Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimenti 4 chiacchiere con Flavio Tranquillo: dalla stagione NBA alla violenza sulle donne

4 chiacchiere con Flavio Tranquillo: dalla stagione NBA alla violenza sulle donne

di Carmen Apadula

In occasione dell’evento “Sky Christmas Special”, tenutosi il 5 dicembre presso la Sede di Sky Italia a Milano Rogoredo, Flavio Tranquillo si è reso disponibile per scambiare due chiacchiere riguardo la stagione NBA in corso. 

Direi di iniziare con un argomento ancora caldo: Ja Morant. Abbiamo visto che i Memphis Grizzlies hanno avuto un bel po’ di difficoltà ultimamente. Nel caso in cui dovesse tornare, come cambiano le dinamiche della squadra? 

“Beh, a cambiare le cose cambiano. Ma non so se, da solo, è in grado di cambiare così tanto una tendenza ormai consolidata. Certo, la squadra farebbe di meglio, questo è evidente. Ma non credo che in questa stagione lui da solo può ribaltare completamente la frittata. E’ molto più importante e interessante vedere che torna e se è nelle condizioni generali di essere quello di prima visto tutto quello che è successo”. 

Spostiamoci verso Minnesota. Primi ad Ovest: sorpresa o prevedibile? E cosa ci aspettiamo per il futuro?

“La domanda è iper lecita, la curiosità ancora di più. Io non credo che abbiamo elementi sufficienti per giungere ad una conclusione da quel punto di vista. Ormai non credo che esista più il concetto di contender. Da una parte non esiste, per tantissimi motivi strutturali ma anche contingenti. Il concetto di ‘parity’ è sempre più verificato nella NBA. Quindi, banalmente, mi viene da dire che almeno 15 squadre potrebbero essere delle contender. Ma non tutte e 15 vinceranno il titolo, perché banalmente è sempre una sola a vincere e perché non finiranno in 15 in finale. Ma, per capire quelle che sono un fuoco di paglia e quelle che sono sulla buona strada per fare qualcosa di buono, ci vuole materialmente più tempo. Bisogna vederle, anche perché Minnesota non ha una storia che ti dice che il trend è questo. Minnesota, sulla carta, ha tutto per competere con chiunque. Non per vincere, ma per competere con chiunque. Se davvero è in grado di farlo, abbiamo bisogno di più tempo per saperlo. Ti direi almeno dopo l’All-Star Game per avere qualcosa su cui poter ragionare un po’ più seriamente”.

Passiamo ai Detroit Pistons. Negli ultimi anni siamo stati abituati a vederli in fondo alla classifica, ma sembra che ora stiamo un po’ esagerando. Cosa si può fare per migliorare?

“Quello che hanno provato a fare appartiene già al passato, perché aver scelto Monty Williams rappresenta una mossa molto chiara. L’idea è che Monty Williams in quel ruolo, con quel contratto e con quella durata del contratto, sia il riferimento per costruire una cultura diversa da quella dei Detroit Pistons di prima. I Pistons precedenti sono figli di quella cultura che, negli ultimi 7/8 anni, si è rivelata sbagliata. Monty Williams è lì da 4 mesi e li ha allenati per 20 partite. Anche qui, per la risposta onnicomprensiva ci vuole tempo. Se si sceglie la strada veloce, bisogna prendere i campioni e forse si iniziano a vincere delle partite. Se si è, invece, costretti a scegliere una strada diversa allora guardiamo a cosa ha fatto Oklahoma City o Philadelphia. Da quando si comincia un certo processo a quando si comincia a raccogliere i frutti, se passano 10 anni vuol dire che il processo era quello sbagliato, ma se passano 10 minuti vuol dire che non è un processo”.

Parliamo ora di un argomento più spinoso. In questi giorni il tema della violenza sulle donne l’ha fatta da padrone nella stampa, tema legato alla NBA per quanto concerne il caso di Miles Bridges, accusato di violenza domestica e abuso minorile. La scelta di lasciarlo giocare ha creato svariati disguidi. Dunque, volevo sapere, cosa pensi riguardo tutto questo?

“In questo momento storico è difficile articolare una risposta. La vera domanda è: ‘E’ vero che sei d’accordo che Bridges non deve giocare, siccome ha perpetrato una violenza nei confronti di una donna?’. Io onestamente, dentro questa modalità di discussione, non entro e non voglio entrare. Quindi, la domanda è se deve essere un discorso riguardo il fatto che, chi ha perpetrato una violenza contro una donna, non deve giocare in NBA e di conseguenza non deve lavorare. Perché, penso che sia abbastanza chiaro, che non avrebbe senso dire che Miles Bridges non deve giocare in NBA mentre un uomo qualsiasi che ha fatto la stessa cosa in Italia possa fare il suo lavoro. Ma noi vogliamo un sistema in cui si venga scomunicati a livello civile, oppure no? Questo però è un tema che non sono sicuro di dover affrontare in quanto presunto esperto di basket NBA. Potrei dire, e dico, che ho delle idee anche riguardo a quello. E credo di aver fatto vedere che questo punto di vista è molto suadente, dire ‘cacciamoli fuori, non li vogliamo dalla nostra comunità’ è un po’ frettoloso. Evidentemente questo momento storico, in cui porre questa questione, significa ‘allora va bene che Bridges prenda a pugni le donne’. Voglio sperare che non sia quella la traduzione, ma temo possa esserlo e temo che, per evitare tutto questo ragionamento, si discuta solo a compartimenti esterni. Ma sono discussioni che riguardano cose che vanno oltre la pallacanestro, ad esempio l’applicazione della giustizia riparativa rispetto a quella retributiva. Se facciamo quella discussione lì, allora togliamo di mezzo Miles Bridges e il basket, e decidiamo da prima che cosa fare di chi si comporta in quel modo. Non cercare di scomunicarlo dopo che lo ha fatto, in modo che rappresenti un esempio. Esiste l’esemplarismo buono e l’esemplarismo cattivo. Quello dello sport, ultimamente, rischia di essere troppo spesso esemplarismo cattivo”.

Si ringrazia il team di Sky per la possibilità, e l’intervistato per la cordialità dimostrata.

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