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Three Points – Star-spangled edition

di Stefano Belli
DeAndre Jordan

Al termine di una settimana caratterizzata dalla forte presa di posizione della NBA contro la politica di Donald Trump, siamo pronti per occuparci di questioni decisamente più ‘leggere’. Quella di oggi è un’edizione di ‘Three Points’ cosparsa di stelle. Stelle come i quattro debuttanti dell’All Star Game di New Orleans, ma anche star come i grandi nomi che potrebbero unire le forze in quel di Los Angeles (sponda Clippers). O ancora, stelle come quelle disegnate sulle divise dei caldissimi Washington Wizards, una delle migliori squadre di questo inizio di 2017… Si parte!

 

1 – Diventerai un All-Star

DeAndre Jordan e Kemba Walker, entrambi convocati per la prima volta ad un All Star Game

DeAndre Jordan e Kemba Walker, entrambi convocati per la prima volta ad un All Star Game

Nella notte italiana tra giovedì e venerdì scorso sono stati completati i roster delle due squadre che disputeranno l’All Star Game 2017, in programma il 19 febbraio a New Orleans. Tra le più scontate conferme e le esclusioni eccellenti, saranno ben quattro i debuttanti assoluti alla partita delle stelle.

Di Giannis Antetokounmpo abbiamo già scritto in lungo e in largo le scorse settimane. La tanto attesa esplosione del ‘Greek Freak’ è finalmente arrivata e Giannis si è perfino guadagnato la nomina in quintetto per la Eastern Conference. Non poteva essere altrimenti, viste le meraviglie messe in mostra sul parquet fin da inizio stagione (ed è solo l’inizio…). Dopo un promettente avvio, però, i suoi Milwaukee Bucks stanno attraversando un periodo piuttosto negativo, che li sta facendo scivolare pericolosamente fuori dalla zona playoff. Anche per questo Jabari Parker, l’altra giovane star di Milwaukee, dovrà aspettare almeno un altro anno per essere chiamato tra i migliori. Facile pensare che sia comunque questione di tempo.
E’ finalmente arrivato, invece, il momento di DeAndre Jordan. Il centro dei Los Angeles Clippers è da almeno un paio d’anni in odore di convocazione. Guai a fermarsi al range di tiro limitato e ai ben noti problemi dalla lunetta (difetti peraltro condivisi con numerosi All-Star del passato), DJ è uno dei migliori centri in circolazione. Chiedere a Mike Krzyzewksi, che spesso e volentieri lo ha preferito a tale DeMarcus Cousins alle ultime Olimpiadi. Oppure a Mark Cuban e Rick Carlisle, ancora ‘scottati’ dal suo clamoroso dietrofront che, nell’estate del 2015, infranse i sogni di gloria dei Dallas Mavericks. Rim-protector come pochi e atleta come pochissimi, di fatto terza stella (se non prima/seconda, in assenza di Chris Paul e/o Blake Griffin) degli uomini di Doc Rivers, il suo status di All-Star doveva solamente essere ‘certificato’ da questa chiamata.

Meritatissime anche le convocazioni di Kemba Walker e Gordon Hayward. Entrambi non sono esattamente il prototipo della superstar NBA, ma la loro grande stagione doveva essere ricompensata.
Il playmaker degli Charlotte Hornets può essere considerato come una ‘vittima’ di un’epoca in cui la NBA è stracolma di point guard dal talento fuori dal comune; quando i concorrenti diretti si chiamano Kyrie Irving, John Wall e Isaiah Thomas, solo per restare ad Est, vuol dire che la chiamata fra le stelle te la devi proprio sudare… In ogni caso, poco da obiettare: Kemba sta disputando la miglior stagione in carriera, ed è il trascinatore indiscusso degli Hornets, partiti molto bene ma attualmente invischiati nella durissima bagarre per i playoff.
Hayward è il leader tecnico degli Utah Jazz, grande rivelazione di questo 2016/17. Come gli altri tre analizzati finora, viaggia alla miglior media punti in carriera, ma la sua nomina all’ASG è soprattutto un riconoscimento per ciò che fin qui hanno compiuto gli uomini di Quin Snyder.

Tornando agli esclusi, possiamo notare come la strada che porta all’All Star Game sia sempre più lunga per i giovani. Gli ultimi giocatori convocati al loro secondo anno da professionisti sono stati Anthony Davis e Damian Lillard (2014, l’anno prima ci era riuscito anche Kyrie Irving). Per trovare un rookie, invece, bisogna tornare al 2011, quando fu chiamato Blake Griffin. L’unica altra matricola convocata dopo il 2000 fu Yao Ming (2003), la cui presenza fu peraltro ‘caldeggiata’ da quel miliardo (a spanne) di connazionali che lo votarono in quintetto.
Il draft più recente ad aver ‘sfornato’ un All-Star è stato quello del 2013, con il solo Antetokounmpo come papabile stella di quella (modesta) edizione. Andò meglio alla classe precedente; oltre ai già citati Davis e Lillard, anche Andre Drummond e Draymond Green hanno partecipato almeno una volta alla gara meno competitiva dell’anno.
Per confermare la tendenza anche in questa edizione, ai vari Karl-Anthony Towns, Kristaps Porzingis e Joel Embiid sono state preferite ‘vecchie conoscenze’ come lo stesso Green, Kevin Love o Paul Millsap. Poco male; tempo e (soprattutto) talento sono decisamente dalla parte dei giovanissimi fenomeni.

 

2 – Clippers, All-in!

Blake Griffin, Carmelo Anthony e Chris Paul: i tre potrebbero riunirsi in maglia Clippers

Blake Griffin, Carmelo Anthony e Chris Paul: i tre potrebbero riunirsi in maglia Clippers

Donald Trump a parte, il nome più discusso di quest’ultimo periodo (in ambito NBA) è senza dubbio quello di Carmelo Anthony. Sempre più ‘separato in casa’ con i New York Knicks (con tanto di beceri “buuu” da parte dei soliti ‘tifosi’), Melo è al centro di innumerevoli rumors riguardanti un suo possibile scambio prima della trade deadline.
Considerata anche la clausola del suo contratto che gli permette di avere l’ultima parola sulla possibile destinazione, le uniche squadre papabili per un’eventuale cambio di maglia sono Cleveland Cavaliers, Boston Celtics e Los Angeles Clippers. Per i campioni in carica c’è però l’insormontabile problema del salary cap: il fenomeno dei Knicks percepisce la bellezza di 24.6 milioni di dollari all’anno, che nel 2018/19 diventeranno 28. Decisamente troppo per i Cavs, i quali hanno gentilmente rifiutato (per ora) la proposta di scambio con Kevin Love. Per i Celtics, invece, i dubbi sono legati alla compatibilità di un’individualità come quella di Anthony con il progetto biancoverde, più incentrato su un concetto di squadra. Varrebbe davvero la pena sacrificare una prima scelta futura e qualche ottimo ‘comprimario’ (si parla di Marcus Smart e Jae Crowder) per un quasi 33enne, seppur di quel calibro?

La pista più percorribile rimane quindi quella che porta alla Città degli Angeli. La recente doppia sfida contro i Golden State Warriors, in cui i Clippers sono stati letteralmente ‘schiaffeggiati’ da Stephen Curry e compagni, ha dimostrato per l’ennesima volta che, ad oggi, gli uomini di Doc Rivers non sono minimamente all’altezza dei top team dell’Ovest. E’ vero, Chris Paul era assente per infortunio (ne avrà per diverse settimane) e Blake Griffin era da poco rientrato da un altro K.O. (diciamo che la salute non è stata sempre dalla parte dei poveri Clips…), ma la sensazione è che Warriors, Spurs e persino Rockets siano almeno un gradino più in alto. Il roster dei Clippers è piuttosto ‘anziano’ (l’unico under 25 attivo al momento è Austin Rivers) e lo spettro dell’imminente free-agency di Paul e Griffin mette addosso a questa squadra un’enorme pressione: il tempo utile per combinare qualcosa sta per scadere…

Dunque, con tali premesse, cosa avrebbe da perdere L.A. in una trade per Carmelo Anthony?
Sicuramente nessuno tra CP3, BG e DeAndre Jordan, immediatamente estromessi dalle discussioni tra le società; i giocatori ‘sacrificabili’, secondo le indiscrezioni, sarebbero J.J. Redick, Jamal Crawford e il suddetto Austin Rivers. Potrebbe andare decisamente peggio. Rivers jr. a parte, gli altri due non sono più nel fiore degli anni e, in ogni caso, Redick sarebbe free-agent in estate. Il maggiore ‘intoppo’ nella trattativa è rappresentato dall’infortunio di Paul; senza il loro stellare playmaker, Rivers sr. e soci sono più restii a privarsi di ulteriori guardie.
D’altro canto, però, l’occasione per riunire a Los Angeles il quartetto Paul-Anthony-Griffin-Jordan non può non ingolosire. Nella peggiore delle ipotesi, la squadra implode, i playoff finiscono al primo turno, Paul e Griffin salutano a luglio e si rimane per due anni con Carmelo (con vantaggi in termini di marketing non indifferenti, per quello che conta). Nelle condizioni attuali, lo scenario non si prospetta poi così diverso: la squadra NON implode, i playoff finiscono al primo (massimo secondo) turno, CP3 e BG salutano e si riparte da zero (senza Carmelo). Cosa succederebbe, invece, nel migliore dei casi? Il titolo appare comunque un’utopia ma, con quattro stelle di quel calibro gestite bene da Doc Rivers, questi Clippers si trasformerebbero nel più scomodo degli ostacoli. Per chiunque, Warriors inclusi… Come on, Clips, All-in!

 

3 – 2K17 Magic

Da sinistra. Bradley Beal, John Wall e Marcin Gortat

Da sinistra. Bradley Beal, John Wall e Marcin Gortat

Sull’ideale taccuino di chiunque si diletti ad analizzare la NBA dovrebbe campeggiare in bella vista la frase “Mai dare per ‘morta’ una squadra dopo un mese di stagione”. Ad inizio dicembre, il ‘funerale’ dei Washington Wizards era già stato organizzato; 6 vittorie e 12 sconfitte, presenza fissa nella parte meno nobile della classifica ad Est e continue voci di presunti dissapori tra John Wall e Bradley Beal. E dire che sembravano una squadra pronta al grande salto…

Due mesi più tardi, gli uomini d coach Scott Brooks sono lanciati a mille in una vertiginosa scalata alla Eastern Conference. Da quel 2 dicembre è arrivato un altisonante record di 22 W – 8 L che li ha proiettati al quarto posto, davanti a franchigie dalle aspettative ben più alte (ogni riferimento a Chicago e Indiana NON è puramente casuale).
Il magic moment dei Maghi coincide con il periodo di assoluta grazia di John Wall. Messi da parte i nervosismi iniziali, sfociati in due patetiche espulsioni consecutive (di cui una per aver volontariamente urtato un arbitro), l’ex playmaker dei Kentucky Wildcats è tornato a trascinare i suoi con un dicembre da sogno. Prima il career-high di 52 punti contro gli Orlando Magic, poi la nomina a Giocatore del Mese per la Eastern Conference. Oltre alle migliori cifre in carriera, questa stagione sta regalando a Wall la consapevolezza di essere ormai entrato nell’elite dei più grandi.

Intorno al talentuoso leader, la dirigenza ha messo insieme un roster non profondissimo, ma molto solido. Bradley Beal continua a migliorare e a fulminare retine. A prescindere dal reale rapporto con Wall (che in ogni caso non sembra influire sulle prestazioni dei due), non sarebbe così sorprendente vederlo in campo ad un All Star Game nel prossimo futuro. Il validissimo quintetto è completato da Marcin Gortat, tanto brutto da vedere quanto maledettamente efficace, e da due giocatori sempre più completi e affidabili (soprattutto in fase realizzativa), perfetti per fare da supporting cast, ovvero Otto Porter e Markieff Morris. Il punto debole di questi Wizards, come detto, rimane la panchina. Trey Burke, Kelly Oubre e Tomas Satoransky sono degli ottimi rincalzi, perlopiù giovani (il secondo giovanissimo), e Marcus Thornton serve sempre come il pane, ma le rotazioni di coach Brooks finiscono praticamente qui. In vista del rush finale nella corsa ai playoff, qualche nuovo innesto certo non guasterebbe.
LeBron James e i suoi Cleveland Cavaliers possono continuare a dormire tranquilli, ci mancherebbe. Se la magia di questo 2017 dovesse continuare, però, le altre pretendenti alle finali di Conference farebbero bene a stare molto, molto attente…

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