A pochi mesi dal primo, indimenticabile impatto con gli USA e con il basket NBA visto da vicino (nientemeno che al Madison Square Garden di New York), in maniera piuttosto inaspettata si presenta, per me e la mia ragazza, l’occasione di passare il capodanno al sole della Florida, tra Miami e Orlando.
Spiagge, parchi di divertimento, palme e calore latino, certo, ma questo viaggio mi permetterà di tornare a vivere in prima persona l’incredibile esperienza della lega sportiva più spettacolare al mondo… si parte!

La spiaggia di South Beach
Giusto il tempo di “portare i nostri talenti a South Beach “e prendere confidenza con un clima completamente all’opposto rispetto al nebbioso inverno milanese (al nostro arrivo a Miami si superano i 30°C) che, dopo un cocktail serale da 22 DOLLARI sulla celeberrima Ocean Drive, si parte subito alla volta di Orlando, a soli 35 minuti di volo dalla più famosa metropoli sull’acqua.
Al momento di organizzare il viaggio, avevamo optato per un albergo a Downtown (il “centro città” americano) piuttosto che nell’immensa area resort, situata nei pressi di grandi parchi tematici Come Walt Disney World o Seaworld, per avere la possibilità di approfittare delle ore serali per tuffarci nella “movida” cittadina, concentrata quasi esclusivamente su Orange Avenue e Church Street.
Con piacere realizzo che la suddetta Church Street porta, in pochissimi minuti, alla prima meta della parte cestistica di questo viaggio: l’Amway Center, dove la sera del 28 dicembre sono attesi i New Orleans Pelicans dell’astro nascente Anthony Davis!
La passione per la squadra di casa, resa celebre negli Anni ’90 da Anfernee “Penny” Hardaway e Shaquille O’Neal, almeno nelle zone centrali della città si manifesta soprattutto con foto dei giocatori appese ai lampioni e, intorno all’arena, con grossi murales, sempre con i volti dei magnifici 12.
Lo slogan che accompagna ognuna di queste figure è sempre lo stesso:

Murale fuori dall’Amway Center
Dopo aver superato una sostanziosa serie di controlli di sicurezza, che comprendono l’obbligo di depositare qualsiasi tipo di zaino o borsetta, cosa che non accade a Miami e nemmeno a New York, ci dirigiamo con un’oretta di anticipo ai nostri posti (piccolo inciso: con i soldi spesi ad Orlando per vedere la partita dal “primo anello”, a pochi passi dal campo, al MSG ci si può permettere al massimo un secondo anello centrale).
Al nostro ingresso il campo è nettamente più affollato rispetto agli spalti; se “Mr. 360” Victor Oladipo sta già tornando negli spogliatoi (non prima di aver concesso a qualche piccolo fan foto e autografi), sul parquet c’è Tyreke Evans dei Pelicans che esegue vari esercizi di tiro, seguito da parecchi assistenti, mentre in piedi in prima fila, dando le spalle al terreno di gioco, c’è un energumeno il cui aspetto fa indubbiamente pensare ad un ex giocatore.
Arrivando con un certo anticipo alla partita è possibile, avendo un biglietto per il primo anello, avvicinarsi al terreno di gioco, almeno fino all’inizio del riscaldamento ufficiale (quella che, fin dal minibasket, noi chiamiamo “ruota”).
Ne approfitto dunque per scendere le gradinate e domandare ad una delle gentilissime inservienti del palazzetto chi sia la vecchia gloria davanti a me. Purtroppo la signora si rivela più gentile che discreta, e va direttamente dall’interessato a chiedere il suo nome!
Costui la guarda perplesso, poi si gira verso di me e mi grida “I’M BO OUTLAW!!!”.
Va bene la passione eh, ma sfido chiunque a riconoscere a prima vista il buon Bo, professionista in diverse squadre NBA (tra cui i Magic ovviamente, di cui ora è ambasciatore) a cavallo tra gli Anni ’90 e ’00.
Dopo pochi minuti Outlaw viene raggiunto da un’altra vecchia gloria cittadina: il più celebre Nick Anderson, ricordato soprattutto per la grandiosa serie disputata contro i Chicago Bulls del rientrante Michael Jordan nei playoff del 1995.
Al termine di quella serie, vinta da Orlando anche grazie ad una preziosissima palla rubata proprio da Nick a Michael, Anderson lasciò ai posteri la famosa frase “questo numero 45 non sarà mai forte come il vecchio numero 23”, che contribuì al ritorno di MJ alla vecchia maglia e a nuovi successi.

Bo Outlaw e Nick Anderson
Il cortese ma sollecito invito di un altro inserviente (che fino a quel momento non aveva fatto altro che stringere la mano a tutti gli spettatori che entravano, augurando loro buon Natale e felice anno nuovo) a tornare al mio posto preannuncia l’ingresso delle squadre per il “warm up”. Mentre sfilo davanti al campo, a pochi centimetri da me arrivano i vari Oladipo, Payton, Vucevic, ma soprattutto l’uomo più atteso della serata: “The Brow”!

Anthony Davis
Una volta ultimati i classici rituali prepartita NBA (inno nazionale e presentazione delle squadre, ma anche l’immancabile proposta di matrimonio a metà campo e la “kiss cam”) è finalmente l’ora della palla a due.
Una partita combattuta per quasi tre quarti, poi la netta superiorità dei Magic rispetto agli attuali Pelicans viene fuori.
Il Monociglio infiamma la platea con una serie di schiacciate al volo che suscitano gli “ooohh…” di meraviglia del pubblico AVVERSARIO, il quale dopo pochi minuti rinuncia alla diabolica quanto violenta tattica per irretirlo, ovvero fargli “buuu!” durante i tiri liberi.

Davis in lunetta
Nel corso del terzo quarto Oladipo ha la fantastica idea di provare a schiacciare in testa all’intera difesa di NOLA, ma ci si abbatte contro e manda al tappeto il dolorante Davis, che abbandona dolorante il terreno di gioco.
“Victor, ti voglio veramente bene, ma non puoi farmi questo” è il mio primo pensiero, visto che difficilmente avrò di nuovo l’occasione per assistere dal vivo alle gesta di uno dei più grandi fuoriclasse degli ultimi anni, ma per fortuna il numero 23 torna in campo per gli ultimi minuti di gara, senza comunque esserne protagonista.
Per la squadra allenata da Alvin Gentry sono davvero pochi i motivi di soddisfazione: qualche lampo da Jrue Holiday e Tyreke Evans (11 punti il primo, 16 con 8 assist il secondo), qualche minuto di dominio assoluto dell’ex Heat Norris Cole, che chiuderà con 17 punti, la maggior parte dei quali nel primo tempo, e i 20 punti + 8 rimbalzi di Davis, arrivati però più grazie al suo straordinario talento nell’ uno-contro-uno che per merito di chissà quali giocate di squadra.
A proposito di Davis, l’impressione che ho nel guardarlo in azione è che sia quasi “estraneo” al resto della squadra, come un’entità a parte rispetto al gruppo. Magari è per l’appunto solo un’impressione, ma avvalorata da alcuni indizi.
Al momento della sua uscita dal campo dopo lo scontro con il numero 5 di Orlando, ad esempio, non c’è nessun compagno a sincerarsi delle sue condizioni. E lui stesso, dopo un brutto passaggio che finisce con gran violenza (il colpo si sente fin dagli spalti e il pubblico accoglie con un nuovo “ooohh…” il replay) sul volto di Eric Gordon, non accenna nemmeno a scusarsi con il numero 10 in maglia rossa. Più in generale, affronta la gara sempre con la faccia di chi non vorrebbe affatto trovarsi lì, ma gioca solo perché pagato per farlo. Poi magari è solo una serata no…
Menzione speciale per Kendrick Perkins, che dal vivo appare davvero una montagna vivente…

Kendrick Perkins
Può decisamente sorridere, invece, Scott Skiles, il quale si trova a gestire una squadra molto interessante.
Con Oladipo che parte (come ormai consuetudine) dalla panchina e gioca una partita tutto sommato modesta, i grandi protagonisti dell’incontro sono Evan Fournier (20 punti), proposto in un video sul titantron per le votazioni per il prossimo All Star Game, e soprattutto Nikola Vucevic, autore di un partitone da 28 punti (massimo stagionale), 8 rimbalzi e 7 assist trovandosi spesso opposto a Davis.
Bene anche Tobias Harris, solo qualche guizzo per Aaron Gordon e per l’incontrastato idolo di casa, Elfrid Payton. Parecchio breve e incolore, invece, la prova del rookie Mario Hezonja, accolto comunque con grande calore al momento dell’ingresso in campo.
Il protagonista assoluto del finale di match è però Andrew Nicholson, che si scatena con 13 punti e una schiacciata che verrà poi eletta “Dunk of the night” da NBA.com.
https://www.youtube.com/watch?v=1thrDqTeqgI
Con i Magic che hanno ormai la vittoria in tasca (104-89 il finale), gli ultimi minuti sono puro “garbage time”, e alcuni spettatori iniziano a defluire felici dall’impianto, mentre gli inservienti distribuiscono gadget a tutti.
Noi (o meglio dire IO, mettendo a dura prova la pazienza della mia compagna di viaggio) ci fermiamo invece a goderci il piccolo museo situato nei corridoi dell’arena, nel quale spiccano cimeli come le maglie dei vari Hardaway, McGrady, Howard e lo stesso Nick Anderson o come le mastodontiche scarpe di Shaquille O’Neal.

A sinistra la scarpa di un normale giocatore NBA, a destra quella di Shaq
Usciti dall’Amway Center, i tifosi si affrettano verso i numerosi locali della zona circostante, tutti enormi e tipicamente americani. In quello in cui ci rechiamo noi per cenare, una ventina di maxischermi trasmettono ininterrottamente basket e football, con gli highlights di NBA e NFL ovviamente, ma anche con le gare di college basketball, sia maschile che femminile.
Decisamente un altro mondo…
Mentre sorseggio una birra da un bicchiere griffato Orlando Magic, noto questo bellssimo murale:

La prima parte di questa avventura cestistica è archiviata. Il prossimo appuntamento è fissato per il primo gennaio 2016, quando all’American Airlines Arena di Miami gli Heat ospiteranno i Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki!

L’American Airlines Arena vista da Biscayne Boulevard
L’AAA si trova in una delle zone più spettacolari di Miami, la lussureggiante Downtown, tra il porto turistico e gli enormi grattacieli che rendono lo skyline cittadino, a detta degli stessi abitanti, il terzo più bello degli USA, dietro solo a quelli di Manhattan e Chicago.
Quando arriviamo davanti ai cancelli, ancora chiusi, c’è già una gran ressa.
Già a prima vista si intuiscono alcune differenze tra l’atmosfera di Orlando e quella di Miami.
Nella Magic City i turisti sono concentrati soprattutto nella zona dei parchi, per cui solo i veri appassionati si spingono fino a Downtown per vedere una partita di basket. La AAA, invece, è situata nel cuore del centro cittadino, dove fioriscono hotel, negozi e ristoranti, per cui l’arena è invasa, oltre che dai veri e propri tifosi, da sciami di “fan occasionali” o di semplici curiosi, un po’ come accade in quel di New York.
Ad assistere all’incontro c’è anche il Campione del Mondo in carica di Formula 1 Lewis Hamilton, che viene omaggiato dagli Heat con una maglia numero 44 (come il numero utilizzato in gara) personalizzata.

Due cheerleader consegnano a Lewis Hamilton una maglia personalizzata
Appena entrati nei corridoi dell’arena mi affaccio un istante nel primo varco disponibile e vedo… Dirk Nowitzki!!
Il più grande giocatore europeo di sempre è davanti ai miei occhi, mentre allena, tutto solo, il suo leggendario tiro in sospensione…cominciamo alla grande!
Ma appena arriviamo al nostro settore, l’emozione raddoppia: se da un lato del campo c’è Nowitzki, nel frattempo raggiunto da Chandler Parsons e Raymond Felton, dalla nostra parte c’è Dwyane Wade in persona!
Anche il leggendario capitano degli Heat sta svolgendo una serie di intensissimi esercizi di tiro, mentre intorno a lui centinaia di maglie numero 3 (tra cui le nostre) riempiono il palazzetto.
Anche qui, come all’Amway Center, ci permettono di avvicinarci, così inganniamo l’attesa per l’incontro a pochi metri da “Mr. Three”, a cui dopo pochi minuti si aggiungono Gerald Green e il rookie Justise Winslow, con quest’ultimo che non scenderà poi in campo per via di persistenti dolori alla caviglia.

Dwyane Wade
Questa volta a preannunciare l’ingresso in campo delle squadre per il riscaldamento non servono i moniti degli inservienti, perché nell’arena risuonano, inconfondibili, le note di “Enter Sandman” dei Metallica.
Torniamo ai nostri posti mentre comincia la “ruota” e ci accorgiamo che l’AAA è ancora quasi deserta; gran parte degli avventori è infatti assiepata intorno al vero centro nevralgico dell’azione: non il parquet, ovvio, bensì gli innumerevoli chioschi di hamburger e hot dog, presi d’assalto ad ogni minima pausa.
Al momento della presentazione del quintetto degli Heat (accompagnata da potentissime fiammate) rimango un po’ sgomento sentendo il nome di D-Wade sostituito da quello di Tyler Johnson. Il capitano è infatti reduce dall’influenza, ed entrerà in campo solo a partita iniziata, nel tripudio generale (soprattutto per la gioia di una signora ipereccitata seduta davanti a me che, al primo canestro – dopo una splendida “finta Indiana” – del suo eroe, colpisce con una violenta testata il mio ginocchio, senza peraltro accusare minimamente il colpo).
https://www.youtube.com/watch?v=obAqKxtVV7w
Le differenze tra il modo di vivere l’evento ad Orlando (e anche di New York, a dire il vero) e quello di viverlo a Miami sono ancora più evidenti a gara in corso. La musica accompagna le azioni anche nei momenti conclusivi, mentre le varie “dance cam” e simili continuano anche dopo che i timeout sono finiti, facendoti quasi dimenticare che la partita è ripresa.
Ad ogni interruzione va in scena una pseudo-gara di tiro organizzata da questo o quell’altro sponsor (tra l’altro ad una di queste partecipa il corpulento marito della scatenata fan di Wade, che registra il tutto sopraffatta dalle lacrime) e, quando lo speaker parte con l’ormai celebre annuncio “Two minutes….Dos minutos!!” (che indica gli ultimi due minuti del quarto), la gente scatta dai propri seggiolini e si precipita sgomitando verso bagni e/o ristoranti, incurante del fatto che si stia per giocare un’azione importante del match (come accade, ad esempio, nel finale del secondo periodo).
Il pubblico, sollecitato dallo speaker, scandisce i noti cori standard, come “De-fense!” o “Let’s go Heat!”, ma ad un certo punto un tifoso si gira invasato verso il pubblico con atteggiamenti da improvvisato “capo ultras”. Il tutto è spiegato dal fatto che il tizio si è accorto di essere in diretta su Fox Sports USA, che di lì a poco inquadrerà anche la mia ragazza e un mio braccio (!!).
Nel frattempo, per i pochi che riescono a farci caso, la partita è in corso. Già, la partita!

Le tre star dell’incontro in azione: Bosh, Wade e Nowitzki
I Mavs arrivano da quattro vittorie consecutive e stanno disputando una stagione tutto sommato positiva, ma si presentano malissimo in Florida, permettendo agli avversari di controllare la partita dall’inizio alla fine.
Chandler Parsons è praticamente spettatore non pagante (4 punti con 2/8 al tiro), J.J. Barea è un folletto che fa ballare la difesa di Miami (la stessa Miami che punì severamente nelle NBA Finals 2011), ma che in questo caso si rivela più fumo che arrosto (6 punti e 5 assist).
I migliori in maglia azzurra alla fine sono Zaza Pachulia (14 + 13 rimbalzi) e Wesley Matthews (12 punti con 4 triple a bersaglio), mentre Deron Williams e Ray Felton sparano a salve (13 punti in due). C’è anche l’idolo di Shaquille O’Neal, JaValone McGee, che sfoggia la sua mostruosa prestanza atletica con un paio di schiacciate delle sue.
“WunderDirk” gioca una partita dignitosa, regalando ai numerosissimi fan, molti dei quali con indosso la maglia numero 41, alcuni dei suoi famigerati tiri con la gamba alzata. Solo 11 punti per lui ma, in ogni caso, poesia in movimento…
Per i padroni di casa molto bene Goran Dragic (15 punti, perlopiù segnati in un grandissimo primo tempo), Chris Bosh (16 e assoluta leadership in campo) e Gerald Green (19), che ad inizio quarto periodo schizza fuori dalla mischia e tenta una schiacciata da urlo, che purtroppo si ferma contro il ferro. Il numero 14 trova comunque, pochi istanti dopo, il modo per soddisfare la spasmodica attesa di tutti i presenti, quando prende la linea di fondo e conclude così:
https://www.youtube.com/watch?v=Kk6ek4vCViw
Il vero e proprio dominatore dell’incontro è però Hassan Whiteside: onnipresente sul parquet, famelico sotto canestro. Chiude da MVP con 22 punti e 15 rimbalzi, e a fine partita dichiarerà: “Sto solo cercando di far salire le mie quotazioni per l’All Star Game”. Che non sarebbe neanche un grande azzardo, vista la sua stagione…
Con gli Heat nettamente superiori per 48 minuti, anche qui il finale è puro garbage time; Miami vince in scioltezza 106-82.
Un ultimo sguardo al soffitto, dove sventolano maestose le maglie ritirate di Alonzo Mourning e Tim Hardaway e i tre stendardi di campioni NBA, ed è tempo di abbandonare l’American Airlines Arena.

Gli stendardi di Campioni NBA appesi al soffitto della AAA
Dopo aver visitato il fornitissimo store ufficiale ci dirigiamo verso l’uscita, quando notiamo un lussuoso pullman parcheggiato vicino ad un’uscita secondaria… è quello dei Mavs!
Purtroppo Nowitzki è già a bordo al momento del nostro arrivo, ma facciamo in tempo comunque a vedere Barea (che si ferma entusiasta a rendere omaggio ad alcuni, scatenati fan portoricani), Ray Felton e Deron Williams, che risponde con un saluto ed un sorriso al mio “Hi, D-Will!”.
Non può esserci modo migliore per concludere questa fantastica esperienza.
Di sicuro nessuna città potrà mai contendere a New York il titolo di “Basketball City” ma comunque, per un appassionato di basket (e di sport in generale), non c’è niente di più esaltante che poter assistere dal vivo al grande spettacolo della NBA, entrare nelle grandi arene ammirate centinaia di volte alla TV, oltretutto sotto il sole e tra le palme del “Sunshine State”…
PURE MAGIC!

Auguri di buon anno dai Miami Heat!

