NBA 2016/17 – Season review

di Stefano Belli
Kerr-NBA: Golden State Warriors at Cleveland Cavaliers LeBron James vs KD

3 – Bulls (R)Evolution

I  'Big Three' di Chicago versione 2016/17. Da sinistra: Dwyane Wade, Rajon Rondo e Jimmy Butler

I ‘Big Three’ di Chicago versione 2016/17. Da sinistra: Dwyane Wade, Rajon Rondo e Jimmy Butler

Una delle squadre più rinnovate, alla partenza dell’ultima stagione, erano i Chicago Bulls. La scorsa estate aveva visto la dirigenza compiere una serie di operazioni ‘schizofreniche’, la cui logica sfugge ancora adesso alle analisi anche meno superficiali. Le cessioni di Derrick Rose, Joakim Noah e Pau Gasol facevano pensare ad una ricostruzione, poi però sono stati messi sotto contratto Rajon Rondo e Dwyane Wade; non proprio due giovani promesse…

Se possibile, a stagione in corso il GM Gar Forman e soci hanno fatto una mossa ancora più inspiegabile: cedere Doug McDermott e Taj Gibson (più una seconda scelta) agli Oklahoma City Thunder in cambio di… Cameron Payne, Anthony Morrow e Jeoffrey Lauvergne (con gli ultimi due in scadenza di contratto). Ma perché??

Anche sul parquet l’andamento dei Bulls è stato assolutamente indecifrabile. Partiti con proclami da “principali avversari dei Cavs” (affermazione la cui comicità è superata solo da “Siamo anche noi un super-team”, cit. Derrick Rose – ma ci arriveremo tra poco), gli uomini di Fred Hoiberg hanno strappato l’ottavo biglietto disponibile per i playoff solamente nelle ultime giornate, dopo una parabolica alternanza di grandi vittorie (come le quattro contro Cleveland) e meste sconfitte (contro Brooklyn e Philadelphia, tra le altre). Approdati alla post-season, i Bulls hanno sorpreso Boston con due vittorie al Garden, poi (complice anche l’infortunio di Rondo) si sono sciolti come neve al sole: 4-2 e tutti in vacanza.

Che l’unione di Jimmy Butler, Wade e Rondo non potesse portare al titolo doveva essere lampante fin dall’inizio. I tre però hanno addirittura ‘spaccato’ lo spogliatoio, con gli ex-Marquette da una parte e Rondo con gli altri compagni dall’altra (‘memorabile’ la foto di Kevin Garnett e Paul Pierce, pubblicata online da RR9 e commentata con “I miei veterani parlavano direttamente con la squadra, prima che con i giornalisti”). Una situazione che non prometteva nulla di buono, e che effettivamente non ha portato a nulla.
Ecco dunque la vera rivoluzione, avviata la notte del draft 2017. Jimmy Butler (al centro di voci di mercato da diversi mesi) è stato spedito ai Minnesota Timberwolves in cambio di Zach LaVine, Kris Dunn e della settima scelta, il lungo finlandese Lauri Markkanen. Questa mossa dà inizio ad un’indispensabile fase di ricostruzione; i tre giovanissimi innesti (il più ‘anziano’, Dunn, è del 1994) vanno a fare compagnia ai vari Jerian Grant, Denzel Valentine (entrambi da rivedere dopo una stagione abbastanza mediocre), Bobby Portis e Paul Zipster. Nessun fuoriclasse, chiaro, ma almeno qualcosa da cui ripartire. Poi ci sono i veterani, quelli che l’anno scorso dovevano portare Chicago “ai livelli di Cleveland” (dai, basta ridere!). Wade, a questo punto ‘leader supremo’ del gruppo e reduce da una buonissima stagione a livello individuale, ha annunciato di voler rimanere almeno un altro anno (anche perché nessuno gli darebbe mai i 23,8 milioni che gli spettano per la prossima staigone). Rondo e Robin Lopez, invece, possono essere usati come pedine per qualche trade, anche se sarà difficile aspettarsi ricche contropartite.
La risalita sarà lunga e tortuosa, ma quantomeno si inizia finalmente a intravedere una sorta di progetto.

 

4 – La grande scommessa

Derrick Rose. Il 2016/17 è stata la sua prima stagione in maglia Knicks

Derrick Rose. Il 2016/17 è stata la sua prima stagione in maglia Knicks

Uno dei principali motivi di curiosità riguardo all’ultima stagione era vedere all’opera Derrick Rose con una maglia diversa dalla storica numero 1 dei Bulls. L’ex-MVP si presentava come principale rinforzo estivo dei New York Knicks, che con lui puntavano al rilancio dopo anni di continue umiliazioni. Seppur lontanissimo dal fenomeno che incantò il mondo ad inizio decennio, il Rose 2016/17 non è stato affatto un cattivo giocatore. Ha chiuso la stagione con le migliori medie per punti (18.0) e soprattutto minuti (32.5) dal lontano 2012, anno del primo, grave infortunio che ne compromise la carriera. Oltre a far registrare queste cifre, D-Rose ha messo in mostra una sicurezza e una velocità che non si vedevano da tanto, troppo tempo. Non sarà più l’iradiddio del 2011, ma si è confermato in grado di poter dare un solido contributo anche in una squadra da playoff.

Ecco, la squadra… Diciamo che i Knicks non sono andati benissimo. Anzi, il loro 2016/17 è stata la stagione più imbarazzante, per una singola franchigia, a memoria d’uomo. Non tanto per le solite sconfitte (ormai un’abitudine, per una squadra reduce da quasi vent’anni di mediocrità), ma soprattutto per le tragicomiche vicende ‘di contorno’. Dallo stesso Rose che sparisce misteriosamente il giorno di una partita (era tornato a Chicago dalla madre) alla diatriba tra il presidente Phil Jackson (ormai ex presidente, visto che è stato appena licenziato dal proprietario James Dolan) e Carmelo Anthony, dalla sospensione per doping di Joakim Noah fino all’arresto di Charles Oakley sugli spalti del MSG. Insomma, non il contesto ideale per una carriera da rilanciare.
Con il contratto in scadenza, l’avventura di Rose a Manhattan potrebbe essere già finita. Se riuscisse a confermare quanto di buono mostrato sul campo, però, chissà che il suo futuro in NBA non possa essere più gratificante di quello che sembra attendere New York …

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