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NBA 2016/17 – Season review

di Stefano Belli

Lo scorso ottobre, mentre le franchigie scaldavano i motori ai blocchi di partenza, avevamo elencato 10 motivi per seguire con interesse la stagione NBA 2016/17. Ora che i giochi sono fatti, vediamo se le aspettative della vigilia sono state rispettate, oppure no. E’ arrivato il momento di tirare le somme, di andare a ripercorrere l’annata appena passata agli archivi con il nostro tradizionale season review.

 

1 – Il nuovo ‘Dream Team’

Stephen Curry (con il Larry O'Brien Trophy) e Kevin Durant (con il Bill Russell Trophy), i due fenomeni dei Golden State Warriors campioni NBA 2016/17

Stephen Curry (con il Larry O’Brien Trophy) e Kevin Durant (con il Bill Russell Trophy), i due fenomeni dei Golden State Warriors campioni NBA 2016/17

La maggiore attrattiva della stagione 2016/17 era rappresentata dai Golden State Warriors, capaci in estate di creare una situazione mai vista prima. Alla squadra del titolo 2015, delle 73 vittorie e della finale persa nel 2016, infatti, era stato aggiunto uno dei più grandi fuoriclasse della lega: Kevin Durant. L’ex stella degli Oklahoma City Thunder andava a comporre una sorta di ‘Dream Team 2.0’ con gli All-Star Klay Thompson e Draymond Green e, soprattutto, con il due volte MVP Stephen Curry.

Se da una parte la truppa di Steve Kerr si presentava come favorita d’obbligo per il titolo NBA, dall’altra un innesto importante come quello di KD aveva fatto sorgere diversi dubbi, legati più che altro al suo adattamento al nuovo sistema e, viceversa, alla reazione di Golden State all’urto con un grande solista come il numero 35.

Effettivamente l’impatto si è avvertito, almeno inizialmente. Durant ha presto trasformato gli Warriors nella sua squadra, giocando come se ne fosse il leader da sempre. Le sue devastanti performance avevano costretto gli ‘Splash Brothers’ nell’ombra, salvo rare fiammate (i 60 punti di Thompson contro Indiana o le 13 triple – record all-time – di Curry contro New Orleans). Poi è arrivata la sconfitta nell’attesissima gara natalizia contro i Cleveland Cavaliers. Stando a quanto dichiarato dagli stessi interessati, quella batosta è stata la scossa definitiva che ha permesso un deciso cambio di rotta. Guidati da uno straordinario Kerr, i giocatori chiave dei ‘Dubs’ hanno trovato i giusti equilibri, trasformando Golden State in una macchina inarrestabile. O quasi…

A febbraio, infatti, ecco il grande spavento per l’infortunio al ginocchio di KD. All’inizio si temeva un suo stop per l’intera stagione, poi è arrivata la migliore notizia possibile per ogni appassionato di basket; niente di grave, Durant a disposizione per i playoff. I californiani, complice anche l’assenza del loro top scorer, sono arrivati un po’ sottotono alla post-season, facendosi quasi raggiungere da San Antonio in cima alla Western Conference. Ecco dunque stagliarsi la nefasta nuvola del fallimento sulla loro stagione, con i numerosissimi detrattori di Durant (reo di aver ‘tradito’ OKC) e della squadra a ‘lucidare i fucili’. Una volta iniziati i playoff, però, gli Warriors hanno spazzato via dubbi e avversari. Prima i volenterosi Portland Trail Blazers di Lillard e McCollum, poi i sorprendenti Utah Jazz, infine i San Antonio Spurs, privi del loro MVP Kawhi Leonard (infortunatosi alla caviglia dopo un pericoloso intervento di Zaza Pachulia); dodici vittorie, nessuna sconfitta e lasciapassare per il terzo atto della ‘saga’ contro Cleveland.

Il resto è storia recente, con LeBron James e Kyrie Irving al loro meglio che non possono nulla contro l’armata della Baia. Steph Curry gioca (finalmente) delle Finals degne di un MVP, Klay Thompson difende come non mai, Andre Iguodala e Draymond Green fanno tutto, i membri della panchina mettono di volta in volta il loro mattoncino e Kevin Durant decide di dominare la serie e portarsi a casa il tanto agognato anello e il premio di Finals MVP.
Una volta superati i primi ostacoli (il presumibile ‘rodaggio’ e l’inaudita pressione di chi deve vincere per forza) e con Curry e KD attesi al più che probabile rinnovo, l’impressione è che la dinastia Warriors sia appena cominciata.

 

2 – Ancora padroni?

LeBron James e Kyrie Irving. Le loro straordinarie prestazioni non sono bastate contro gli invincibili Warriors 2016/17

LeBron James e Kyrie Irving. Le loro straordinarie prestazioni non sono bastate contro gli invincibili Warriors 2016/17

Nelle previsioni di inizio anno avevamo presentato i Cavs come una squadra dalle maggiori certezze rispetto ai rinnovati Warriors. In effetti, il roster di Tyronn Lue era pressoché invariato rispetto a quello che aveva vinto il titolo nel 2016. Gli unici cambiamenti avevano coinvolto giocatori marginali come Matthew Dellavedova (con tutta la buona volontà) e Timofey Mozgov, sostituiti (non proprio egregiamente, per un motivo o per l’altro) da Mike Dunleavy e Chris Andersen. Come facilmente pronosticabile, Cleveland non ha avuto rivali sulla strada per le terze NBA Finals consecutive. Il primo posto nella Conference ceduto ai Boston Celtics è stato più che altro il frutto di un netto calo di intensità dei campioni in carica, specialmente nel finale di regular season. Il percorso ai playoff è stato speculare a quello di Golden State ad Ovest, con una sola sconfitta di differenza (in gara-3 contro Boston) dovuta principalmente ad una serata ‘di pausa’ della truppa wine and gold.

La previsione meno azzeccata su ciò che sarebbe accaduto tra ottobre ed aprile è stata quella relativa al limitato utilizzo di LeBron James. Certo, il Re si è concesso qualche turno di riposo, ma ha disputato una grandissima stagione regolare, tanto da risultare un credibilissimo candidato al premio di MVP. Non solo, James è stato il secondo giocatore più utilizzato della lega (dietro al solo Paul George), con ben 41.3 minuti a partita. Chiunque pensasse ad un minimo di stanchezza è stato puntualmente smentito ai playoff, per distacco i migliori della carriera del Prescelto.
Mai come in questo 2017 LeBron aveva ostentato un tale dominio su partite, compagni e avversari. La giocata-manifesto della sua grandiosa post-season è l’alley-oop ‘imposto’ a Kyrie Irving con cui ha inaugurato il secondo turno contro i Toronto Raptors.

Giunti all’inevitabile terzo atto delle Finals contro gli Warriors, il divario tra le due franchigie è stato esposto come mai in precedenza. Una Golden State finalmente al suo meglio (l’anno scorso Curry e Thompson si erano presentati palesemente fuori condizione), resa ancora più esplosiva dall’innesto di Kevin Durant, ha letteralmente distrutto i Cavs, battuti in cinque partite nonostante una serie giocata piuttosto bene e con una coppia James-Irving da fantascienza (anche se Kyrie si è ‘acceso’ solamente da gara-3 in avanti). Kevin Love ha disputato la sua miglior stagione in Ohio, ma le sue prestazioni alle Finals, seppur nettamente in crescita rispetto allo scorso anno, sono state ancora troppo discontinue. La vera delusione, però, è stato il cosiddetto ‘supporting cast’. Tristan Thompson e J.R. Smith, determinanti nella storica rimonta del 2016, hanno giocato bene una sola partita a testa, mentre Iman Shumpert è apparso per l’ennesima volta un corpo estraneo, sia tatticamente che mentalmente. I tanto attesi nuovi acquisti, Kyle Korver, Derrick e Deron Williams, sono evaporati senza alcuna spiegazione. Per non parlare degli altri innesti ‘pretesi’ da King James, Andrew Bogut e Larry Sanders che, per motivi diversi (grave infortunio per il primo, condizioni non ottimali per il secondo), ai playoff non sono nemmeno arrivati.

La resa del titolo mette bene in luce una situazione forse ‘insabbiata’ dall’epico trionfo di dodici mesi fa; allo stato attuale, i Cavs sono troppo forti per non arrivare in finale, ma troppo inferiori agli Warriors per poterli battere. Si apre ora un’estate di importanti decisioni, molte delle quali riguarderanno colui che, di fatto, detiene la franchigia. Che si fa?

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