7 – Un nuovo inizio

Ben Simmons e Brandon Ingram, le grandi speranze per il rilancio di Sixers e Lakers nel 2016/17
Philadelphia 76ers e Los Angeles Lakers sono la dimostrazione lampante di come una differente gestione possa far prendere a due percorsi apparentemente paralleli direzioni improvvisamente opposte. Lo scorso ottobre entrambe le ‘nobili decadute’ ripartivano dal fondo, dopo anni di continue sconfitte, colme di speranza. Otto mesi dopo, il futuro di Phila appare ancora più luminoso, mentre quello gialloviola è tutto da decifrare.
Ad accendere l’entusiasmo dei tifosi dell’una e dell’altra squadra erano state le prime due scelte assolute dello scorso draft: Ben Simmons e Brandon Ingram. Possiamo tranquillamente affermare che la loro prima stagione da professionisti non sia stata indimenticabile; il primo non ha mai messo piede in campo per via di un infortunio, mentre il secondo ha mostrato solo qualche sprazzo del suo grande talento. Entrambi avranno tempo e modo di rifarsi.
I diversi destini delle due franchigie sono stati determinati più che altro dalle rispettive gestioni, come detto. I Sixers sono arrivati al culmine del celeberrimo ‘Process’ (perdere come mai nessuno prima d’ora per accumulare scelte alte al draft). In attesa di Simmons, il roboante debutto di Dario Saric e, soprattutto, di Joel Embiid hanno riacceso un entusiasmo che non si avvertiva in città dai tempi di Allen Iverson. Il giovane gruppo allenato da Brett Brown è arrivato addirittura in zona playoff ad un certo punto della stagione, salvo poi tornare diligentemente ‘nei ranghi’ per accaparrarsi una nuova top pick. Una scelta (la terza assoluta, divenuta la prima dopo uno scambio con i Boston Celtics) che ha consegnato al GM Bryan Colangelo Markelle Fultz, playmaker da University Of Washington indicato da molti come potenziale uomo-franchigia. Alla luce dei porgessi mostrati in campo e delle manovre di aggiustamento del roster (da segnalare la cessione di Nerlens Noel a Dallas, in cambio di Justin Anderson), Philly sembra sulla buona strada per tornare fra le grandi, almeno nel medio/lungo termine.
Tempi decisamente più difficili in casa Lakers. La stagione era iniziata piuttosto bene, ma un brusco calo di rendimento ha riportato gli uomini del nuovo coach Luke Walton alla ben nota collocazione, ovvero il fondo della Western Conference.
Un naufragio causato principalmente da una preoccupante ‘navigazione a vista’ della dirigenza. Non appena i Lakers sono tornati a perdere, la presidentessa Jeanie Buss ha fatto piazza pulita nel front-office, cacciando senza remore il fratello Jim (executive vice president of basketball operations) e Mitch Kupchak (general manager). I loro posti sono stati occupati da Magic Johnson e Rob Pelinka, i quali si sono affrettati a mettere una pezza ai principali errori della vecchia gestione. I giovani su cui si puntava per la rinascita, D’Angelo Russell e Julius Randle su tutti, non sono ancora riusciti ad avere l’impatto sperato. Ecco allora Randle proposto a svariate squadre come pedina di scambio e Russell spedito senza troppi problemi a Brooklyn, in cambio di Brook Lopez. Una mossa che consente ai gialloviola di cedere ai Nets anche Timofey Mozgov e il suo spropositato contratto (la maggiore follia di Kupchak e soci) e che porta a L.A. un giocatore in scadenza nel 2018, anno in cui lo spazio salariale sarà di vitale importanza. Sono di queste settimane, infatti, le insistenti voci che vorrebbero Paul George smanioso di giocare nella natia California, con la maglia dei suoi idoli d’infanzia. Altre fonti parlano addirittura di LeBron James, vicino al possibile (e definitivo) addio ai Cavs. Considerando che queste idee erano puro fanta-basket fino a poco tempo fa (e che magari rimarranno tali), la domanda sorge spontanea: possibile che l’unico ‘progetto’ per tornare grandi sia sperare in una scelta ‘di cuore’ di qualche superstar (ovvero l’equivalente della biblica manna dal cielo)? Altro che ‘Trust The Process’…
8 – Who’s the real MVP?

Russell Westbrook, per la prima volta MVP dopo una stagione 2016/17 memorabile
Dopo un biennio 2015-2016 monopolizzato da Stephen Curry, la corsa al titolo di MVP 2017 si preannunciava più aperta che mai, ed effettivamente così è stato. Nell’ultima stagione ci sono stati almeno quattro giocatori con tutte le carte in regola per ricevere il più prestigioso riconoscimento individuale, quello di miglior giocatore dell’anno.
La candidatura più sorprendente è stata quella di LeBron James. Sì, avete letto bene. Il quattro volte MVP avrebbe benissimo potuto utilizzare la regular season come una sorta di ‘riscaldamento’ in vista delle partite che contavano davvero, invece ci ha ‘dato dentro’ come un matto, disputando una delle migliori stagioni in carriera. La differenza di rendimento dei Cavs con e senza di lui è stata qualcosa di imbarazzante; con il Re in panchina, Kyrie Irving e compagni sono sembrati poco più che dei debuttanti, mentre con lui in campo sono tornati la corazzata capace di portare a casa il titolo NBA nel 2016. Il tutto a 32 anni, con la già leggendaria carriera apparentemente lontanissima dalla conclusione.
Se LBJ ha guidato Cleveland al secondo posto ad Est, nell’opposta Conference c’è stato un altro giocatore le cui ambizioni da MVP potevano essere supportate dai risultati di squadra: Kawhi Leonard. Miglior difensore della lega nel 2015 e nel 2016 (superato nelle votazioni, quest’anno, da Draymond Green) e attaccante in continua ed inarrestabile evoluzione (25.5 punti di media nel 2016/17), Leonard è stato il faro dei San Antonio Spurs, gli unici capaci di tenere il passo degli inarrivabili Golden State Warriors. La sua rilevanza sulle sorti della squadra è tale che, dopo il suo infortunio (in gara-1 della finale di Conference), i suoi compagni sono stati annientati da Golden State, giocando con l’arrendevolezza di chi sa di non avere più la minima chance. Qualora la dirigenza riuscisse a costruire intorno a ‘The Claw’ una squadra all’altezza, chissà che l’anno buono per il tanto atteso (non da lui, presumibilmente) MVP non possa essere il 2018.
Nella prossima stagione, però, ci sarà qualcuno a cui il premio è sfuggito ancora una volta per un soffio, e che avrà più ‘fame’ di tutti. Si tratta di James Harden, protagonista di un 2016/17 tanto sensazionale quanto sorprendente. I suoi Houston Rockets sembravano una franchigia alla deriva, così come tale sembrava la sua carriera. Invece, l’arrivo del nuovo coach Mike D’Antoni (appena eletto Coach Of The Year) e la decisione di quest’ultimo di far giocare Harden da playmaker (anche se il concetto di ‘ruolo’ è sempre più relativo, nella NBA di oggi) hanno trasformato tanto il ‘Barba’ quanto la squadra. Guidati da un incredibile Harden da 29.1 punti, 8.1 rimbalzi e 11.2 assist (non troppo lontano dalle cifre di Russell Westbrook), i Rockets hanno iniziato a volare. Con un roster non così superiore a quello dei vari Clippers e Thunder hanno chiuso con il terzo miglior record NBA (55 vinte – 27 perse), dietro ai soli Warriors e Spurs.
L’analisi della fenomenale stagione di Harden non deve limitarsi alle cifre, così come non può essere influenzata dalle brutte prestazioni nelle partite decisive contro San Antonio, che ha eliminato Houston al secondo turno di playoff. Dalle mani e dal cervello del ‘Barba’ è passata ogni singola azione della sua squadra. Il suo caracollare per il campo è sembrato il naturale prolungamento delle macchinazioni di D’Antoni in panchina, in una simbiosi allenatore-giocatore difficile da ritrovare, in tempi recenti. Insomma, c’erano tutte le premesse per alzare la statuetta intitolata a Maurice Podoloff, primo commissioner NBA.
Purtroppo per lui (e per tutti gli altri), invece, la stagione appena trascorsa sarà ricordata in eterno come quella in cui Russell Westbrook decise di irrompere di prepotenza nei libri di storia. E’ davvero difficile rendersi conto di quello a cui abbiamo appena assistito. Le 42 triple-doppie e la tripla-doppia di media, i canestri sulla sirena, le devastanti schiacciate e la solita furia, dal primo all’ultimo minuto. Il tutto con gli occhi del mondo cestistico puntati soprattutto su di lui. Come direbbe un ‘collega’ di LaVar Ball: “There’s only one word to describe you, and I’m gonna spell it out for you: M-V-P!”.
Tornando alle previsioni di inizio stagione, tra i potenziali candidati avevamo indicato anche Kyrie Irving, Jimmy Butler e Paul George. ‘Uncle Drew’ è ormai un’affermata stella di questa NBA, ma il ruolo di leader dei Cavs è ancora ben saldo nelle mani di LeBron James. Gli altri due, seppur protagonisti di buonissime stagioni a livello individuale (entrambi hanno chiuso con la miglior media punti in carriera), sono stati penalizzati dalle rispettive squadre, che hanno reso ben al di sotto delle aspettative iniziali. La loro giovane età ci fa comunque presumere che li ritroveremo presto (con indosso una nuova maglia) in lizza per il premio.

