9 – Welcome to the NBA!

Alcuni tra i migliori rookie del 2016/17. Da sinistra in alto: Jamal Murray, Brandon Ingram, Jaylen Brown, Marquese Chriss, Malcolm Brogdon (Rookie Of The Year), Dario Saric, Joel Embiid
Dopo il grande esordio tra i professionisti dei vari Towns, Porzingis e Booker, era difficile per i rookie della classe 2016 reggere il confronto con quella precedente. Infatti è stata una stagione estremamente complicata per le nuove leve, che hanno faticato non poco a mettersi in luce.
Che Ben Simmons sarebbe rimasto ai box si sapeva da ottobre; che non avrebbe mai messo piede in campo, invece, non era affatto scontato. Aldilà dei legittimi dubbi sul fatto che fosse già pronto nel periodo dell’All Star Game, ma che sia stato tenuto comunque inattivo dai Sixers per molteplici motivi (dal preservarne le condizioni al lanciarne la candidatura al premio di Rookie Of The Year l’anno prossimo), la speranza è di trovarlo pronto il prossimo ottobre.
“Pronto”, è questa la parola chiave. Raramente si era vista una classe di rookie così acerba. Prendiamo Brandon Ingram, seconda scelta assoluta dei Los Angeles Lakers. L’ex ala di Duke ha messo in mostra lampi di grandissimo talento (quello che lo aveva reso la ‘star’ del draft 2016, insieme a Simmons), ma ha anche dimostrato che ci vorranno anni prima che possa farsi valere al piano superiore, contro atleti molto più solidi fisicamente. Guai a giudicarlo da questa prima stagione (lo stesso Kobe Bryant, giusto per fare un esempio, non ebbe un anno da rookie indimenticabile), ma un po’ di ‘apprendistato’ in più non potrà che fargli bene (prendi nota, Lonzo…).
Situazione analoga per altre attesissime matricole, da Kris Dunn (‘sacrificato’ di recente da Minnesota per arrivare a Jimmy Butler) a Denzel Valentine. Anche quelli che hanno disputato buonissime stagioni, vedi Jaylen Brown, Buddy Hield, Jamal Murray e Marquese Chriss, hanno avuto comunque bisogno di alcuni mesi di ‘rodaggio’. Ci sono poi state delle sorprese; in quanti, ad inizio stagione, avrebbero scommesso su Dejounte Murray (San Antonio, scelta numero 29), Tyler Ulis (Phoenix, 34) o Patrick McCaw (Golden State, 38)? E che dire di Malcolm Brogdon? Il playmaker scelto dai Milwaukee Bucks con la trentaseiesima chiamata è diventato, nel giro di pochissime settimane, un punto di riferimento per i compagni e un pilastro del quintetto di coach Jason Kidd. Le sue prestazioni da leader gli sono valse il soprannome ‘The President’ e, contro molti pronostici, il premio di Rookie Of The Year (primo Buck a conquistarlo dai tempi di Lew Alcindor).
Insieme a Brogdon, i migliori rookie dell’anno sono stati due giocatori scelti nel 2014, entrambi da Philadelphia: Dario Saric e Joel Embiid. Se il croato ha davanti a sé un futuro molto promettente, il camerunese (infortuni permettendo) potrebbe aver mosso i primi passi di una carriera leggendaria.
Ora spazio ai talenti dell’ultimo draft, potenzialmente uno dei migliori del decennio: Fultz, Ball, Tatum, Jackson, Fox, Smith… Pronti da subito o meno, la sensazione è che il futuro della lega sia comunque in ottime mani.
10 – Italians

Danilo Gallinari (a sinistra) e Marco Belinelli. Per loro un 2016/17 avaro di soddisfazioni
Rimasti ‘ orfani’ di Andrea Bargnani, tornato (senza troppa fortuna) in Europa dopo dieci anni, gli ultimi italiani rimasti in NBA erano attesi da una stagione che avrebbe dovuto dare una scossa alle rispettive carriere.
Dopo i fasti di San Antonio, Marco Belinelli era finito nella peggior squadra possibile: i Sacramento Kings. Per sua fortuna, dopo un anno era stato ceduto agli Charlotte Hornets, franchigia con cui avrebbe potuto tornare ai playoff. Effettivamente la squadra di coach Steve Clifford era partita molto bene, grazie ad un bel gioco collettivo guidato da un Kemba Walker per la prima volta All-Star. Poi è arrivato un crollo di rendimento e risultati che ha compromesso la qualificazione alla post-season. Partendo dalla panchina, Marco ha dato un contributo onesto, anche se non sempre continuo. Una volta infranti i sogni di gloria, gli Hornets lo hanno utilizzato come pedina di scambio per portare a Charlotte Dwight Howard, il centro dominante (anche se non più come una volta) che mancava in un roster con molti lunghi, ma dal dubbio valore. Gli Atlanta Hawks saranno l’ottava franchigia in dieci anni per il Beli. Chissà che non possa essere quella che gli regalerà la tanto auspicata stabilità…
Danilo Gallinari, all’ultimo anno di contratto, ha disputato un’altra ottima stagione, dopo che nel 2016 aveva fatto parlare i più audaci di All Star Game. Anche nell’ultima regular season è stato il leader dei suoi per punti (18.2) e minuti (33.9). I Denver Nuggets sono andati piuttosto bene; in corsa per i playoff fino alle ultime partite, hanno avuto segnali più che incoraggianti da giovani come Jamal Murray (uno dei migliori rookie dell’anno e MVP del Rising Stars Challenge), Gary Harris e, soprattutto, Nikola Jokic (secondo classificato nelle votazioni per il giocatore più migliorato). La presenza a roster di altri giovanissimi talenti, molti dei quali ancora tutti da formare, indica che la franchigia ha di fronte a sé un futuro a cui guardare con ottimismo, ma che non è ancora pronta per competere ai piani alti. Tra pochi giorni (la free-agency inizia ufficialmente il primo luglio), il Gallo sarà chiamato ad una scelta importante, che ne potrebbe definire la carriera: continuare ad essere il numero uno (almeno per ora) nella squadra con cui gioca dal 2011, oppure cambiare aria, magari per dare la caccia ad obiettivi importanti? Staremo a vedere; di certo, le pretendenti non mancheranno. Danilo non sarà una superstar NBA, ma rimane comunque un giocatore che non sfigurerebbe nel quintetto di una contender.

