Al termine di una settimana che ha allungato ulteriormente la lista di giocatori infortunati, con Andrew Bogut (alla prima apparizione in maglia Cavs) che ha raggiunto in infermeria i vari giocatori elencati nella scorsa puntata, siamo pronti per una nuova edizione di ‘Three Points’. Uno dei protagonisti degli ultimi sette giorni è stato Dirk Nowitzki, diventato il sesto giocatore nella storia NBA ad abbattere il muro dei 30.000 punti in carriera. Questo immenso traguardo non sarà uno dei temi trattati oggi. Poiché un solo paragrafo sarebbe davvero riduttivo per descrivere la grandezza di ‘WunderDirk’, avremo tempo e modo, in un prossimo futuro, di dedicargli lo spazio che merita. Ora, invece, via con i tre punti di oggi!
1 – Spurs, Ka-why not?

Kawhi Leonard, trascinatore assoluto degli Spurs e candidato MVP
Alla luce di quanto visto nelle ultime stagioni e di come le squadre in questione si siano rafforzate, è indubbio come Golden State Warriors e Cleveland Cavaliers siano le assolute favorite per incontrarsi nuovamente alle NBA Finals (il che sarebbe un evento inedito: mai nella storia la stessa serie finale si è ripetuta per tre volte di fila).
Per fortuna di noi amanti della lega più spettacolare al mondo, però, la NBA non è una scienza esatta. Da qui a giugno il diritto ad un’eventuale ‘gara-3’ dovrà essere conquistato sul campo. Come testimoniano, tra le altre cose, i recenti infortuni di Kevin Love da una parte e Kevin Durant dall’altra, le due corazzate dovranno percorrere un sentiero colmo di insidie e non bisogna escludere a priori che, in una o nell’altra Conference, possa arrivare una sorpresa (a sostegno di questa ipotesi, in settimana entrambe le grandi rivali sono state sconfitte dai Boston Celtics).
Qualora fossero gli Warriors ad ‘inciampare’, i maggiori indiziati per trarne beneficio e rimpiazzarli sul trono dell’Ovest sono sempre loro, quei San Antonio Spurs sulla cresta dell’onda ormai da venti, irripetibili anni.
Malgrado il ritiro di Tim Duncan, quello imminente di Manu Ginobili e il prevedibile calo di Tony Parker, la squadra di Gregg Popovich rimane un’assoluta certezza. Pochi giorni fa, una vittoria ai danni dei Minnesota Timberwolves ha sancito la qualificazione matematica ai playoff per la ventesima stagione consecutiva. Per capire meglio di cosa stiamo parlando, basti pensare che l’ultima volta in cui i texani andarono in vacanza ad aprile, nessuno tra gli attuali giocatori NBA era ancora professionista!
Se gli Spurs dei cinque titoli NBA gravitavano principalmente intorno alla coppia Duncan-Robinson prima e al trio Duncan-Ginobili-Parker poi (sì, l’arrivo del caraibico cambiò decisamente le cose in quel di San Antonio), oggi il trascinatore assoluto si chiama Kawhi Leonard, già capace di vincere il premio di Finals MVP nel 2014, quando diede un provvidenziale aiuto ai ‘Big Three’ per la conquista dell’ultimo anello. Per il numero 2 quel trofeo non è stato altro che un punto di partenza. Dal giorno in cui è entrato nella storia, ‘The Claw’ ha continuato a crescere esponenzialmente, fino a diventare un candidato fisso al premio di MVP stagionale.
Sulle sue doti nella metà campo difensiva non ci sono mai stati dubbi. Il Bill Russell Trophy gli è stato consegnato soprattutto per lo straordinario lavoro di ‘contenimento’ su un LeBron James all’ultima apparizione con la maglia dei Miami Heat. Se ciò non bastasse, a parlare per lui ci sono i due Defensive Player Of The Year Awards vinti nelle ultime due stagioni (con il terzo probabilmente in arrivo).
Il Kawhi Leonard di quest’anno, però, si presenta anche come una terrificante macchina da canestri. Non solamente in virtù delle spaventose cifre (attualmente viaggia a 26.2 punti di media, suo massimo in carriera), ma anche per gli infiniti modi in cui riesce a concludere un’azione. Triple in transizione, uno-contro-uno fronte a canestro, gioco in post basso, in uscita dai blocchi, al ferro… non solo qualcosa di mai visto, qualcosa di nemmeno pronosticabile fino a poco tempo fa.
Nella gara del 6 marzo contro gli Houston Rockets di James Harden, Leonard ha sfoggiato la prestazione definitiva; 39 punti (secondi solo ai 41 di gennaio contro i Cavs), di cui 17 in un quarto periodo da conservare per i posteri. Durante i possessi decisivi, KL si è definitivamente impadronito della partita: tripla del sorpasso, stoppata su Harden, rimbalzo e tiri liberi della staffa, con il pubblico dell’AT&T Center ad intonare i cori “MVP! MVP!”. MVP o meno (quest’anno Harden e Westbrook stanno abbattendo i confini della realtà), sono giocatori come lui a fare di un’ottima squadra una squadra da titolo. Poi, ovviamente, c’è anche il resto.
“Il resto” non può prescindere dal ‘generale’ Popovich, uno che potrebbe vincere ogni anno il premio come miglior allenatore. Ancora una volta, Pop sta tirando fuori il meglio da tutti i giocatori a sua disposizione, a prescindere dal loro ‘pedigree’. Una volta c’erano Avery Johnson, Bruce Bowen e Sean Elliott, poi sono passati i vari Boris Diaw, Marco Belinelli, Tiago Splitter e Patty Mills, adesso tocca a Dewayne Dedmon, David Lee e Jonathon Simmons. Non esattamente Duncan o Leonard, ma comunque fattori potenzialmente in grado di decidere partite e serie di playoff. Insomma, gli Spurs continuano ad essere gli Spurs.
Come premesso, Golden State parte in vantaggio su tutti ad Ovest. Guai però a sorprendersi se, a fine stagione, si dovesse assistere all’ennesima parata sul River Walk.
2 – Russell Westbrook: incredibile, ma non basta

A proposito di candidati MVP: Russell Westbrook
La notte in cui Nowitzki ha superato quota 30.000 resterà nella storia NBA anche per il career-high di Russell Westbrook, autore di 58 punti nella sconfitta dei suoi Oklahoma City Thunder contro i Portland Trail Blazers.
Se volete spiegare a qualcuno il concetto di “paradosso”, utilizzate come esempio la stagione del numero 0, ben oltre i limiti dell’incredibile.
Incredibile, come ciò a cui ci fa assistere ogni volta che mette piede sul parquet. Probabilmente servirà del tempo per renderci conto realmente di quello che stiamo vedendo. Attualmente le sue cifre mettono in ridicolo quelle dei più grandi di sempre: 31.9 punti, 10.5 rimbalzi e 10.1 assist a partita, ovvero quella tripla-doppia di media immaginabile solo ai tempi del grande Oscar Robertson (stagione 1961/62). Per quanto riguarda le triple-doppie stagionali, siamo a quota TRENTUNO (come Wilt Chamberlain nel 1973/74; solo ‘The Big O’ davanti a loro, con le41 della stagione sopraccitata). La gara contro Portland è stata la seconda per lui oltre quota 50, dopo quel 51+13+10 ai danni di Phoenix così difficile da commentare. Oltre a queste due perle, sono arrivati finora 12 incontri oltre quota 40, più altri 22 ‘trentelli’. Roba che racconteremo ai nipotini…
Incredibile, come le critiche che si leggono nei suoi confronti. Nell’era in cui chiunque può far arrivare a tutti la sua opinione, ecco fioccare dichiarazioni come: “Sì, ma gioca solo per le statistiche…”, oppure: “Bè, con 50 tiri siamo bravi tutti…”, o ancora: “Non lo vorrei mai in squadra, non coinvolge i compagni”, arrivando fino a: “Con un giocatore così, i Thunder non vanno da nessuna parte”. Fermo restando che cifre del genere non sono proprio “da tutti” (per citarne uno, il Kobe Bryant del 2006, che di tiri ne faceva 28 a partita, chiuse con l’imbarazzante media di 35.2 ppg, ma rimbalzi e – soprattutto – assist erano competenza dei compagni) e che quei dieci assist dovrà pure servirli a qualcuno, il problema di Westbrook è esattamente l’opposto di quello ipotizzato nell’ultima di queste ‘sentenze’: con una squadra così, non si può andare molto lontano.
Proprio come quei già citati Lakers, la squadra di coach Billy Donovan potrebbe essere ribattezzata “Oklahoma City Westbrook”. Raramente si sono visti giocatori in grado di determinare da soli (con tutto il rispetto per Steven Adams, Enes Kanter e Victor Oladipo) le sorti di una squadra. Senza il mostruoso contributo del playmaker da UCLA, questa franchigia starebbe già da tempo pensando al prossimo draft, invece ora si trova con un piede e mezzo ai playoff.
La cosa più incredibile di questa stagione, però, è il fatto che prestazioni del genere potrebbero non essere sufficienti a regalare a RW il primo titolo di MVP in carriera. L’attuale settimo posto ad Ovest dei suoi Thunder potrebbe spostare parecchi voti in direzione degli altri candidati, vedi Kawhi Leonard e James Harden, in grado di trascinare i loro team verso posizioni ben più nobili (al momento, Spurs e Rockets occupano rispettivamente il secondo e il terzo posto nella Western Conference). Il fatto che un giocatore del genere possa non essere riconosciuto come il migliore è soltanto l’ennesima dimostrazione dei livelli di grandezza raggiunti dalla lega… Come dite? Era meglio prima?
3 – All-in For D-Rose

Derrick Rose. Per lui una ‘nuova giovinezza’ con la maglia dei Knicks
Il titolo di questo paragrafo riprende uno dei numerosi slogan utilizzati da Adidas nella serie di spot che anticipava ‘The Return’, ossia il tanto atteso ritorno in campo di Derrick Rose dopo il grave infortunio al ginocchio che ne aveva frenato, sul più bello, la carriera. Come sappiamo, quell’attesa fu vana. Il più giovane MVP della storia (quando fu premiato, nel 2011, aveva poco più di 22 anni) saltò l’intera stagione 2012/13 e disputò soltanto 10 partite in quella successiva. Anche una volta ristabilitosi, era evidente a tutti come Rose non fosse altro che l’ombra del fenomeno di una volta, tanto da convincere i Chicago Bulls a privarsi del loro atleta più amato dai tempi di Michael Jordan.
Una carriera che prometteva grandi cose sembrava ormai destinata ad un malinconico tramonto. Oltretutto, Derrick è stato spedito da Gar Forman e soci nel posto peggiore da cui ripartire: New York City.
Della stagione grottesca dei Knicks abbiamo ampiamente trattato nelle precedenti puntate: playoff lontani, continue umiliazioni e imbarazzanti vicende extra-parquet (dalla ‘guerra mediatica’ tra Phil Jackson e Carmelo Anthony alla penosa scena dell’arresto di Charles Oakley sugli spalti del MSG). Tra tutte queste ‘gemme’, la più memorabile è probabilmente quella regalata dallo stesso Rose, letteralmente scomparso a poche ore da una partita contro New Orleans senza avvisare nessuno (a sua detta, era tornato a Chicago a far visita alla madre).
Un episodio del genere, pur circoscritto nel contesto di ‘anarchia’ del pianeta Knicks, sta ad indicare che qualcosa non va. La buona notizia, però, è che questo disagio (espresso anche dalla svogliatezza con cui spesso si presenta in campo) appare prettamente psicologico e non più (finalmente) fisico.
Anche se non sarà più un MVP e nemmeno un All-Star, il D-Rose versione 2016/17 è comunque un validissimo giocatore. Con la salute finalmente dalla sua parte (facendo tutti gli scongiuri del caso), il nativo di Chicago sta facendo registrare le migliori prestazioni da quel fatidico 2012 in termini di punti (17.9) e minuti giocati (32.6). Cosa ancora più importante, finora ha già disputato 56 incontri; il suo ‘record’ dopo l’infortunio erano le 66 presenze della scorsa stagione. Aldilà delle cifre, guardandolo giocare si ha l’impressione che Rose abbia riacquisito un minimo di sicurezza. Chiaro, non è più il fenomeno che sfrecciava su e giù per il campo, concludendo spesso e volentieri con la testa al ferro. Per la gioia dei nostalgici, però, le ultime apparizioni in maglia Knicks hanno mostrato sprazzi di un Rose ‘vintage’, con accelerazioni e acrobazie in penetrazione buttate qua e là, come a volerci ricordare quello che avrebbe potuto essere con un fisico in rado di sostenerlo.
La sua avventura tra i grattacieli di Manhattan, con ogni probabilità, finirà tra poco più di un mese, insieme alle effimere illusioni di rinascita della dirigenza Knicks. Per quello che stiamo vedendo, però, possiamo lecitamente sperare che ci sia ancora tanto, tantissimo da vedere nella carriera di un giocatore capace, un tempo, di infiammare i cuori di noi appassionati.

