Home NBA, National Basketball AssociationNBA Passion AppIl segno dei quattro (coach per i Knicks )

Il segno dei quattro (coach per i Knicks )

di Luigi Ercolani
Carmelo-Phil New York Knicks

Ci risiamo. L’allenatore è stato nuovamente messo in discussione dallo spogliatoio dei Knicks, oltre che dalla stampa, ma quello è un mostro che costantemente spunta dall’armadio di chi si siede sulla panchina blu-arancio.

Capita: i pregi di Hornacek alla lunga stanno sopravanzando i difetti. Il suo essere un uomo “normale”, non un campione del passato, non un genio della panchina, non un ossessivo compulsivo di tattiche, alla lunga gli si è ritorto contro.

Lo abbiamo scritto varie volte, ma ribadiamo: New York è tutt’altra storia rispetto al resto del mondo, vive la palla a spicchi in maniera nucleare, esagerata, sensibile, estrema, fossile. I Knicks sono un patrimonio cittadino come Ellis Island, Central Park, il Grand Central Terminal o lo Yankee Stadium. E il Garden, chiaro.

Hornacek, pur con tutto il suo valore, non sembrava la scelta più azzeccata. Per dare ordini dal ponte di comando più importante del circondario (“circondario”) dopo quello del sindaco (forse) bisogna avere competenza, leadership, stima e reputazione. Il coach ex Phoenix magari aveva la prima, la seconda, ma le altre due non abbastanza per NY.

Ecco perché, nel caso i Knicks cambino coach per la quarta volta in tre anni, abbiamo pensato a quattro nomi che, a nostro giudizio, potrebbero rimanere in sella al cavallo selvaggio e non, viceversa, farsi sbalzare fuori. Coach che lascino il segno, e facciano vivere un sogno.

Kevin McHale

Sarebbe interessante, nel caso Kurt Rambis, fedelissimo di Jackson, rimanesse nello staff se venisse ingaggiato Kevin McHale.

https://www.youtube.com/watch?v=X7r6vXeOfyQ

Proprio le battaglie anni Ottanta sono il fiore all’occhiello dell’uomo del Minnesota, più ancora che il suo breve lavoro ai Timberwolves o i quattro anni e mezzo agli Houston Rockets. Il tremendismo ereditato a Boston misto alla preparazione e all’esperienza sul campo, in particolare quella acquisita nelle battaglie fisiche e mentali con i Lakers, lo renderebbero il candidato migliore possibile.

George Karl

George Karl ha 1999 vittorie in NBA, ha studiato le X e le O a North Carolina, ha appreso l’arte da Dean Smith e l’ha messa da parte, ha sfiorato il titolo con Payton e Kemp ai Sonics, le Finals ai Bucks Cassell e Allen e ai Nuggets con Billups ed Anthony.

Va bene, vista la sua autobiografia di recentissima uscita dove non è esattamente tenero verso Melo magari qualcuno potrebbe non gradire (a partire dal brooklyniano stesso). Ma se abbiamo visto Jordan giocare con Rodman e Bryant tornare a volere Phil Jackson dopo le note dichiarazioni di entrambi non sarebbe neanche inverosimile vedere Anthony e Karl di nuovo insieme.

Lionel Hollins

Lionel Hollins è un uomo, prima che un coach, con i piedi per terra. Basa la sua concezione di pallacanestro sulla solidità difensiva, ed è in grado di convincere i suoi giocatori che quello che propone loro è la scelta più logica possibile.

Si relaziona benissimo con i suoi uomini, ne valorizza alcuni (Marc Gasol), canalizza il carattere “esuberante” di altri (Mayo, Blatche), ne rispolvera altri (Deron Williams).

Ha già allenato a New York. Ok, ai Nets che nella visione diffusa sono sempre i Nets, ma intanto ha già saggiato l’aria che tira e, dunque, ha già una mezza idea come si vive dall’altra parte della barricata, quella in blu-arancio. Non è un elemento da sottovalutare.

Byron Scott

Visti i nomi lì sopra, non stupirebbe una reazione scettica di qualche lettore. Logico: Scott viene da una doppia esperienza negativa, tra Cavaliers e Lakers, anche se in entrambe le occasioni i suoi demeriti sono circostanziati. Tripla, in realtà, se si considera la fine del rapporto con gli Hornets quando ancora erano a New Orleans.

Però Byron Scott era un tecnico stimato, fino a qualche anno fa. Aveva portato i Nets alle prime Finals NBA della loro storia, ed era andato a una iarda dal ripetersi con gli Hornets nel 2007/2008. Verrebbe da definirlo un incrocio tra McHale e Karl: come il primo sa gestire la pressione essendo stato un valido giocatore sul campo, come il secondo ha fatto meraviglie dove quasi nessuno è riuscito.

Avrà anche la reputazione appannata, ma comunque di basket ne ha masticato da giocatore e da allenatore.

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