Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiNBA Power Ranking 2016/2017 – Terza ed ultima parte

La fine di settembre è solitamente il periodo più triste e malinconico dell’anno, con le vacanze ormai lontane e i giorni, sempre più corti, scanditi dalla solita, vecchia routine. Per gli appassionati di basket, però, questo periodo segna la fine di una lunga, estenuante attesa: con il Media Day e l’inizio dei training camp si apre di fatto la nuova stagione NBA!

Dopo un’estate in cui draft e free-agency hanno mischiato per bene le carte, le trenta franchigie sono pronte a calcare nuovamente i parquet di tutta America (e non solo). Per noi, invece, arriva il momento di un giochino tanto inutile, quanto divertente: il Power Ranking.
Nelle prossime tre settimane stileremo una classifica ‘al rovescio’, partendo dalla squadra meno attrezzata e arrivando alla più seria candidata al titolo NBA 2017. Trattandosi di meri pronostici, sarà bello rileggere questo Ranking a giugno e constatare che molte cose, all’apparenza scontate, non si saranno invece verificate…

La prima parte si può trovare qui, mentre la seconda qui… Adesso, invece, arriva l’ultima parte: “The one and only…Top Ten!”

 

10 – MEMPHIS GRIZZLIES

Mike Conley (con una faccia da 153 milioni di dollari) e, dietro di lui, Marc Gasol

Mike Conley (con una faccia da 153 milioni di dollari) e, dietro di lui, Marc Gasol

Il faraonico rinnovo di Mike Conley, che ha seguito quello di Marc Gasol, ha rimandato la rivoluzione in casa Grizzlies. Ancora ‘Grit And Grind’, almeno fino alla prossima estate, quando Zach Randolph e Tony Allen sarano free-agents. Con un roster pressoché invariato rispetto alla scorsa stagione, le uniche novità di rilievo sono Chandler Parsons e il nuovo coach, David Fitzdale. Dall’impatto di questi due con la nuova realtà dipenderanno le sorti di questa franchigia, o perlomeno il piazzamento finale. Salvo sorprese, infatti, il destino di Memphis sembra essere lo stesso degli ultimi anni: arrivare carichi ai playoff, dare (molto) fastidio a qualche squadrone e uscire al primo/secondo turno.
Non mancano però gli interrogativi; Parsons sarà lo scintillante talento visto a Houston, oppure la grigia copia di Dallas? Come debutterà Fitzdale da capo-allenatore, dopo una vita da assistente ai Miami Heat?

Di certo, l’auspicio è che non si ripeta quanto accaduto l’anno scorso, con un roster ridotto all’osso dagli infortuni (il povero Dave Joerger arrivò a schierare 28 giocatori diversi nell’arco della stagione, record apparentemente ineguagliabile) e arrivato senza energie alla post-season.

Per la regular season, comunque, non ci dovrebbero essere particolari problemi. La coppia Conley-Gasol rappresenta una delle migliori combo playmaker-centro dell’intera NBA. Randolph, sebbene non più nel fiore degli anni, darà ancora lezioni in post basso, mentre Allen sarà come sempre il peggiore incubo delle star avversarie.
Poi, dopo l’ennesima eliminazione prematura (ed è qui che rideremo di più a giugno, quando Memphis sarà campione NBA!) sarà tempo di fare delle scelte: salto di qualità o rifondazione?

 

9 – BOSTON CELTICS

Al Horford, grande acquisto estivo dei Celtics

Al Horford, grande acquisto estivo dei Celtics

Dall’estate dei Celtics ci si aspettavano grandi cose. Boston aveva a disposizione innumerevoli scelte al draft (sia in quello appena passato, che nei prossimi) e un buono spazio salariale, tutti fattori che avrebbero potuto renderla, tramite i giusti scambi, una squadra da titolo. Alla fine sono arrivate delle buone mosse, forse ottime, ma non i tanto attesi ‘fuochi d’artificio’.

Al Horford è il miglior acquisto che si potesse fare, sfumato (per poco) il sogno Kevin Durant. Centro dal vastissimo arsenale offensivo (con un tiro da tre in continuo miglioramento) e punto di riferimento per la difesa, l’ex Atlanta è un giocatore di incalcolabile importanza tattica.
Anche Jaylen Brown sta impressionando positivamente in pre-season (per quello che può contare), però bisogna dire che Danny Ainge e soci avevano provato a scambiare la sua scelta (terza assoluta) con innumerevoli franchigie, prima dello scorso draft.
Rimane dunque l’impressione che questa formazione sia il risultato di un ‘piano-B’ (se non addirittura ‘piano-C’) della dirigenza.

In ogni caso, poco male: i Celtics restano una signora squadra. Horford e Isaiah Thomas promettono spettacolo e, molto probabilmente, saranno la prima coppia di All-Star biancoverde dai tempi gloriosi di Rondo-Allen-Pierce-Garnett.
Avery Bradley, Jae Crowder e (presumibilmente) Amir Johnson sono ottimi elementi per completare il quintetto, e dalla panchina si alzeranno i vari Marcus Smart, Tyler Zeller, Kelly Olynyk, Gerald Green e lo stesso Jaylen Brown, il quale potrebbe rivelarsi un grandissimo colpo (con conseguente beatificazione di Ainge).
Ad impreziosire il tutto, la presenza di un bravissimo allenatore come Brad Stevens, capace fin qui di valorizzare al massimo i suoi giocatori. Dovessero crescere ulteriormente anche giovanissimi talenti come Terry Rozier, R.J. Hunter e James Young, le big della Eastern Conference farebbero bene a tenere gli occhi ben aperti.

 

8 – CHICAGO BULLS

I nuovi Bulls. Da sinistra: Jimmy Butler, Robin Lopez, Rajon Rondo e Dwyane Wade

I nuovi Bulls. Da sinistra: Jimmy Butler, Robin Lopez, Rajon Rondo e Dwyane Wade

C’è estrema curiosità di vedere all’opera i nuovi Bulls, anche se una domanda sorge spontanea: cosa vogliono fare?

L’idea iniziale di rifondazione, avviata con le cessioni di Derrick Rose e Joakim Noah (oltre che dall’addio del free-agent Pau Gasol) è stata accantonata in un lampo. Dalla free-agency sono infatti arrivati due grandissimi nomi come Rajon Rondo e Dwyane Wade. Si tratta di pluri-campioni NBA, che daranno certamente spettacolo quest’anno, ma parliamo pur sempre di veterani, con davanti al massimo due-tre stagioni ad alti livelli (felicissimo di essere smentito!), il che esclude a priori qualsiasi progetto a lungo termine.
Alla dirigenza va comunque dato il merito di aver fatto firmare ai due fuoriclasse dei contratti di breve durata (entrambi biennali), al termine dei quali sarà davvero il momento di fare i conti.

Sulla carta ci sono buone possibilità che la squadra rimanga competitiva, ma dalla stagione che sta per iniziare si capiranno molte cose. Tanto dipenderà dallo sviluppo dei giovani, che dovranno crescere alle spalle dei campioni per guadagnarsi un posto nel quintetto del futuro. Su tutti Bobby Portis, Tony Snell, Doug McDermott e l’atteso rookie Denzel Valentine, ma attenzione anche a Cristiano Felicio e a Jerian Grant, arrivato dai New York Knicks nella trade che ha portato Rose a Manhattan.

Per quanto riguarda il presente, le certezze sono molte. Jimmy Butler è ormai una star affermata, e sia Rondo che Wade lo hanno ‘investito’ del ruolo di leader. Gli stessi due ex pilastri di Boston Celtics e Miami Heat porteranno a Chicago qualità, quantità e, soprattutto personalità (anche troppa nel caso di Rondo. Nella peggiore delle ipotesi, il suo carattere ‘difficile’ potrebbe far saltare il banco, come successo a Dallas).
Wade è reduce da una grandissima stagione, in cui ha trascinato i suoi amati Heat al secondo turno di playoff, e sembra vivere una seconda giovinezza, soprattutto dal punto di vista fisico. Anche per Rondo, a livello prettamente individuale, quello passato è stato un buon anno: miglior assistman della NBA nonostante il disastroso spettacolo messo in campo dai suoi Sacramento Kings.

Oltre ai ‘Big Three’, in quintetto dovrebbero partire Nikola Mirotic e il nuovo arrivo Robin Lopez (anch’egli dai Knicks), con Portis e Taj Gibson pronti a subentrare. Come ‘polizza assicurativa’ di Rondo ci sarà Isaiah Canaan, molto giovane (classe 1991), ma già candidato all’Oscar alla carriera come point guard di riserva.
Coach Fred Hoiberg ha a disposizione tutti gli ingredienti per fare una buona stagione, su questo non ci sono dubbi. Attenzione però a sognare troppo in grande; LeBron James e i suoi Cavs, salvo soprese, potrebbero continuare a fare sonni piuttosto tranquilli.

 

7 – OKLAHOMA CITY THUNDER

Victor Oladipo, Russell Westbrook e Steven Adams...manca qualcuno?

Victor Oladipo, Russell Westbrook e Steven Adams…manca qualcuno?

Quando un giocatore come Kevin Durant dà l’addio, per la sua ex-squadra dovrebbe inevitabilmente iniziare un periodo di ricostruzione, fatto di sconfitte a non finire e scelte in lottery.
Non è il caso dei Thunder, che sembrano avere un ‘paracadute’ che possa attenuare l’impatto con la nuova realtà. Orfani del miglior giocatore della loro storia, gli uomini di Billy Donovan possono e devono ambire non solo ad arrivare ai playoff, ma anche ad arrivarci con il fattore campo.

Del resto c’è sempre Russell Westbrook. Senza Durant, il numero 0 avrà carta bianca e la squadra ai suoi piedi; ci si deve aspettare da lui una stagione in stile ‘Django Unchained’ (le scommesse su una partita da 50 punti, 30 rimbalzi e ZERO assist contro gli Warriors di KD pare siano state chiuse…).
La cosa che più è saltata all’occhio, in occasione del tour spagnolo contro Real Madrid e Barcellona, è stata la volontà di dare grandi responsabilità a Victor Oladipo, arrivato in estate per via di una trade che ha spedito Serge Ibaka ad Orlando. L’ex Hoosier ha ripagato alla grande la fiducia riposta in lui, specialmente nella gara di Madrid, chiusa con 34 punti e con la palla sempre nelle sue mani quando contava.
La trade per Ibaka ha portato ad Oklahoma City altri due elementi su cui Donovan sembra puntare molto: Ersan Ilyasova e Domantas Sabonis. Il turco è un giocatore estremamente versatile e dalle eccellenti qualità offensive, mentre il figlio del leggendario Arvydas, seppur con qualche difetto da correggere, sembra avere ampi margini di miglioramento.

Con la coppia Westbrook – Oladipo, un difensore di livello come Andre Roberson, le ‘Torri Gemelle’ Steven AdamsEnes Kanter sotto canestro e una panchina rinforzata (occhio anche al debutto in NBA di Alex Abrines, altro giovane dal grandissimo potenziale) il roster dei Thunder ha poco da invidiare a quello di quasi tutte le formazioni della Western Conference. Poi, se qualcuno volesse già dare per spacciato Westbrook, che vada pure a dirglielo!

 

6 – INDIANA PACERS

Monta Ellis, Jeff Teague e Paul George

Monta Ellis, Jeff Teague e Paul George

Affare Durant a parte, i veri re del mercato NBA 2016 sono stati gli Indiana Pacers, protagonisti di una off-season da applausi.

I primi fuochi d’artificio sono arrivati il 7 luglio, quando Larry Bird e soci hanno messo le mani su Jeff Teague e Thaddeus Young in una trade a più squadre (costata però il ‘sacrificio’ di George Hill). Due giorni dopo, è stata la volta de free-agent Al Jefferson, firmato oltretutto a cifre più che ragionevoli (30 milioni in tre anni non sono poi troppi, di questi tempi).

I tre nuovi innesti completano un quintetto di assoluto prestigio. Teague è apparso un po’ in calo nell’ultimo periodo ad Atlanta, ma è pur sempre un All-Star, e la sua velocità porterà infinite soluzioni offensive in più alla squadra.
Young era una delle poche gemme nella terra bruciata di Brooklyn; anche se non sarà più quello dei primi tempi a Philadelphia, rimane comunque un ottimo comprimario. ‘Big Al’ Jefferson, nonostante gli evidenti chili di troppo, è ancora nei migliori anni della sua carriera, e la sua presenza sotto canestro è stata uno dei fattori determinanti per le ultime, buone stagioni degli Charlotte Hornets.
Se a questi tre uniamo un grande realizzatore come Monta Ellis (a cui però verrà chiesta maggiore costanza) e un Paul George determinato più che mai a diventare MVP (ipotesi tutt’altro che campata per aria), otteniamo uno dei migliori starting five della lega.

Il nuovo coach Nate McMillan potrà contare anche su una panchina di assoluto livello, la cui punta di diamante sarà il giovane centro Myles Turner. Dopo un’ottima stagione da rookie, Turner si candida a diventare il centro titolare in un prossimo futuro. Una sua ulteriore crescita, tuttavia, accorcerebbe di fatto i tempi, magari proprio a discapito del neoacquisto Jefferson.
Sempre dalla panchina si alzeranno le ‘vecchie conoscenze’ Rodney Stuckey, C.J. Miles e Glenn Robinson III (in attesa di un suo salto di qualità) e il trio Aaron Brooks (riserva di lusso per Teague) – Jeremy EvansKevin Seraphin, tutti recuperati ‘dalla spazzatura’ della free-agency.
Le big della Eastern Conference (Cavs inclusi?) sono avvisate: dopo qualche anno di attesa, i Pacers sono tornati.

 

5 – TORONTO RAPTORS

DeMar DeRozan (#10) e Kyle Lowry, probabilmente reduci da un rave

DeMar DeRozan (#10) e Kyle Lowry, probabilmente reduci da un rave

Reduci dalla miglior stagione della loro storia, chiusa in finale di Conference contro Cleveland, i Raptors puntano a confermarsi come unica credibile alternativa (ad Est) ai campioni NBA in carica.

Lo ‘spauracchio’ della free-agency di DeMar DeRozan è durato giusto fino ai primi di luglio; appena è stato possibile, infatti, il numero 10 ha rinnovato il contratto. Con lui e Kyle Lowry ancora a disposizione, la truppa di coach Duane Casey rimane una squadra molto pericolosa per chiunque sogni in grande.

Confermati altri elementi chiave della rotazione, da Jonas Valanciunas a DeMarre Carroll, fino a Cory Joseph e Patrick Patterson, gli unici cambiamenti di rilievo sono stati nel reparto lunghi. Jared Sullinger, chiuso dal sovraffollamento a Boston, può rappresentare un rinforzo provvidenziale per una squadra rimasta orfana di Bismack Biyombo (uno dei protagonisti degli ultimi playoff), James Johnson e Luis Scola (finito disgraziatamente ai Nets insieme all’’oggetto misterioso’ Anthony Bennett).
A fare la differenza potrebbero essere i giovani: Norman Powell (molto positivo l’anno scorso), il rookie Jakob Poltl, la coppia brasiliana Lucas NogueiraBruno Caboclo e Terrence Ross. Quest’ultimo ha già mostrato di poter diventare un signor giocatore, e fa già gola a diverse franchigie; non dovesse trovare il giusto spazio nella prossima stagione, facile che, durante la free-agency 2017, possa trovare casa altrove.

Con la crescita di squadre come Chicago, Boston, Indiana e New York, i piani alti della Eastern Conference hanno sempre più pretendenti. Questi Raptors però, sembrano davvero in grado di ripetersi.

 

4 – LOS ANGELES CLIPPERS

Chris Paul, Blake Griffin, DeAndre Jordan e coach Doc Rivers

Chris Paul, Blake Griffin, DeAndre Jordan e coach Doc Rivers

A furia di dire “è l’anno dei Clippers” sono già passati diversi treni, e la sensazione è che quello in arrivo sia davvero l’ultimo.

Citando il sottotitolo di un bel film con Jim Carrey, “una serie di sfortunati eventi” (il ‘suicidio’ contro i Rockets nel 2015, il doppio infortunio di Chris Paul e Blake Griffin la stagione seguente) hanno ostacolato la corsa al titolo degli uomini di Doc Rivers. Stavolta, però, non ci sarebbero attenuanti per l’ennesimo fallimento.

Paul e Griffin sono tornati in salute, DeAndre Jordan è sempre più dominante sotto i tabelloni, J.J. Redick è Jamal Crawford sono sempre loro, seppur con un anno in più sul groppone.
Se è vero che il roster è pieno di veterani (tra cui il grande Paul Pierce, che a fine stagione si ritirerà), ci sono anche i giovani Austin Rivers e Bryce Johnson (non ci poteva essere miglior nuovo abitante per ‘Lob City’) che scalpitano nelle retrovie. Le aggiunte estive di Marreese Speights, Raymond  Felton e Brandon Bass danno ulteriore profondità alla rosa.

Fossero dall’atra parte degli USA, probabilmente i Clippers farebbero presenza fissa alle finali di Conference. Ad Ovest, invece, ci sono Warriors e Spurs, due ostacoli non indifferenti per una squadra arrivata forse all’ultima spiaggia.
Com’è, come non è, nel 2017 sia CP3 che BG avranno una player option; restare ancora un anno o rimandare i cugini meno ‘nobili’ dei Lakers nel baratro da cui sono venuti?

 

3 – SAN ANTONIO SPURS

La tipica sessione di allenamento degli Spurs

La tipica sessione di allenamento degli Spurs

Che la finale NBA 2017 possa essere ‘gara-3’ di un’ipotetica serie tra Warriors e Cavaliers, è un pronostico abbastanza diffuso. E’ altrettanto probabile, però, che l’unica alternativa credibile a Golden State (per quanto riguarda la Western Conference) sarà la banda-Popovich.

Il ritiro di Tim Duncan (fa ancora specie scriverlo…) lascia un vuoto, in termini di leadership, estremamente difficile da colmare. D’altronde, si tratta del giocatore che, più di ogni altro, ha costruito una cultura vincente senza eguali nello sport moderno.
Sul campo, però, gli Spurs si troveranno comunque con le spalle coperte, visto che a sostituire Timmy è arrivato nientemeno che Pau Gasol. Il catalano ha qualche anno e qualche acciacco in meno rispetto al grande caraibico, e la sua intelligenza cestistica si sposa a meraviglia con le esigenze di Gregg Popovich. Credo che per veder giocare lui e LaMarcus Aldridge insieme sia indispensabile un quaderno per gli appunti, soprattutto per gli aspiranti lunghi.

Con i due maestri a predicare basket nel pitturato (ma anche fuori, date le loro qualità), nelle altre zone del campo tutto passerà, ancora una volta, dalle enormi mani di Kawhi Leonard.
L’uomo-franchigia di San Antonio è ormai una delle più grandi stelle della lega. Le due finali NBA giocate da protagonista, tra cui quella vinta – da MVP – nel 2014, sono state solo l’inizio della sua inarrestabile ascesa. Giocatore completo come pochi nella storia, il due volte Defensive Player Of The Year avrà anche in mano le chiavi dell’attacco Spurs. Se fossi uno scommettitore, quei due-tre euro su un Kawhi Leonard MVP stagionale me li giocherei volentieri.

Anche il resto della squadra (a parte la preziosa aggiunta di David Lee) è rimasto pressoché invariato, compreso quel Manu Ginobili che, quasi certamente, disputerà la stagione di addio. Se è vero che Tony Parker non è più quello di dieci anni fa (e ci mancherebbe), è altrettanto vero che alle ultime olimpiadi abbiamo ammirato un Patty Mills in grandissimo spolvero. L’avvicendarsi dei due garantirà la solita qualità nel ruolo di playmaker, con il fido Danny Green a bombardare dall’arco dei tre punti. In caso di emergenza, ci sarebbe anche l’ultimo arrivato in casa Spurs, quel Ryan Arcidiacono protagonista assoluto del titolo NCAA vinto da Villanova (sempre che non venga tagliato prima dell’inizio della RS).
Oltre all’italo-americano, il roster annovera altri giovani in ascesa, che Pop sta coltivando come geme preziose: Kyle Anderson e Jonathan Simmons su tutti, ma occhio anche ai nuovi arrivi Dejounte Murray, Nicolas Laprovittola e Dewayne Dedmon, che dovranno ritagliarsi un posto nelle rotazioni.

Una rosa profonda, giovani, fuoriclasse e un potenziale MVP… Warriors e Cavs sono avvisati: al primo passo falso, gli Spurs saranno pronti.

 

2 – GOLDEN STATE WARRIORS

Kevin Durant e Stephen Curry. Si sono viste coppie peggiori...

Kevin Durant e Stephen Curry. Si sono viste coppie peggiori…

Agli inservienti che verranno a chiudermi in una camicia di forza, dovrò in qualche modo spiegare la scelta di mettere gli Warriors al secondo posto di questo (inutile) Power Ranking.

L’ingaggio di un Kevin Durant all’apice della carriera rappresenta uno dei più grandi colpi di mercato della storia NBA. Oltre a generare una sfilza di polemiche (che non credo tocchino più di tanto né il giocatore, né la squadra), l’arrivo di KD trasforma Golden State in un vero e proprio ‘Dream Team’. Coach Steve Kerr potrà schierare, contemporaneamente, quattro All-Star, di cui gli MVP delle ultime tre stagioni. Ciò renderebbe (o rende, a seconda delle opinioni) automaticamente gli Warriors gli unici possibili candidati al titolo, ma diversi dubbi sono più che leciti.

Innanzitutto (e per fortuna), non sempre aggiungere una stella ad altre stelle significa vincere per forza. Difficilmente tre giocatori da (minimo) 30 punti a partita come Stephen Curry, Klay Thompson e Kevin Durant ne collezioneranno 90 a sera. Altrimenti, non inizierebbe neppure la stagione.
In casi come questo (anche se è davvero arduo trovare qualche precedente), è indispensabile che una delle superstar coinvolte faccia un passo indietro e accetti il ruolo di ‘secondo violino’… Onestamente, mi risulta piuttosto complicato pensare a Curry o Durant che facciano l’uno da scudiero all’altro, o viceversa. Più facile che a ‘sacrificarsi’ siano Thompson e il solito Draymond Green (vero elemento chiave della squadra), ma il problema dei ‘due galli nel pollaio’ rimarrebbe comunque.

Un’altra questione non trascurabile è l’aspetto tattico. L’innesto di un fenomeno come il numero 35 richiede, per forza di cose, una revisione degli schemi offensivi; impensabile che KD possa avere lo stesso ruolo di Harrison Barnes (con infinita ammirazione per HB40) nell’attacco di Steve Kerr. Fermo restando che lo stesso Kerr (’orfano’ dell’assistente Luke Walton, nuovo head coach dei Lakers) è il miglior allenatore possibile per risolvere questo tipo di ‘problemi’, è comunque certo che i suoi Warriors saranno molto diversi da quelli, strepitosi, delle ultime stagioni.

Dal punto di vista del roster, il prestigioso acquisto ha portato a diverse rinunce. Oltre al già citato Barnes, sono partiti altri protagonisti degli ultimi, gloriosi anni: Andrew Bogut, Leandro Barbosa, Marreese Speights, Festus Ezeli e Brandon Rush.
Particolarmente indebolito il reparto lunghi; Zaza Pachulia è un buon giocatore, ma alle sue spalle ci saranno i soli David West, Anderson Varejao e JaVale McGee, tutti lontanissimi dai loro anni migliori (anche se sarei più che entusiasta di un ‘risveglio’ di Javalone, che ai tempi di Denver aveva mostrato potenzialità straordinarie).

Sciorinati tutti questi dubbi, Golden State rimane un’autentica corazzata. Oltre al super-quintetto, Kerr può vantare la miglior panchina dell’intera NBA, guidata da Andre Iguodala e Shaun Livingston ed impreziosita dai giovanissimi James Michael McAdoo (classe 1993), Ian Clark (1991), Kevon Looney (1996) e Damian Jones (1995, trentesima scelta allo scorso draft).
Fatte tali considerazioni e considerando che, con ogni probabilità, Curry e compagni cercheranno di dosare le energie in vista dei playoff (per non ripetere gli errori del recente passato), escludere a priori un nuovo titolo NBA per gli Warriors sarebbe, quello sì, da manicomio criminale.

 

1 – CLEVELAND CAVALIERS

LeBron James (#23), Kyrie Irving (#2) e Kevin Love (#0)

LeBron James (#23), Kyrie Irving (#2) e Kevin Love (#0)

Ci sono molteplici fattori che mi inducono a pronosticare un back-to-back di Cleveland.

Il primo è abbastanza semplice da intuire: arriva da un altro pianeta, e sulle spalle ha il numero 23. La strategia di LeBron James è ormai sotto gli occhi di tutti: disputare una regular season da giocatore ‘normale’ (con ritmi da amichevole, saltando magari qualche partita) per poi inanellare prestazioni leggendarie ai playoff. Una tattica che finora sembra pagare, viste le SEI finali consecutive e i tre titoli NBA collezionati da ‘The King’.
Al suo fianco, LBJ avrà un Kyrie Irving nel suo prime. Le scorse Finals, coronate dall’indimenticabile tripla decisiva,  hanno consacrato ‘Uncle Drew’ tra le stelle più luminose della lega. Considerando la suddetta presenza ‘part-time’ di LeBron, non sarebbe poi così assurdo immaginare una candidatura del numero 2 ad MVP stagionale.

Un altro punto a favore dei Cavs è rappresentato dalle gerarchie ben stabilite (cosa che non possono affermare, per esempio, ad Oakland). Ecco dunque un Kevin Love ormai pienamente consapevole (a maggior ragione dopo il titolo appena vinto) del suo ruolo di ‘terzo violino’. Anche se ciò potrebbe portarlo, in futuro, a desiderare nuove destinazioni, per il momento la piena integrazione di Love rappresenterebbe una formidabile arma in più per coach Tyronn Lue.

Sulla carta, Cleveland parte con alcuni, importanti vantaggi nei confronti di Golden State e San Antonio. Detto delle gerarchie ben definite, la squadra è rimasta pressoché la stessa che vinse gara-7 pochi mesi fa, in attesa di novità sul fronte J.R. Smith. Le aggiunte di Chris Andersen, Mike Dunleavy e Markel Brown sono i giusti ritocchi per completare un roster già estremamente competitivo.

Soprattutto, i Cavs sono pressoché sicuri di arrivare nuovamente alle NBA Finals. Se ad Ovest Warriors e Spurs si daranno presumibilmente battaglia, con la possibile interferenza di Clippers e Thunder, nella Eastern Conference non sembra esserci alcuna alternativa a James e compagni.
Alcune squadre potrebbero di certo metterli in difficoltà (Toronto, Indiana, Chicago, Boston), ma nessuna appare in grado di minacciarne seriamente la supremazia, almeno per ora.

Detto di questi piccoli vantaggi e della propensione del Re a dominare le serie finali (che vinca o perda, poco cambia), credo che sia comunque il caso di sollevare qualche perplessità.
Lo storico trionfo di giugno ha di fatto cancellato tutto ciò che, la scorsa stagione, ha rischiato di far implodere la situazione. I Cavs rimangono la franchigia DI LeBron James. Non c’è nessuna figura, oltre a lui, in grado di rappresentare l’autorità assoluta. Nessun plenipotenziario alla Pat Riley, nessun allenatore ‘onnipotente’ stile Gregg Popovich (difficile pensare al buon Tyronn Lue, malgrado lo splendido risultato ottenuto l’anno scorso) in grado di prendere decisioni importanti, anche a costo di scontentare il più grande giocatore dei nostri tempi.
Tutto ciò, nel medio/lungo termine, potrebbe risultare piuttosto deleterio; finché le Finals rimarranno un appuntamento fisso, poco male. Ma se qualcosa dovesse andare storto?

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