Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiThree Points – Cosa ci ha insegnato questa regular season?

Three Points – Cosa ci ha insegnato questa regular season?

di Stefano Belli

La stagione NBA è un po’ come il Natale; la si aspetta tanto a lungo che poi finisce subito. Sembrano passati pochi giorni da quando ci scatenavamo nei pronostici più disparati, sciorinando tutte le nostre aspettative nei confronti di ciò che avremmo visto sui parquet americani. Invece, aprile è arrivato in un lampo, la regular season è praticamente conclusa ed è già il momento di fare i bilanci. Uno dei motivi più validi per seguire con estrema curiosità ogni singola stagione è che, anno dopo anno, alcune delle suddette aspettative si confermano pienamente, ma molte altre vengono puntualmente ribaltate. Nell’edizione odierna di ‘Three Points’, con i playoff ormai imminenti e 14 delle 30 franchigie pronte alle lunghissime vacanze, vediamo tre cose che ci ha insegnato la regular season 2016/17.

 

1 – Che non bisogna avere fretta

Da sinistra: Brandon Ingram, Ben Simmons e Kris Dunn, tre attesissime prime scelte dello scorso draft

Da sinistra: Brandon Ingram, Ben Simmons e Kris Dunn, tre attesissime prime scelte dello scorso draft

Il modo di dire: “la fretta è cattiva consigliera” non è diventato una frase fatta così, per caso. Alla vigilia di questa regular season, le aspettative sulla ‘rinascita’ di alcune franchigie in ricostruzione erano francamente eccessive, tutte perlopiù alimentate dalla teorica equazione secondo cui una/due scelte alte al draft fanno di una squadra in malora un’immediata pretendente ai playoff.

L’esempio più lampante sono i Minnesota Timberwolves. Certo, Andrew Wiggins e Karl-Anthony Towns hanno tutto quello che serve per diventare stelle di prima grandezza, e potremmo vederli all’All Star Game magari già l’anno prossimo. Anche Zach LaVine, Shabazz Muhammad e Gorgui Dieng sono, in prospettiva, degli ottimi elementi per il supporting cast, perlopiù in continua crescita. E che dire di Kris Dunn, atteso ad inizio anno come ‘the next big thing’ dei playmaker NBA?
Oltre al puro talento, però, per competere ai piani superiori ci vuole un struttura. Altrimenti non si spiegherebbe la presenza delle varie Memphis e Denver (per non parlare di Miami ad Est) in zona playoff, con record decisamente migliori di quello dei giovani Lupi. Una struttura che Minnesota non può ancora avere. Servirà almeno un’altra stagione a coach Tom Thibodeau per provare ad inculcare la sua celeberrima identità difensiva a dei ragazzi così giovani i quali, da bravi studenti, dovranno unire alle notevoli doti naturali l’indispensabile applicazione.

Stesso discorso per i Los Angeles Lakers, sulle cui aspettative pesa non poco la maglia che indossano. I gialloviola sono reduci da anni di gestione sciagurata, che li ha visti sprofondare dopo la sfortunata stagione 2012/13 (checché se ne dica, la squadra con Nash-Bryant-Artest-Gasol-Howard, senza quella moltitudine di infortuni, sarebbe probabilmente arrivata più lontano). Sarà impopolare scriverlo, ma gli ultimi anni di carriera di Kobe Bryant si sono rivelati un peso insostenibile per la franchigia, di fatto impossibilitata a voltare pagina. Dopo tre anni di oblio, con l’accumulo di top picks e con il Black Mamba in pensione, ci si aspettava qualche segnale incoraggiante. Guai però a pretendere una qualificazione ai playoff che, qualora fosse stata raggiunta, avrebbe solamente rallentato il processo di ricostruzione (lo 0-4 contro Golden State sarebbe stata una pura formalità).
Più lecito, sia per una che per l’altra organizzazione, utilizzare questa regular season per individuare una prima bozza della squadra del futuro, capire cosa si potrà utilizzare per costruire qualcosa di importante e cosa invece dovrà essere sacrificato. Esattamente come hanno fatto i Philadelphia 76ers, lontanissimi dalla post-season eppure presumibilmente soddisfatti per quanto si è visto in campo e, ancor di più, per quello che si potrebbe vedere in futuro.

Servirà pazienza anche nel giudicare i giovanissimi talenti chiamati a guidare queste franchigie. Abituati fin troppo bene dagli esordi di Karl-Anthony Towns e Kristaps Porzingis (entrambi, peraltro, ancora tutti da formare) lo scorso anno, abbiamo atteso con troppa ansia l’approdo in NBA dei vari Brandon Ingram, Buddy Hield, Jaylen Brown, lo stesso Dunn; tutti protagonisti invece di una stagione non indimenticabile. Anche qui, guai a sganciare sentenze; in quanti avevano definito Anthony Davis un ‘bidone’ nel 2013, salvo poi gettare le prove in pasto alle fiamme?
Solo il tempo ci darà migliori indicazioni su quali potrebbero essere i dominatori della NBA del prossimo decennio.

 

2 – Che 1+1 non fa sempre “contender”

Derrick Rose (Knicks) e Rajon Rondo (Bulls), alla prima (e ultima?) stagione con le nuove maglie

Derrick Rose (Knicks) e Rajon Rondo (Bulls), alla prima (e ultima?) stagione con le nuove maglie

Riprendendo il punto precedente, la fretta deve essere stata la cattiva consigliera delle dirigenze di New York Knicks e Chicago Bulls, protagoniste in negativo della regular season che si va a concludere.
Spaventati dalla prospettiva di una lenta ricostruzione (anche se, nel caso dei Knicks, sarebbe meglio togliere le prime due lettere), i due front-office hanno deciso di assemblare i rispettivi roster con i migliori nomi a disposizione, a prescindere dall’età, dallo stato di forma e dal reale contributo che potevano offrire.

Ecco allora Derrick Rose e Joakim Noah salutare gli uni (Bulls) e accasarsi dagli altri (Knicks). Se quello su Rose era tutto sommato un investimento sicuro (contratto in scadenza), il quadriennale da 72 milioni firmato dal francese fa nutrire seri dubbi sull’integrità psichica del presidente Phil Jackson. Dall’altra parte, ceduti i pilastri della squadra che fu, ecco arrivare altri due illustri veterani: Dwyane Wade e Rajon Rondo.
L’obiettivo, dichiarato con convinzione, era per entrambe lo stesso: proporsi come una seria minaccia ai Cleveland Cavaliers per il dominio della Eastern Conference. Il risultato? New York vedrà per l’ennesima volta i playoff in televisione, mentre Chicago potrebbe riuscire ad acciuffare per i capelli uno degli ultimi posti disponibili. Stessa sorte per gli Indiana Pacers, costruiti con un minimo di senno in più (gli innesti di Jeff Teague, Thaddeus Young e Al Jefferson sembravano, onestamente, delle ottime mosse) ma anch’essi ben lontani dallo status di contender.

Casi di squadre vincenti dell’ultimo decennio, come Boston Celtics, Miami Heat e Cleveland Cavaliers, devono per forza considerarsi isolati. Queste franchigie sono riuscite a mettere le mani su almeno tre superstar assolute (Garnett-Allen-Pierce a Boston, James-Wade-Bosh a Miami e James-Irving-Love a Cleveland), tutte all’apice della loro carriera. Ciò è stato possibile solamente grazie alla decisione delle star in questione di rinunciare a una bella fetta di stipendio per l’obiettivo comune di infilarsi al dito il tanto agognato anello. Con il nuovo contratto collettivo, difficilmente potremo vedere una nuova versione dei ‘Big Three’ a tali condizioni. Anche l’esempio degli ultimi Golden State Warriors non fa testo: uno Steph Curry a libro paga per “soli” 12 milioni è una perla più unica che rara.

Prendiamo invece gli stessi Warriors prima di Kevin Durant, ma anche i Lakers di Kobe & Shaq e persino i Bulls di Jordan e Pippen: tutte franchigie arrivate al vertice (per rimanerci a lungo) grazie ad un’oculata costruzione. Un rebuilding cominciato, come sempre, dalle scelte ai vari draft. Alcune decisamente fortunate, certo, ma i vari Pippen, Bryant, Curry e Thompson sono stati fatti crescere con la giusta calma prima di diventare i fuoriclasse che conosciamo. Una volta individuato il nucleo giovane su cui impostare il futuro, gli opportuni ritocchi al roster e allo staff tecnico hanno generato, dopo qualche anno, delle corazzate inaffondabili. Ci vuole pazienza, dicevamo. Altro che ‘super-team’!

 

3 – Che la NBA è in ottime mani

James Harden (Rockets) e Russell Westbrook (Thunder), i due principali protagonisti di questa regular season

James Harden (Rockets) e Russell Westbrook (Thunder), i due principali protagonisti di questa regular season

La scorsa stagione aveva lasciato una scia davvero dolorosa, almeno dal punto di vista affettivo; i ritiri di Kobe Bryant, Tim Duncan, Kevin Garnett e Ray Allen, avevano di fatto segnato la fine di un’epoca. Sopraffatti dall’emozione, in molti hanno sentenziato che la NBA non sarebbe stata più la stessa senza i protagonisti degli ultimi vent’anni della sua storia. In effetti, è difficile che rinascano giocatori con le caratteristiche di queste leggende. Ciò però non toglie che possiamo aspettarci anni in cui la pallacanestro ‘made in USA’ raggiungerà livelli di eccellenza inimmaginabili, sulla base del concetto di “Evolution Of Greatness” magistralmente illustrato durante l’ultimo All Star Weekend.
Se è vero che, nel giro di qualche stagione, ci saluteranno anche i vari Nowitzki, Ginobili, Pierce, Wade, Anthony e, per forza di cose, LeBron James, il presente e il futuro della lega sono in mani più che affidabili.

La regular season 2016/17 è stata quella della definitiva consacrazione di James Harden e Russell Westbrook. Il primo, con la complicità di coach Mike D’Antoni, ha trasformato gli Houston Rockets da franchigia allo sbando a credibile pretendente al titolo NBA. Il secondo, invece, si è fatto largo di prepotenza nei libri di storia, infrangendo un record dopo l’altro. La doppia impresa di eguagliare Oscar Robertson (stagione 1961/62) con una tripla-doppia DI MEDIA (al momento gli mancano solamente sei assist) e addirittura superarlo nel numero di triple-doppie stagionali (ha ancora a disposizione quattro partite) era qualcosa di assolutamente inconcepibile fino a pochi mesi fa. I due maggiori candidati al premio di MVP sono arrivati nella lega solamente nel 2008 (Westbrook) e nel 2009 (Harden), perciò sono appena entrati nel loro ‘prime’. Così come Kevin Durant, finalmente pronto per dare la caccia al primo titolo di una carriera comunque già leggendaria, e come il due volte MVP Stephen Curry.

Devono ancora arrivare all’apice, invece, altre stelle più che affermate, come Kawhi Leonard (a proposito di candidati MVP), Kyrie Irving, John Wall, Paul George e Jimmy Butler, tutte con davanti almeno un decennio ad altissimi livelli.
E che dire della nuova generazione di ‘unicorni’? Da Anthony Davis a Giannis Antetokounmpo, da Karl-Anthony Towns a Kristaps Porzingis, fino all’ultimo arrivato, Joel Embiid; i perfetti prototipi delle superstar del futuro, quelle che ci faranno rimpiangere sempre meno i tempi di Kobe, Duncan e Garnett. In attesa di vedere cosa combineranno quelli che hanno appena cominciato (lo stesso Embiid, Devin Booker, Brandon Ingram, Andrew Wiggins…) e quelli che ancora devono iniziare (Ben Simmons e i reduci dall’ultima, splendida stagione NCAA).

Pensate solamente a quanti ritenevano che la NBA fosse ‘finita’ dopo il secondo ritiro di Michael Jordan nel 1998 (tra quella beata gioventù c’ero anch’io, troppo piccolo per avere cognizione di causa). Invece, dopo di lui sono arrivati Duncan, Kobe&Shaq, Iverson, McGrady, Carter, LeBron, Wade, Durant, Curry, Westbrook, Harden e via dicendo, regalandoci anno dopo anno un motivo in più per continuare ad amare la lega più spettacolare al mondo. Lo cantavano anche I Creedence Clearwater Revival: “The big wheel keep on turnin’…”.

You may also like

Lascia un commento