Memphis Grizzlies, questione di buzzer: la serie è riaperta

Tankare o non Tankare-mike-conley

I Memphis Grizzlies riaprono una serie che sembrava già chiusa dopo le due sfide di San Antonio: la squadra di coach Fizdale, dopo la scossa data dal suo coach, vince gara 3 e vince gara 4 all’overtime. Chi la trascina? Mike Conley, soprattutto, ma anche un Marc Gasol in vena di buzzer.

Dopo aver forzato l’overtime, Leonard riporta i suoi a galla anche nel primo supplementare grazie a due triple fantastiche. I Grizzlies provano l’ultima giocata, palla ovviamente ad un Mike Conley ispiratissimo, nessuno spazio per tirare, allora si va da Marc Gasol, che dopo il buzzer sulla sirena dell’half time ci prende gusto e porta i tifosi di Memphis ad esplodere. Si torna a San Antonio per gara 5, la serie tornerà a Memphis sicuramente per gara 6 e se servirà ci sarà anche una gara 7 sempre in Texas. Una serie che sembrava chiusa si è clamorosamente riaperta. Mai sottovalutare il cuore di Memphis.

Memphis Grizzlies
Memphis Grizzlies

Gasol ed il canestro sulla sirena

Il canestro di Marc Gasol con meno di 1 secondo sul cronometro è il buzzer con meno tempo da giocare in un quarto quarto o all’overtime in postseason nella storia dei Memphis Grizzlies. Il precedente era la tripla di Shane Battier con 23.9 secondi nel quarto quarto di gara 1 della serie sempre contro gli Spurs, del 2011.

 

 

West Coast cities nicknames – I soprannomi delle città dell’NBA

Yin e Yang. Est e Ovest. O meglio, come le chiamano loro East and West.

Nella scorsa puntata abbiamo visto i soprannomi della città della costa orientale, mentre oggi ci concentriamo sulla costa più cool degli Stati Uniti. Ecco a voi i nickname più strani, improbabili e divertenti delle città che ospitano le franchigie della West Coast.

Southwest Division

Dallas aka City of Hate

Chissà cosa ne pensano a Philadelfia, ma tra queste due città ci starebbe bene un feud degno della WWE. L’origine del sopprannome di Dallas, però, è piuttosto triste: nacque il 22 Novembre 1963, grazie (o sarebbe meglio dire per colpa) dell’ex militare Lee Harvey Oswald, omicida del forse più amato Presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy. Alcuni invece fanno riferimento al periodo segregazionista, per via delle durissime lotte razziali (mai del tutto sopite). Oggi Dallas è conosciuta per il petrolio, per un tedesco pazzo e poco altro.

Houston aka Clutch City

1994, Playoff NBA. I Rockets, dominanti grazie ad un Olajuwon da sogno (non per niente viene chiamato “The Dream”) faticano in postseason. Perdono in casa le prime due gare contro i Suns, salvo poi passare il turno in gara 7. Il copione si ripete a New York, quando sotto di tre gare a due, riescono poi a conquistare l’anello. Cluth City, dunque, dove le imprese impossibili diventano realtà.

Memphis aka Grind City

Il basket, come quasi ogni sport, ha regole fisse, ma il gioco è interpretabile in mille modi diversi: c’è chi martoria la retina tirando minimo da 8 metri, chi mette a repentaglio tutti i ferri della Lega, chi muove la palla così velocemente da renderla invisibile, chi considera la partita domenicale alla stregua di una rissa di quartiere. E poi ci sono i Grizzlies. Per loro giocare sul parquet equivale ad una battaglia in trincea, portare gli avversari giù, tra sangue ed escrementi a giocare il proprio piano partita, fatto di ritmi lenti, lotta su ogni pallone, pochi passaggi. Questo è Grind. E questa è Grind City.

New Orleans aka NOLA

Nulla a che fare con l’omonimo comune campano, è invece acronimo (banale) per “New Orleans, Louisiana”. E’ nota per la musica jazz, la cucina creola  e per essere stata completamente devastata dall’Uragano Katrina. Nonché per aver ospitato il furto più clamoroso della storia.

San Antonio aka Alamo City

Fort Alamo è nato come insediamento spagnolo per diffondere la religione cristiana e, in generale, la cultura iberica ai nativi americani. Nel diciannovesimo secolo è diventato una fortezza militare, luogo di feroci battaglie, tra le quali la famosa “Battaglia di Alamo”, tra la Repubblica del Texas ed il Messico. San Antonio è anche conosciuta per la popolazione espansiva e loquace. VAI AL PROSSIMO>>>

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Reggie Miller di nuovo: “I Grizzlies? Anche noi di TNT li batteremmo”

UN 1 VS 1 TRA MILLER E EWING

“I Memphis Grizzlies? Sono talmente competitivi che se mettessimo in campo un roster composto dai commentatori di TNT vinceremmo una gara contro di loro” parola di Reggie Miller, uno dei più grandi trash talker della sua epoca che non perde il vizio…

Kenny Smith, 51 anni, Barkley 53, Shaq 44, Chris Webber 43, Ernie Johnson 59, e Reggie Miller 50 anni contro i Grizzlies avrebbero realmente chance? Secondo Reggie, assolutamente si.

“Avremmo in campo, Dennis Scott dalla panchina, Bones, Brent Barry, tutti dalla panchina. Con questo roster batteremmo una delle 16 squadre arrivate ai playoffs. Io penso che avremmo grandi chance di battere i Memphis Grizzlies per come sono ridotti ora, senza Marc Gasol e Mike Conley.”

Una squadra del genere potrebbe realisticamente battere i Grizzlies? Ovviamente no, ma Reggie Miller esprime a parole quello che molti appassionati di NBA hanno visto dopo queste gare-1: un dislivello abissale tra le prime 3-4 squadre della lega e le restanti medio-alte come Dallas, Portland, Charlotte ed ovviamente Houston e Memphis. Il problema? Si hanno il loro peso specifico gli infortuni, ma la disorganizzazione di alcune franchigie sembra avere le colpe maggiori. Chiedere agli Houston Rockets e ad Harden per info. La franchigia texana ormai fuori dalla corsa playoffs, è stata rispedita all’ottavo posto dai 60 punti di Kobe Bryant nella sua ultima gara contro i mal capitati Utah Jazz, non di certo una squadra in grado di fermare i Warriors, ma certamente una franchigia più organizzata e con maggiori margini di miglioramento anche in ottica futura.

Nuggets vs Memphis: i Grizzlies si confermano un one-point team! Fondamentali Gasol e Conley

Ha il suo stesso cognome, e molto spesso è decisivo come suo fratello Pau. Stiamo parlando di Marc Gasol, centro dei Memphis Grizzlies, decisivo nella vittoria della squadra contro i Denver Nuggets per 102-101. 27 punti, 9 su 14 dal campo, 9 su 10 dai liberi ed un field-goald a dodici secondi dallo scadere che è valso il definitivo vantaggio dei Grizzlies, l’ennesima vittoria di un punto della squadra di Memphis. Questa, infatti, è la decima vittoria di un punto dei Grizzlies nelle ultime tre stagioni. In questa “classifica” sui one-poin match la squadra di Joerger è davanti a tutte: 10-2 il record per la franchigia del Tennessee

Once Upon a Time: Allen Iverson

Sono molti i giocatori che, nonostante siano state star dell’NBA, non hanno vinto il Larry O’Brien Trophy. Ma forse uno più di tutti, perché lui è sempre stato il Davide in mezzo ai giganti Golia di turno. Molto probabilmente non sentiremo mai più parlare di un giocatore di 178 cm e 75 kg, che domina la lega, come ha fatto lui. La sua storia ha affascinato milioni di appassionati. Parliamo di “The Answer”: Allen Iverson.

Allen Ezail Iverson nasce il 7 giugno 1975 ad Hampton, in Virginia. Sua madre, Ann, lo partorisce all’età di 15 anni, in seguito a un rapporto occasionale con un ragazzo del suo quartiere, che non sarà mai presente nella vita del ragazzo. Ann ebbe poi altri due figli da un altro uomo, che però aveva qualche problema con la legge, guadagnava da vivere spacciando crack, entrava ed usciva di galera, ed infine venne condannato definitivamente per un omicidio. Quindi Iverson cresce senza una figura paterna al suo fianco e vive in una famiglia poverissima, in cui la mamma deve spesso decidere se pagare la bolletta della luce o comprare da mangiare ai figli.

Allen Iverson e la sua maglia, quella di Phila
Allen Iverson e la sua maglia, quella di Philadelphia

Nonostante quel che si pensa la prima passione di Allen è il football, è la mamma che all’età di 8 anni lo spinge verso “il gioco più bello del mondo” ma lui risponde: “Sono un giocatore di football, il basket è un gioco da signorine“. Malgrado ciò è un talento naturale e continua a giocare ad entrambi gli sport. Ma è un ragazzo problematico, va male a scuola e salta gli allenamenti, è lo stereotipo del ragazzo di strada.
La madre prevede tutto, infatti ad un intervista dichiara “Io, Allen e i suoi fratelli siamo stati senza luce per un mese, perché anziché pagare la bolletta gli comprai un paio di scarpe”.

Va all’high school a Bethel, che gli permette di giocare sia a football che a basket, vincendo per due anni di fila il titolo statale in entrambi gli sport. Quando si chiude il periodo liceale, arriva il momento di scegliere tra football e pallacanestro. Sceglie il basket.

A 16 anni viene coinvolto in una rissa a sfondo razziale, e viene condannato a 5 anni di reclusione. Grazie alla pressione della comunità nera verso il governatore della Virginia, Allen sconta solo 5 mesi. In questo periodo nasce il suo soprannome più celebre, “The Answer”. Questa nomea lo penalizzò parecchio, perché tutti i migliori college lo snobbarono, nonostante fosse sui taccuini dei migliori scout degli Stati Uniti. Ed è solo grazie a mamma Iverson che il coach di Georgetown, John Thompson gli offre una borsa di studio per il basket.

Agli Hoyas resta due anni, dal ’94 al ’96, nei quali stringe un rapporto solido con l’allenatore. Durante il primo anno vince il premio di freshman dell’anno della Big East e raggiunge le Sweet 16 al Torneo NCAA. Durante l’anno da sophomore il livello della squadra si alza, e gli Hoyas vincono la propria conference e arrivano ad un passo dalle Final Four del torneo NCAA. Iverson lascia Georgetown con il record di punti a partita in maglia Hoyas, 22.9.
Si rende eleggibile per il draft 1996 e viene scelto con la prima scelta assoluta, dai Philadelphia 76ers. Questo draft, insieme a quelli del ’84 e del ’03, è considerato uno dei migliori di sempre, infatti comprendeva future stelle come Kobe Bryant, Steve Nash, Ray Allen, Stephon Marbury, Peja Stojakovic e Mahmoud Abdul-Rauf.

La celebre esultanza di AI3
La celebre esultanza di AI3

La prima stagione in maglia Sixers è spettacolare. Segna 23.5 punti, distribuisce 7.5 assist e fa registrare 4.1 rimbalzi e 2.1 recuperi a partita. Viene eletto rookie dell’anno a mani basse, ma questo non basta per portare una squadra come i 76ers ai playoff. Infatti il loro record cresce di sole 4 vittorie con l’arrivo di “The Answer”, dalle 18 nella stagione ’95/’96 alle 22 nella stagione ’96/’97. La svolta arriva con il cambio in panchina, viene ingaggiato Larry Brown, con cui Iverson instaurerà un rapporto particolare, di amore e odio.

La seconda stagione registra un ulteriore miglioramento (32-51), ma non basta ancora per arrivare ai playoff. È la terza la stagione del cambio di marcia: Allen esplode, diventando il miglior marcatore dell’NBA con una media di 26.8 punti a partita e portando Philadelphia ad un record di 28 vinte e 22 perse durante l’anno del lockout. Finalmente arriva ai Playoff del 1999, dove la sua squadra sconfigge 3-1 gli Orlando Magic di Penny Hardaway, ma viene estromessa al turno successivo, dagli Indiana Pacers, con un massacrante 4-0.
Durante la stagione successiva conquista la prima di undici chiamate all’All-Star Game, ma ai playoff i Sixers vengono eliminati nuovamente al secondo turno, sempre dai Pacers, con un risultato di 4-2.

Il culmine della carriera di Allen Iverson è nella stagione 2000/2001, alla corte di Larry Brown arriva Dikembe Mutombo, uno dei migliori difensori della Lega. The Answer guida Phila al primo posto della Eastern Conference, viene nominato MVP e capocannoniere della lega e, giocata dopo giocata, porta la sua squadra alle finali NBA contro i Los Angeles Lakers. La prima partita di quella serie è epica, i Lakers erano pronti a spazzare via i Sixers dopo un cammino immacolato ai playoff, con 11 partite vinte e 0 perse, ma non fu così. Dopo una rimonta incredibile e un overtime, Philadelphia riesce a sbancare lo Staples Center, guidata dai 48 punti di Iverson. Indimenticabile il crossover a Tyrone Lue alla fine della partita, come la frase dello stesso Iverson al rientro negli spogliatoi: “Mettete via le scope!”. Ma purtroppo per la band di Larry Brown, alla fantastica gara-1 seguono quattro sconfitte in altrettanti incontri, malgrado i 35.6 punti di media del suo miglior giocatore.

Iverson dopo il famoso crossover su Lue
Iverson dopo il famoso crossover su Lue

Nonostante il bis come capocannoniere, la stagione 2001/2002 è molto deludente per Allen, per colpa dei vari infortuni che lo perseguono. I Sixers vincono solamente 43 partite ed escono al primo turno contro i Boston Celtics. Dopo l’eliminazione Larry Brown si lamenta della poca dedizione che Allen mette in allenamento e in partita, da qui nasce una delle più celebri conferenze stampa di sempre, dove Iverson ripete per più di 20 volte la parola “practice”, e come lui, in partita, dia sempre il massimo. Ai playoff del ’03 Philly supera gli Hornets al primo turno, ma deve cedere ai Detroit Pistons 4-2.
Anche l’annata 2003/2004 si rivelerà molto deludente, e segnerà l’inizio del declino di Allen, con l’abbandono di Brown. Infatti i Sixers riescono ad andare ai playoff solo nel 2005, quando The Answer vince il suo ultimo titolo di miglior realizzatore e registra il suo career high, 60 punti, segnati contro gli Orlando Magic.

Nel corso della stagione ’06/’07 viene ceduto ai Denver Nuggets in cambio di Andre Miller, Joe Smith e due prime scelte. In Colorado, Iverson va a formare la migliore coppia dell’NBA con Carmelo Anthony, ma i risultati non arrivano: i Nuggets escono al primo turno ai playoff del 2007 e del 2008, e nel novembre ’08 viene nuovamente ceduto, ai Detroit Pistons, in cambio di Chauncey Billups e Antonio McDyess. La stagione ’08/’09 è la prima sotto i 20 punti di media per The Answer e, a causa degli infortuni, conclude la stagione prematuramente. Durante l’estate firma con i Memphis Grizzlies, ma viene tagliato dopo sole 3 partite perché non è disposto a partire dalla panchina. Pensa al ritiro, ma avviene un clamoroso ritorno a Philadelphia, con cui gioca solamente 25 partite a 13 punti di media. Il 25 gennaio 2010 la sua ultima grande prestazione in NBA, contro i Los Angeles Lakers, in cui ingaggia un entusiasmante duello con Kobe Bryant, testimoniando che a 35 anni Allen Iverson non è un giocatore “finito”. Abbandona la squadra in anticipo rispetto alla fine della stagione per i problemi di salute della figlia.

Allen Iverson ai Memphis Grizzlies
Allen Iverson ai Memphis Grizzlies

Per un breve periodo del 2010 gioca al Besiktas, in Turchia, ma per problemi fisici lascia la squadra. Durante quella e la successiva stagione prova a rientrare in NBA, ma i risultati sono scarsi a causa dei soliti problemi fisici. Il 21 agosto 2013, a 38 anni, chiude definitivamente la sua carriera professionistica, e il 1 marzo 2014 i Philadelphia 76ers ritirano la sua maglia, la numero 3.

The Answer al ritiro della sua maglia numero 3
The Answer al ritiro della sua maglia numero 3


La storia di Allen Iverson è decisamente insolita e dimostra che il fisico nella pallacanestro conta solo relativamente; la sua carriera si può definire come il Davide contro Golia del II millennio.

Marc Gasol & Mike Conley: il sostegno reciproco di una coppia appassionante

L’importanza di una squadra unita, nella Nba, è un aspetto di importanza incalcolabile per trovarsi in un contesto vincente. Questo è ciò che sicuramente accade nei Memphis Grizzlies, la cui rosa è detta da molti “dell’ambiente” la più affiatata dell’intera lega.

La decisione della stella dei Grizzlies, Marc Gasol, della scorsa estate in cui il catalano era un unrestricted free agent, di rimanere nella città del Tennessee è stata sicuramente condizionata da questa invidiabile situazione interna. Mike Conley, più di tutti, aveva infatti cercato in tutti i modi di convincere Marc a rimanere e a continuare a lottare con la squadra. Durante l’estate la point guard aveva twittato più volte il suo pensiero al riguardo, gesto che ha sicuramente avuto grande impatto tra i pensieri di Gasol, che, comunque, ha poi dichiarato di non aver mai avuto dubbi sulla sua permanenza in quel di Memphis.

Conley sta entrando nell’ultimo anno di contratto. Al termine della stagione, infatti, la free agency sarà realtà anche per l’ex Ohio State. Sarà quindi un’opzione quella di vederlo cambiare maglia e, anche se il suo peso in squadra non vale quello di Gasol, Conley rimane un playmaker invidiabile e invidiato dalla maggior parte delle franchigie NBA. E, a quanto pare, sulla questione il fratello di Pau ha già cominciato a lavorare: “Non mentirò” rileva un sorridente Conley ai microfoni di Micheal Lee (per Yahoo Sports),è molto più gentile con me quest’anno di quanto non lo sia mai stato. Credo che stia cominciando a lavorare psicologicamente per trattenermi qui. Voglio dire, di solito mi urla sempre contro ed è duro nei miei confronti, ma ora quando faccio un errore dice cose tipo ‘non preoccuparti, Mike, può capitare a tutti’. Scherziamo, lo prendo in giro e lui non si arrabbia, ride! Sta cambiando, come mai l’avevo visto prima”.

La sensazione è piuttosto chiara: non avrebbe alcun senso che Conley lasciasse a fine stagione dopo essersi esposto in questi termini per convincere Gasol a restare. Certo è che, se la stagione è lunga di suo, l’estate, da un certo punto di vista, lo è anche di più. Staremo a vedere dunque, ma un eventuale cambio maglia del giocatore – forse – più sottovalutato della lega sarebbe una sorpresa a dir poco inaspettata.

 

Per NBA Passion,

Nicola Siliprandi.

Grizzlies, arriva Luke Ridnour dai Magic

I Memphis Grizzlies hanno ottenuto Luke Ridnour tramite trade dagli Orlando Magic in cambio di Janis Timma, scelto con la 60° chiamata nel draft 2013. Wojnarowski, affidabile insider di Yahoo Sports, ha dato la notizia. Il trentaquattrenne sta entrando nell’ultima stagione del suo contratto. Nel salary della squadra risulteranno i suoi $2,75M.

La mossa non ha una ragione fine a se stessa in quanto i Grizzlies avrebbero già Udrih come seconda opzione dopo il playmaker titolare Mike Conley Jr., dunque ha destato l’attenzione di vari giornalisti e insiders. Geoff Calkins, del Commercial Appeal, pensa che questo affare non sia terminato qui.

Secondo RealGM i Magic potrebbero aver fatto questa trade al fine di risparmiare spazio salariale da utilizzare in offseason mentre i Grizzlies avrebbero preso Ridnour nella speranza di attrezzarsi nel caso in cui si voglia imbastire uno scambio più grande domani notte, durante il draft.

Per NBAPassion.com
Giulio Scopacasa

Tony Allen ruggisce: “Voglio essere ricordato come il miglior difensore di sempre”

bulls-tony allen

Spesso la critica popolare divide i giocatori in due categorie: Campioni e mediocri. Ce n’è un’altra, però, che cade spesso nel dimenticatoio, quella che ti fa vincere silenziosamente le partite: stiamo parlando la classe dei gregari. Essere un gregario di lusso non è facile ma, la persona dalla quale bisogna prendere spunto, sicuramente risponde al nome di Tony Allen.

La guardia dei Memphis Grizzlies, in questo turno delle Semi-Finals contro i Golden State Warriors, sta dettando legge nella propria metà campo, imprimendo un ritmo altamente aggressivo nel match che sta facendo ammattire gli avversari; chiedere informazioni a Klay Thompson che è totalmente in balia di Allen. Il 33enne veterano sta dimostrando ai Warriors e alla lega intera che cosa vuol dire essere un difensore d’élite, un ruolo che, secondo alcuni, sta pian piano scomparendo all’interno della lega.

Tony Allen, grazie alla sua intensità difensiva, sta risultando il valore aggiunto dei Grizzlies nella serie contro i Warriors.
Tony Allen, grazie alla sua intensità difensiva, sta risultando il valore aggiunto dei Grizzlies nella serie contro i Warriors.

La voglia di essere ricordato come uno dei migliori nel suo ruolo è tanta e, stando a quanto riportato da Michael Wallace di ESPN, Allen vuole essere ricordato come uno dei migliori difensori di sempre: “Quando la gente parla dei Bruce Bowen, dei Dennis Rodman, dei Michael Cooper, voglio che ricordino anche il mio nome” – ha dichiarato Allen, nominato difensore dell’anno nelle stagioni 2011-12 e 2012-13 – “Non sto giocando per essere considerato un mediocre, voglio essere uno d’élite. Penso di esserlo e di averlo dimostrato quest’anno. Ho tutto il diritto che mi venga riconosciuto ciò, non c’è nulla di sbagliato nel voler questo”.

Ha pienamente ragione. A dimostrazione che ha quanto riferito è assolutamente vero, Tony Allen sta mantenendo un’incredibile media di 3.7 palle rubate per partita contro Golden State, traduzione della costante pressione che esercita sul portatore di palla. Con un Allen così in forma e con la difesa dei Grizzlies ben collaudata, ipotizzare un loro passaggio del turno, non è utopia.

 

Per NbaPassion,
Mario Tomaino (@Mariot_22 on Twitter)

Marc Gasol sempre più leader: è lui il go-to-guy dei Grizzlies?

Marc Gasol al termine di questa stagione diventerà a tutti gli effetti un free agent senza restrizioni e, si sta ben mettendo in mostra in questi playoff  infatti viene considerato il giocatore “d’elite” della prossima sessione di mercato.

“Il big man dei Grizzlies ha presto totalmente il controllo del secondo quarto di gara 3 contro i Warriors”Michael Cohen della Commercial Appeal scrive.  In campo per tutto il tempo ha messo a referto ben 12 punti e 5 rimbalzi, sbagliando solo due tiri dal campo.

Nonostante la difesa importante imposta da Draymond Green su Gasol, questi ha chiuso alla fine con 21 punti e 15 rimbalzi. In vista di gara 4 che si giocherà stanotte possiamo notare tutti gli incrementi del buon Marc in questa post-season: punti 19.9, rimbalzi 9.5 e assist 4.1 al pari di 17.4 punti, 7.8 rimbalzi e 3.8 assist nel corso della regular season.

Sono proprio queste cifre che hanno fatto di Gasol un giocatore d’elite e pedina importantissima per il mercato prossimo, sarà da valutare dunque la volontà del giocatore se sceglierà di restare in quel di Memphis o di cambiare aria.

Sul suo futuro l’esito finale di questi playoffs potrà influenzare molto Marc nella sua scelta. Molte sono le squadre potenzialmente interessate al centro, tra cui Spurs, Knicks, Lakers, quindi non ci resta che aspettare e vedere cosa il catalano ha in serbo per i tifosi di Memphis e non.

Per NBA passion,
Alessio Angelucci