertine.

In attesa di vedere come evolverà la stagione degli Warriors, Steph (il “sopravvalutato”) aggiunge l’ennesima tacca al personalissimo fucile dei record, personali e di squadra.
Particolarmente emblematici l’urlo e il ‘balletto’ con cui il numero 30 ha festeggiato la tredicesima realizzazione. Non tanto per i gesti in quanto tali (a volte decisamente evitabili), quanto per aver ridato alla sua squadra parte di quell’entusiasmo che, dalla ‘cura’ LeBron James in avanti, sembrava sparito per sempre.

 

2 – Come fly with us

Paul Millsap (Atlanta) contro Nicolas Batum (Charlotte) in una partita della scorsa stagione

Paul Millsap (Atlanta) contro Nicolas Batum (Charlotte) in una partita della scorsa stagione

In una Eastern Conference sempre più competitiva ci sono due squadre che, come gli animali rappresentati sui loro loghi, stanno letteralmente volando. Charlotte Hornets e Atlanta Hawks sono indubbiamente le rivelazioni di questo inizio di stagione. I rispettivi record parlano chiaro: 6-1 Charlotte, 6-2 Atlanta.

In North Carolina, le premesse per un’ottima stagione c’erano tutte. Il ritorno dall’infortunio di Michael Kidd-Gilchrist, i rinnovi di Nicolas Batum e Marvin Williams, gli arrivi di Ramon Sessions, Marco Belinelli e Roy Hibbert a ‘rimpiazzare’ le pesanti partenze di Jeremy Lin, Courtney Lee e Al Jefferson.
Una volta scesi in campo, però, gli uomini di coach Steve Clifford sono andati persino oltre alle più rosee aspettative. Sei vittorie, tre delle quali contro avversarie dirette nella corsa ai playoff (Milwaukee, Miami e Indiana), ottenute mostrando un basket pulito, organizzato e tremendamente efficace.
MKG si è ripresentato con un ‘regalino’ da 23 punti e 14 rimbalzi. La sua carica è stata presa ad esempio dal resto della squadra, che lo ha seguito alla grande. Il dato più notevole è quello relativo ai giocatori in doppia cifra: almeno quattro in ognuna delle sei vittorie, ben sei nell’ultimo trionfo sugli emergenti Utah Jazz.
Una Squadra con la S maiuscola dunque, con tutti i pezzi del puzzle incastrati alla perfezione e un roster davvero profondo. Se il reparto lunghi (supervisionato nientemeno che da Patrick Ewing) è quello più ricco, con i vari Roy Hibbert, Marvin Wiliams, Frank Kaminsky, Cody Zeller e Spencer Hawes a contendersi spazio, anche il backcourt è decisamente coperto. Con Batum spesso impiegato da guardia, al fianco di un Kemba Walker sempre più leader, avere Marco Belinelli e Jeremy Lamb in uscita dalla panchina si sta rivelando un vantaggio non indifferente.

Decisamente più sorprendente, invece, l’avvio degli Hawks. Gli addii di due pilastri come Jeff Teague e Al Horford facevano pensare ad un periodo di transizione, se non di ricostruzione. Queste partenze, invece, hanno permesso ai giovani talenti del roster di prendersi lo spazio necessario per ‘fiorire’ completamente.
Ecco allora Dennis Schroder che sale in cabina di regia come se giocasse in NBA da un decennio; oppure Kent Bazemore, che a tempo perso si traveste da Kobe Bryant (di cui porta il numero) e decide le partite. O ancora Thabo Sefolosha, capace di sfornare 18 punti (con un perfetto 7/7 dal campo) in sei minuti contro i Chicago Bulls. Che dire poi di Tim Hardaway Jr.? Il figlio dell’ex leggenda di Warriors e Heat sembra aver trovato ad Atlanta la dimensione ideale per rendere al meglio, dopo le altalenanti stagioni a New York: 24 punti all’esordio contro Washington, 26 nella vittoria sui Lakers e un ruolo sempre più importante nelle rotazioni di coach Mike Budenholzer. Ci sono poi Malcolm Delaney e Khris Humphries, che stanno dando un contributo superiore alle migliori aspettative.

La nota più lieta in casa Hawks, però, è l’inserimento di Dwight Howard. Finalmente in buone condizioni fisiche dopo anni tormentati, l’ex centro di Magic, Lakers e Rockets sta mostrando sprazzi di quel dominio che, ad Orlando, lo aveva fatto diventare ‘Superman’. A quasi 31 anni, il fu ‘DH12’ (prima di adottare il nuovo numero 8) può ancora fare la differenza, soprattutto nella natia Atlanta, città in cui aveva più volte dichiarato di voler tornare.
Se a questo gruppo di giocatori aggiungiamo il solito, eccellente Paul Millsap (il più grande colpo di mercato della storia recente degli Hawks), otteniamo una squadra in grado di mettere in difficoltà chiunque quest’anno. A dimostrazione di ciò, ci sono le vittorie ottenute ai danni di Washington, Chicago, Houston e Cleveland, la squadra da battere ad Est (e non solo).

E’ vero che non siamo nemmeno a metà novembre, ma queste prime settimane stanno mettendo già in discussione i vari pronostici della vigilia. Altro che Indiana o Boston (partite non benissimo); oltre ai Raptors dello straordinario DeMar DeRozan, le vere alternative ai Cavs potrebbero arrivare dal caldo Sudest.

 

3 – Il ritorno dei re

Derrick Rose (#25) e Dwyane Wade (#3), i volti nuovi di Knicks e Bulls

Derrick Rose (#25) e Dwyane Wade (#3), i volti nuovi di Knicks e Bulls

La settimana appena trascorsa ha visto due eccellenti ‘ritorni a casa’. Derrick Rose e Dwyane Wade sono apparsi per la prima volta da avversari nelle città in cui erano diventati gli indiscussi idoli delle folle.

Prima è toccato a D-Rose e al suo compagno Joakim Noah, altro attesissimo ex. I due sono stati accolti in maniera alquanto ostile dai vecchi tifosi, ma hanno avuto modo di prendersi una bella rivincita sul campo.
L’MVP della stagione 2010/11, a cui i fan di Chicago non hanno mai perdonato i lunghissimi tempi di rientro dai vari infortuni, è sembrato a tratti quello dei momenti migliori. 15 punti e 11 assist non sono cifre esagerate, ma il modo in cui il nuovo playmaker dei New York Knicks ha segnato quei 15 punti non può che essere una buona notizia; oltre ai consueti jumper dalla media distanza, infatti, Rose si è esibito in accelerazioni e conclusioni acrobatiche degne del fuoriclasse ammirato in passato. La voglia di riscatto nei confronti degli ingrati supporters è apparsa più evidente che mai quando Derrick si è presentato in lunetta: fischi del pubblico e incitamento polemico del grande ex.

Anche Noah è arrivato carico a mille allo United Center. Per lui 16 punti e 9 rimbalzi, numeri eccezionali se si pensa che, nei cinque precedenti incontri stagionali, aveva chiuso due volte senza segnare.
I due ex-Bulls hanno guidato i Knicks (con il provvidenziale contributo di Carmelo Anthony e Kristaps Porzingis) ad una splendida vittoria esterna. Al momento della loro uscita dal campo, la carica con cui il centro francese si è congratulato con il compagno di sempre è stata il segnale più forte dell’importanza della serata.

Quasi una settimana dopo, è stata la volta dell’homecoming di D-Wade nell’amata Miami. Dopo tredici stagioni a South Beach, coronate da tre titoli NBA, il leggendario capitano degli Heat si è ripresentato all’American Airlines Arena con indosso la nuova divisa dei Chicago Bulls.
L’accoglienza è stata ben diversa da quella riservata a Rose. Dopo uno splendido video-tributo (che comunque era stato preparato anche per D-Rose), il suo ingresso sullo stesso parquet in cui, per tutti questi anni, aveva sempre messo piede prima di tutti, è stato accompagnato da un’autentica ovazione. Con le maglie numero 3 (anche di Chicago) disseminate per l’arena, ‘Flash’ ha dato vita ad una buonissima gara. 13 punti (anche in questo caso niente di eclatante), ma impreziositi da un paio di giocate da campione vero. Quel campione che Pat Riley e soci hanno lasciato partire senza troppi problemi (probabilmente anche a ragione) e che ora è in tutto e per tutto il leader di questi Bulls, con buona pace delle dichiarazioni di facciata pro-Jimmy Butler.

Due ritorni accolti in maniere diametralmente opposte, dunque, per due atleti che, in un caso come nell’altro, hanno fatto la storia delle rispettive franchigie. Affetto e gratitudine nella soleggiata Florida, fischi e ‘sassolini nelle scarpe’ nel freddo Illinois.
Ora manca un ultimo, grande comeback. L’11 febbraio 2017 Kevin Durant giocherà la sua prima partita da avversario ad Oklahoma City. Come dite che verrà accolto?

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