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Three Points – Le Finals più attese di sempre

di Stefano Belli

Come nella celebre filastrocca Dieci Piccoli Indiani, all’inizio erano trenta. Poi una cadde per mancanza di talento, un’altra per mancanza di pianificazione, un’altra ancora per una serie di infortuni, e così via, finché non ne restarono soltanto due.
Le NBA Finals sono finalmente arrivate, e mai come quest’anno l’attesa è stata tanto spasmodica. Alla vigilia dello ‘scontro fra titani’ tra Golden State Warriors e Cleveland Cavaliers, arriva una nuova edizione di ‘Three Points’!

 

1 – Le Finals più attese di sempre

LeBron James e Steph Curry, ancora una volta di fronte alle NBA Finals

LeBron James e Steph Curry, ancora una volta di fronte alle NBA Finals

Il terzo atto della saga Warriors vs. Cavs è senza dubbio il più ‘appetitoso’ dei tre capitoli fin qui andati in scena, e probabilmente è anche la serie finale più attesa di sempre.

Certo, ci sono state le sei sfide tra Los Angeles Lakers e Boston Celtics negli Anni ’60, ma in quel caso si sapeva già come sarebbe andata a finire (sei vittorie Celtics, per la disperazione di Jerry West ed Elgin Baylor). Oltretutto, la NBA dell’epoca era seguita (non con enorme passione) quasi esclusivamente negli USA. L’interesse del resto del mondo verso la lega divenne più forte negli Anni ’80, quando le due storiche rivali potevano contare su Magic Johnson e Larry Bird. In quel periodo, però, Lakers e Celtics si affrontarono solamente in tre edizioni delle Finals, con una sola vittoria biancoverde (1984). Le loro epiche battaglie furono intervallate dalle cavalcate degli Houston Rockets (battuti due volte da Boston) e dei Philadelphia 76ers di Julius Erving e Moses Malone, che nel 1983 sconfissero i gialloviola. Insomma, non c’erano solo loro.

Negli ultimi tre anni, invece, Golden State e Cleveland hanno dominato indisturbate sulla NBA, e ci sono tutte le premesse affinché questa vera e propria rivalità continui, almeno nel prossimo futuro. Ad Est, nell’ultimo decennio, non c’è mai stata un’alternativa credibile alle squadre di LeBron James (il che è il miglior manifesto della sua grandezza; sembra di rivivere l’era-Jordan…), ma anche le numerose definizioni di “agguerrita Western Conference” hanno trovato ben pochi fondamenti. Agli Spurs, dopo il titolo del 2014, è sempre mancato qualcosa per arrivare in fondo, mentre i vari Thunder, Clippers e Rockets sono di volta in volta evaporati sul più bello.
Se nelle due stagioni precedenti i pronostici potevano essere più aperti, alla vigilia di questo 2016/17 era quasi impossibile trovare qualcuno che facesse nomi diversi da quelli di Warriors e Cavs. Dopo l’inizio dominante con cui le due squadre sono arrivate alla – splendida – partita di Natale, un netto calo di intensità e risultati (soprattutto per la truppa wine and gold) aveva fatto vacillare non poche certezze. I playoff hanno però spazzato via qualsiasi dubbio: 12-0 per la squadra di coach Steve Kerr (presto sostituito da Mike Brown per i continui problemi alla schiena), 12-1 (con quell’ “1” frutto più che altro di una ‘pausa’ concessasi da King James) per quella di Tyronn Lue. Dunque, dopo una vittoria a testa, eccole di nuovo di fronte (mai nella storia due squadre si erano affrontate per tre volte di fila) per il premio più importante, l’unico che conti davvero: il titolo NBA.

Entrambe le formazioni arrivano a questo ennesimo showdown estremamente rinforzate rispetto alle passate edizioni delle Finals. Golden State ha aggiunto al suo già ricco arsenale un fenomeno come Kevin Durant, che finora sembra essersi integrato a meraviglia nel sistema che portò alle 73 vittorie nel 2015/16. Cleveland ha acquisito la consapevolezza di poter vincere (fattore tutt’altro che scontato, vista la ‘maledizione’ che aleggiava sulle franchigie cittadine), ha un Kevin Love decisamente più ‘ispirato’ che in precedenza ed ha arricchito la panchina con veterani potenzialmente decisivi, in serie come la prossima (a tal proposito, l’innesto di Kyle Korver ricorda sinistramente quello di Ray Allen a Miami, con le dovute proporzioni). Per il resto, i nomi attorno a cui ruoterà la ‘bella’ saranno i soliti. I Cavs, in quanto a ‘big time players’, hanno le maggiori certezze: Kyrie Irving, nell’unica occasione in cui ha potuto competere, non ha deluso, mentre LeBron James ha riscritto, finale dopo finale (siamo a quota otto, di cui sette consecutive) la storia di questo sport. In casa Warriors, Stephen Curry e Klay Thompson – sia nelle vittorie, che nelle sconfitte – si sono spesso presi inopportune ‘pause’ nei momenti che contavano (oltretutto, Klay arriva da playoff decisamente sottotono). Per prevenire il problema, non ci poteva essere miglior soluzione che reclutare KD35.
Durant-Curry-Thompson contro James-Irving-Love, dunque, ma non solo; si sa che, alla fine, la sfida per l’anello verrà decisa dai vari Draymond Green, Tristan Thompson, Andre Iguodala, J.R. Smith… Che dire, Buona visione!

 

2 – Un’estate di (ardue) decisioni

Isaiah Thomas e coach Brad Stevens

Isaiah Thomas e coach Brad Stevens

Ci sono almeno 27 franchigie NBA (quelle che non si chiamano Warriors o Cavs) che vorrebbero trovarsi nella situazione attuale dei Boston Celtics, titolari della prima scelta assoluta al draft di quest’anno (e di altre chiamate in alto ai prossimi) nonostante la stagione chiusa in finale di Conference. Eppure, Danny Ainge e soci si trovano di fronte ad una off-season più complicata di quanto sembri. L’estate che sta per cominciare sarà il primo passo di un percorso insidioso, che potrebbe portare al titolo, così come ad un sonoro fallimento.

La questione più immediata è: cosa fare con questa dannata prima scelta?
Per esaminare le possibili soluzioni bisogna partire da un doveroso presupposto, evidenziato con decisione dalla batosta subita nelle Conference Finals: allo stato attuale, i Celtics sono lontani anni luce da Cleveland, e quindi dalla possibilità di competere per l’anello. Fermo restando che LeBron James rimarrà il giocatore che stiamo ammirando per almeno altre due/tre stagioni, le strategie andranno elaborate sia nel breve che nel medio/lungo termine (sempre che nel frattempo non sopraggiungano squadre con processi di costruzione più rapidi, come potrebbero essere – ad esempio – i Sixers). Ciò premesso, le possibili opzioni sono le seguenti:

Opzione 1: tenere la scelta.
In questo modo, coach Brad Stevens aggiungerebbe un altro giovane di talento al roster (Markelle Fultz?). Si troverebbe così con almeno tre giocatori dal buonissimo potenziale (Fultz – o chi per esso –, Jaylen Brown e Terry Rozier), il cui reale impatto sarà però giudicabile nel giro di quattro/cinque stagioni (al momento è davvero difficile immaginare che si ripresentino Wilt Chamberlain, Lew Alcindor e Magic Johnson). Nel frattempo, i Cavs continuerebbero il loro dominio. Per contrastarli si potrebbe puntare sull’inserimento di qualche grosso free-agent. In questo senso, i nomi più prestigiosi in prossimità di scadenza sono quelli di Gordon Hayward e Blake Griffin (con Otto Porter e Danilo Gallinari tra le alternative più interessanti); basteranno (uno dei due o entrambi) per detronizzare King James?

Opzione 2: scambiare la scelta.
Una possibilità a lungo valutata già alla trade deadline di febbraio, quando Ainge e soci sembravano vicinissimi a cedere la scelta (non si sapeva ancora con certezza che sarebbe stata la prima assoluta), insieme ad altri giocatori, a una tra Indiana e Chicago, in cambio di uno tra Paul George e Jimmy Butler. In questo caso, addio progetti a lungo termine (anche se George – 27 anni – e Butler – 28 a settembre – non sono poi così vecchi), ma possibilità più concrete quantomeno di ‘infastidire’ James e compagni (compagni che – ‘Big Three’ a parte – non sono più nel fiore degli anni).
Il principale punto a sfavore di questa soluzione è legato al possibile insuccesso dell’operazione: dovessero accorgersi che, anche con George (che oltretutto sarà in scadenza nel 2018) o Butler, non si può andare lontano, la squadra sarebbe da rifondare nuovamente. Anche perché la sola prima scelta non basterebbe per portarsi a casa una tra queste stelle; almeno uno tra Avery Bradley, Marcus Smart, Jae Crowder e Jaylen Brown dovrebbe essere ‘sacrificato’ per la causa.

Altre importanti decisioni da prendere saranno quelle relative ad alcuni giocatori chiave del roster attuale. In estate Kelly Olynyk sarà soggetto a qualifying offer, poi l’anno prossimo toccherà a Marcus Smart. Sempre nel 2018 termineranno i contratti di Avery Bradley e Isaiah Thomas, le cui possibilità di (faraonico) rinnovo causeranno non pochi grattacapi alla dirigenza. Sono bei dilemmi, ci mancherebbe, ma sono pur sempre dilemmi. E non si può nemmeno augurare a Boston “buona fortuna” perché, come recitavano le loro t-shirt durante i playoff, “It’s not luck”

 

3 – La dinastia continua (?)

Kawhi Leonard riceve le indicazioni di Gregg Popovich

Kawhi Leonard riceve le indicazioni di Gregg Popovich

L’emozione per il quasi certo addio di Manu Ginobili ha un po’ fatto passare sotto traccia il fatto che i San Antonio Spurs siano usciti piuttosto male dagli ultimi playoff. Intendiamoci: un 4-0 contro questi Warriors ci può stare, soprattutto se il tuo miglior giocatore viene messo k.o. in gara-1. E’ stata parecchio deludente, però, l’arrendevolezza con cui Gregg Popovich e i suoi si sono fatti da parte. Ok, Kawhi Leonard, Tony Parker e David Lee erano infortunati, ma gli ultimi due erano ben lontani dalla loro versione migliore e Leonard, come detto, era fuori fin dalla prima gara delle Conference Finals. E’ possibile che l’unico (apparente) piano partita alternativo fosse affidarsi completamente ad un quarantenne (Ginobili) e sperare nei miracoli di Jonathon Simmons e Dejounte Murray, entrambi alla prima apparizione su un palcoscenico del genere?
Questa post-season ha dimostrato che per la franchigia texana la coperta si sta accorciando sempre più. Per carità, le basi per continuare a presentarsi puntualmente ai playoff (come successo nelle ultime VENTI stagioni) ci sono tutte; allo stato attuale, però, battere Golden State appare un miraggio, anche con Leonard in campo.

Con la fine dell’era ‘Big Three’ (Duncan ha salutato da tempo, Ginobili sta per farlo e Parker li seguirà quasi certamente l’anno prossimo) e l’ascesa di Kawhi come uomo-franchigia, è inevitabile che la struttura degli Spurs debba essere riprogrammata. Ecco allora sfumare quel fantastico e frenetico movimento di palla e uomini che aveva incantato nel 2014, anno dell’ultimo titolo, ed aumentare sempre più i possessi in isolamento, per sfruttare appieno le clamorose abilità offensive acquisite da Leonard. Una volta fuori causa il numero 2, però, la mancanza di alternative è stata fatale.
Guai ad indicare LaMarcus Aldridge o Pau Gasol (sottotono nelle gare decisive) come principali colpevoli dell’eliminazione; i due lunghi hanno fatto grossomodo quello che ci si aspettava da loro. Aldridge può essere un eccellente comprimario (alla stregua di un Kevin Love, con le dovute differenze tecnico-tattiche fra i due), ma difficilmente sarà il principale riferimento offensivo di una squadra da titolo. In quanto a Gasol, aspettarsi un’improvvisa reincarnazione di Ben Wallace sarebbe stato alquanto imprudente (purtroppo, ma anche per fortuna, vista l’abissale disparità tecnica tra i due soggetti in questione).

Per tornare in alto servirà una scossa ad un gruppo che ormai ha dato tutto. Innanzitutto, ci vorrà qualcuno in grado di dettare i tempi alla squadra. Parker starà infatti fuori almeno fino a gennaio, Patrick Mills è in scadenza, Murray è troppo giovane e Leonard non può ancora giocare da ‘point-forward’ (come LeBron James, per intenderci). L’eventuale, chiacchierato innesto di Chris Paul (anche se è difficile che lasci i Clippers) risolverebbe il problema solo in parte, visto che un trentaduenne non rappresenta proprio un progetto a lungo termine (potrebbe invece risultare utilissimo, ad esempio, come ‘mentore’ di Murray).
Come nel caso dei Celtics, anche San Antonio dovrà fronteggiare alcune decisioni ‘spinose’, come i rinnovi di Mills e di Simmons (attualmente il 430esimo giocatore NBA per stipendio; una posizione destinata senza dubbio a migliorare), la gestione dell’ultimo anno di contratto di Gasol (che quasi certamente eserciterà la player option) e la possibilità di coinvolgere Aldridge in qualche trade. Di certo, l’impressione è che la franchigia si trovi in una fase di stallo, dalla quale sembra davvero complicato uscire. Anche se, lo sappiamo bene, guai a scommettere contro gli Spurs…

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