Reggie Miller è stato ed è un punto di riferimento per la sua tecnica di tiro e per il suo trash talking. Nella storia della NBA ci sono state franchigie, come i Los Angeles Lakers o i Boston Celtics, che hanno vissuto diversi periodi di gloria, le cui maglie sono entrate nella leggenda grazie ogni volta a giocatori diversi.
In molti altri casi, invece, un solo giocatore ha saputo portare la squadra di appartenenza a picchi mai raggiunti, né prima, né dopo il suo avvento.
Uno di questi casi è senza dubbio quello di Reggie ‘Killer’ Miller, lo straordinario fuoriclasse che, tra gli Anni ’90 e Duemila, fece degli Indiana Pacers una delle squadre più temibili della Eastern Conference.

Reggie Miller con la divisa Anni ’80
Dopo avere dominato nella American Basketball Association, vincendo tre titoli su nove anni totali di storia della lega, la franchigia dell’Indiana, forse lo stato americano con la più ardente passione per la pallacanestro, faticò enormemente una volta ammessa nella NBA (in seguito alla fusione tra le due leghe nel 1976) occupando per un intero decennio le zone basse della Conference.
Un beffardo gioco del destino volle che, nel 1981, i Pacers scambiassero con i Portland Trail Blazers quella che diventò la seconda scelta assoluta al draft 1984, con cui Indiana avrebbe potuto scegliere giocatori come Michael Jordan, Charles Barkley o John Stockton (Hakeem Olajuwon era considerato la sicura prima scelta, di proprietà di Houston).
Le sorti della franchigia cambiarono drasticamente al draft 1987, quando con l’undicesima chiamata fu scelto Reggie Miller, un ragazzino decisamente ‘smilzo’, che aveva chiuso la carriera collegiale come secondo miglior marcatore della storia di UCLA, dietro soltanto a Sua Maestà Lew Alcindor (colui che più tardi diventerà Kareem Abdul-Jabbar).
Come accaduto fin troppe volte nella storia del draft NBA, la scelta del presidente dei Pacers Donnie Walsh fu accolta con dei sonori “buu!” da parte dei tifosi, che avrebbero preferito l’idolo locale Steve Alford, fresco vincitore del titolo NCAA con Indiana University.
Mentre Alford iniziava una carriera da professionista che durò solamente quattro stagioni (tra Dallas e Golden State), Reggie Miller muoveva i primi passi con la maglia Anni’80 gialla e blu dei Pacers.
Reggie, che portava sulla schiena lo stesso numero (31) e lo stesso, ingombrante cognome della sorella Cheryl, autentica leggenda del basket femminile (nel 1999 verrà introdotta nella Hall Of Fame), iniziò come riserva, per poi guadagnare sempre più minuti in campo.
La prima, grande stagione da professionista per Miller fu il 1989/90, quando con i suoi 24.6 punti di media fu convocato all’All Star Game e, grazie anche all’aiuto del giovane Rik Smits, soprannominato ‘The Dunkin’ Dutchman’, trascinò la squadra ai playoff.
L’avventura in post-season non durò molto. Indiana fu spazzata via da un avversario che, parecchi anni più tardi, assocerà nuovamente il suo nome a quello dei Pacers: i Detroit Pistons degli imbattibili Bad Boys.
Gli Anni ’90 portarono in dote una nuova divisa, con cui Miller scriverà pagine indimenticabili della sua leggenda.

Miller, con la versione 90s della divisa, contro Patrick Ewing dei New York Knicks
Nei primi anni del nuovo decennio la squadra continuò a crescere, e con essa anche il ‘cecchino’ Miller che, solamente alla quarta stagione in carriera, riuscì a diventare il miglior realizzatore della storia della franchigia.
La corsa ai playoff, però, si fermava costantemente al primo turno; nel 1991 e nel 1992 furono gli ultimi Celtics dell’era Larry Bird a fermare i Pacers, mentre l’anno successivo fu la volta dei New York Knicks, in quello che fu il primo capitolo di un’accesissima rivalità tra le due formazioni.
Il 28 novembre 1992, a Charlotte, Miller realizzò 57 punti contro gli sventurati Hornets, record di franchigia tuttora imbattuto.
Nell’estate del 1993 la guida tecnica fu assunta da Larry Brown, che diede alla squadra la tanto auspicata ‘scossa’.
Indiana riuscì finalmente a superare il primo turno, battendo gli Orlando Magic dei giovanissimi Penny Hardaway e Shaquille O’Neal, poi ebbe la meglio anche sugli Atlanta Hawks, testa di serie numero 1 ad Est, raggiungendo per la prima volta le finali di Conference.
Come nella stagione precedente, gli avversari da battere erano i Knicks di Patrick Ewing, John Starks e coach Pat Riley, considerati, soprattutto in virtù del (momentaneo) ritiro di Michael Jordan, i favoriti assoluti per la vittoria del titolo.
Come da pronostico, New York si aggiudicò le prime due partite, ma Indiana riuscì a pareggiare la serie vincendone altrettante in casa. Tornati al Madison Square Garden per gara-5, Reggie si prese il palcoscenico, ‘uccidendo’ gli avversari con 39 punti, di cui 25 nell’ultimo quarto. Il tutto sotto gli occhi di un imbufalito Spike Lee (famoso regista e, a tempo perso, primo tifoso dei Knicks… o viceversa?) il quale, dopo l’ennesima, micidiale tripla infilata dal numero 31, si alzò in piedi per urlargli contro la sua frustrazione.
La reazione di uno spazientito Miller rimane ancora oggi una delle immagini più rappresentative della storia della lega:

Reggie Miller
Ewing e compagni si vendicarono andando prima a pareggiare la serie, poi a vincerla in gara-7. Perderanno poi le NBA Finals contro gli Houston Rockets di un immenso Olajuwon.
Dopo aver guidato la nazionale americana (da capocannoniere) alla medaglia d’oro ai Mondiali canadesi, Reggie Miller tornò a pensare alla sua squadra, che in estate aveva aggiunto al roster il playmaker ex All-Star Mark Jackson.
Ottenuto il secondo miglior piazzamento nella Eastern Conference e superati nuovamente gli Hawks al primo turno, i Pacers si trovarono di fronte gli acerrimi rivali dei Knicks, che sotto la guida di Riley si stavano imponendo come la squadra più ‘tosta’ della lega.
La Grande Mela si rivelò ancora una volta il territorio di caccia preferito di Killer Miller (che si guadagnerà il nuovo soprannome ‘The Knick-Killer’). In gara-1, con Indiana in svantaggio di sei punti a 18.7 secondi dal termine, la sensazione fu inequivocabile… It’s Miller time!
I Pacers si aggiudicarono la combattutissima serie espugnando il MSG nella decisiva gara-7. Il 1995, però, fu l’anno dell’exploit di Orlando; Penny & Shaq trascinarono i Magic in finale, superando i pur valorosi Pacers in sette partite.
La stagione successiva fu condizionata da un problema ad un occhio occorso a Miller, il quale rientrò solamente a playoff in corso, nella serie persa al primo turno contro Atlanta.
Proprio la città della Georgia vide Killer Miller tra i protagonisti del cosiddetto ‘Dream Team II’, che portò a casa una facile medaglia d’oro ai Giochi Olimpici l’estate seguente.
La storia della seconda divisa della carriera di Reggie si chiuse piuttosto male. Jackson fu mandato a Denver per poi essere ripreso solo a febbraio, quando la stagione era ormai compromessa a causa di numerosi infortuni.
Indiana, nonostante l’acquisizione del giovane talento Jalen Rose, mancò la qualificazione ai playoff per la prima volta in sette anni, e coach Brown perse il posto. Ad Indianapolis stava per cominciarne una nuova era.

Miller con la maglia a righe adottata dai Pacers a partire dalla stagione 1997/98
Indiana Pacers, le nuove maglie per Reggie Miller
Le maglie a strisce inaugurate in quel 1997 furono sicuramente tra le più rappresentative della seconda metà degli Anni ’90. Non fu però l’unico cambiamento in casa Pacers; per il ruolo di head coach, infatti, fu scelta la più grande star della storia sportiva dell’Indiana, quel Larry Joe Bird che aveva dettato legge durante il decennio precedente con la casacca numero 33 dei Boston Celtics.
‘Larry Legend’ non arrivò da solo, ma si portò dietro due ex compagni: Rick Carlisle (con lui ai Celtics) nelle vesti di assistente e Chris Mullin (con Bird nel leggendario Dream Team) che, seppure a fine carriera, diede fin da subito un contributo fondamentale.
Il nuovo corso iniziò alla grande: miglior record nella storia della franchigia (58-24) e terzo piazzamento ad Est.
Reggie Miller e compagni superarono agevolmente Cleveland al primo turno, poi eliminarono nuovamente i Knicks, con la perla di una gara-4 da 38 punti del ‘Knick-Killer’ in maglia numero 31.
Per la prima volta, i Pacers incontrarono ai playoff gli imbattibili Chicago Bulls, capaci di vincere cinque titoli NBA nelle precedenti sette stagioni. La corazzata di Phil Jackson inseguiva il secondo three-peat in quella che si annunciava essere l’ultima corsa di Michael Jordan, prossimo ad un nuovo e (forse) definitivo ritiro.

Reggie in difesa su Michael Jordan
Nelle prime due gare, disputate allo United Center, ‘His Airness’ fu semplicemente inarrestabile, sbattendo sulla faccia del vecchio amico Bird rispettivamente 31 e 41 punti e guidando i suoi ad un confortevole 2-0.
Quando la serie si spostò ad Indianapolis, MJ non sembrò di certo intimidito, piazzando il puntuale ‘trentello’ anche in gara-3, ma i 28 punti di Miller diedero la vittoria ai Pacers.
In una combattutissima gara-4, Reggie stava vivendo una serata piuttosto mediocre (chiuderà con soli 15 punti). La fama di ‘clutch player’, però, non se l’era guadagnata per caso; nel momento decisivo dell’incontro, toccò a lui.
Nonostante il miracolo del suo ‘Killer’, Indiana non riuscì a fermare quei fenomenali Bulls, che vinsero la serie in gara-7 e vinsero il sesto titolo nelle leggendarie Finals contro gli Utah Jazz.
Dopo l’ennesimo trionfo, effettivamente, Jordan si ritirò, e il dominio della Eastern Conference tornò ad essere una questione tra le ‘solite note’ Indiana e New York.
Nel 1999 i Knicks, che oltre al ‘vecchio leone’ Ewing potevano contare su giocatori del calibro di Larry Johnson, Allan Houston. Latrell Sprewell e Marcus Camby, sconfissero i grandi rivali nell’ennesimo scontro alle Conference Finals. L’anno successivo, il rematch vide trionfare la squadra di Larry Bird, che per la prima volta nella storia della franchigia raggiunse le finali NBA.
Miller e i suoi Pacers, che oltre ai Knicks avevano dovuto superare i durissimi ostacoli rappresentati dai Mlwaukee Bucks di Ray Allen e i Philadelphia 76ers del futuro MVP Allen Iverson, trovarono di nuovo sulla loro strada coach Phil Jackson, stavolta alla guida dei Los Angeles Lakers.
Come nella serie del 1998, Indiana dovette fare i conti con un avversario troppo forte per essere fermato.
Guidati dal miglior Shaquille O’Neal di sempre e da un Kobe Bryant in rampa di lancio verso la grandezza, i gialloviola si presero il titolo, a dodici anni di distanza dall’ultimo trionfo dello ‘Showtime’.
La sconfitta segnò, per Indiana, la fine di un’era: Rik Smits si ritirò, Bird si dimise (tornerà, nelle vesti di presidente, tre anni più tardi), sostituito dall’ex ‘Bad Boy’ Isiah Thomas, mentre giocatori chiave come Mark Jackson, e Chris Mullin cambiarono aria.

Reggie Miller e Jermaine O’Neal (#7), i leader dei nuovi Pacers
Reggie Miller si torna ai playoffs
Malgrado la rivoluzione in corso, i Pacers tornarono ai playoff, grazie al solito Miller e alla nuova stella Jermaine O’Neal, arrivato via trade da Portland. Allen Iverson questa volta non perdonò, e al primo turno passarono i Sixers.
La stagione successiva fu caratterizzata da uno scambio che portò Jalen Rose e Travis Best a Chicago in cambio di un pacchetto composto da Brad Miller (che divenne un All-Star con la nuova maglia), Kevin Ollie, Ron Mercer e, soprattutto, un grande difensore come Ron Artest.
I nuovi innesti rilanciarono la squadra, che si qualificò puntualmente per la post-season. Ancora una volta, però, la corsa finì al primo turno, dove i New Jersey Nets di Jason Kidd vinsero in cinque, sudatissime partite.
L’ultima di quelle cinque gare fu il teatro di un nuovo, memorabile atto del ‘Reggie Miller Show’:
Con questo miracolo, Miller mandò la partita all’overtime, replicando pochi minuti dopo con una gran schiacciata che prolungò ulteriormente il tempo di gioco. Alla fine furono però i Nets a spuntarla, continuando una caccia al titolo interrotta solamente in finale contro gli invincibili Lakers.
Non andò granché meglio nel 2003, quando a frenare Indiana furono i modesti Celtics di un giovane Paul Pierce.
Data l’età che avanzava inesorabilmente, il ruolo di Reggie all’interno della squadra divenne via via più marginale, a vantaggio dei nuovi go-to-guys O’Neal, Artest e Al Harrington (scelto al draft 1998 e cresciuto moltissimo nei primi anni del nuovo millennio).
I nuovi Pacers si confermarono un top team ad Est, riuscendo a conquistare nuovamente le finali di Conference.
Gli avversari, però, stavano vivendo un momento magico. Erano i Detroit Pistons di Billups-Hamilton-Prince-Sheed-Big Ben, guidati dalla vecchia conoscenza Larry Brown, che batterono Indiana (in 6 partite) e vinsero poi il titolo NBA sorprendendo i favoritissimi Lakers.
Alla soglia dei 40 anni, era ormai chiaro che per Reggie Miller la stagione 2004/2005 sarebbe stata l’ultima in carriera.
Con la dinastia gialloviola giunta rovinosamente al termine (le insanabili crepe nel rapporto con Kobe portarono al mancato rinnovo di Shaq) e il grande equilibrio che regnava sulla costa atlantica, le possibilità di regalare al grande capitano un finale ‘col botto’ erano più che concrete.
Tutti i sogni di gloria, però, furono infranti la sera del 19 novembre 2004, quando la celeberrima rissa scoppiata nei secondi finali di una partita ormai stravinta contro i Pistons al Palace Of Auburn Hills causò squalifiche da record ad Artest, O’Neal e al nuovo acquisto Stephen Jackson.

‘Killer’ Miller
Viste le pesanti assenze, Miller si caricò la squadra sulle spalle, trascinandola ancora una volta ai playoff. Dopo aver superato Boston al primo turno, la carriera di Reggie terminò nella serie successiva proprio contro i Pistons, gli stessi avversari di quella dannata notte di novembre. Nella decisiva gara-6, Killer Miller realizzò 27 punti, prima di uscire dal campo accompagnato da una doverosa standing ovation.
Secondo una diffusa opinione, ciò che realmente definisce la carriera di un giocatore sono i titoli vinti, i trofei sollevati.
Reggie Miller (che nel 2012 fu introdotto nella Hall Of Fame) non riuscì mai a laurearsi campione NBA, e non fu mai L’MVP della lega.
Quel numero 31 che oggi è appeso al soffitto dell’odierna Bankers Life Fieldhouse, però, è la testimonianza di come Reggie sia stato più di un campione, più di un MVP. L’ex ragazzino smilzo, fratello della grande Cheryl, è diventato negli anni il giocatore simbolo di una città intera.
