2018/19 NBA Season Review | Nba Passion
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2018/19 NBA Season Review

Leonard Lakers

2018/19 NBA Season Review

L’ormai tradizionale (ma pur sempre tardiva, a differenza della nostra versione virtuale) consegna degli NBA Awards ha mandato ufficialmente agli archivi la stagione 2018/19. Un emozionante viaggio iniziato (sul campo) il 16 ottobre. In quel periodo avevamo individuato 10 motivi per seguire con interesse l’imminente campionato (parlandone anche con Flavio Tranquillo negli studi di Sky Sport), con il proposito di riprenderli a giochi fatti. Ora quel momento è arrivato; nel nostro consueto Season Review cercheremo di stabilire se, rispetto alle attese della vigilia, questo 2018/19 ci abbia dato conferme, smentite, sorprese o delusioni.

 

1 – L.A. Bron

Per LeBron James, il 2018/19 era la prima stagione in maglia Lakers

Per LeBron James, il 2018/19 era la prima stagione in maglia Lakers

Il debutto di LeBron James con la maglia dei Los Angeles Lakers era indubbiamente la storia di copertina della stagione 2018/19. Non poteva essere altrimenti, vista la caratura del giocatore e il prestigio della squadra. Fin dall’annuncio, questo matrimonio aveva suscitato reazioni contrastanti: da una parte l’entusiasmo per un’operazione con pochi precedenti, in termini di marketing e impatto mediatico, dall’altra lo scetticismo dovuto all’apparente incompatibilità fra una superstar ‘obbligata’ a vincere subito e un gruppo la cui maturazione necessitava di tempistiche più lunghe. A giochi fatti, si può tranquillamente affermare che i dubbi non fossero del tutto infondati. Il 2018/19 dei Lakers è stato un disastro di epiche proporzioni: iniziato con proclami di rinascita, si è concluso di fatto dopo l’All-Star Game, con i playoff ormai irraggiungibili.

Un fallimento senza attenuanti e che non esime nessuno da colpe. Lo stesso LeBron è incappato nella peggior stagione in carriera. Non tanto per le cifre, sempre di tutto rispetto, bensì per l’inusuale incapacità di ergersi a esempio per i compagni. Alle prime, prevedibili difficoltà della squadra non ha esitato a ‘corteggiare’ apertamente Anthony Davis, dando il via al patetico ‘teatrino’ che ha definitivamente fatto naufragare la stagione, poi è stato il primo ad arrendersi sul campo; se il più grande di tutti omette la fase difensiva e mostra sprazzi di assoluta superficialità (emblematico il pallone perso scagliandolo sul retro del tabellone a Phoenix), è comprensibile che quei compagni che lui stesso aveva spinto per mettere sul mercato non siano disposti a sacrificarsi più di tanto.
Già, i compagni; i Lakers 2018/19 erano un curioso (e, ormai possiamo affermarlo, disfunzionale) mix tra veterani di mille battaglie e giovani di prospettiva. Secondo i piani, gli uni (Rajon Rondo, Lance Stephenson, JaVale McGee e Michael Beasley, a cui si è presto aggiunto Tyson Chandler) avrebbero dovuto aiutare gli altri (Lonzo Ball, Brandon Ingram, Kyle Kuzma e Josh Hart su tutti) a far fruttare al meglio il loro grande potenziale. Il progetto non ha funzionato alla perfezione; è vero, a dicembre i Lakers sembravano aver ingranato la giusta marcia ma, a conti fatti, nessuno tra i veterani si è rivelato indispensabile e nessuno tra i giovani ha dimostrato di poter diventare una stella. A tal riguardo, gli infortuni di fine stagione non hanno certo elevato la considerazione sui ragazzi; in due stagioni da professionista, Ball ha saltato ben 65 partite, mentre i problemi di trombosi al braccio patiti da Ingram destano non poche preoccupazioni.

Naturalmente, i primi responsabili dell’affondamento di una nave sono gli ufficiali. La dirigenza dei Lakers ha vagato nel caos assoluto; tra le dimissioni anticipate del presidente Magic Johnson, le accuse di slealtà rivolte al general manager Rob Pelinka, l’infinita saga per la nomina del sostituto di Luke Walton (prima di affidare la panchina alla coppia Frank VogelJason Kidd, si è stati a un passo dall’ingaggio di Tyronn Lue) e la totale incertezza su chi debba prendere le decisioni più importanti, la notte hollywoodiana non è mai apparsa così povera di stelle. A dare un deciso colpo di spugna a tutto ciò (o a tentare di farlo) è arrivata la clamorosa trade che ha aperto col botto la off-season. I Lakers sono finalmente arrivati ad Anthony Davis, la tanto attesa stella da affiancare a LeBron per non ‘sprecare’ gli ultimi anni della sua carriera. In cambio, hanno spedito ai New Orleans Pelicans Ball, Ingram, Hart e tre scelte future, tra cui la quarta assoluta del 2019 (poi girata ad Atlanta). In attesa di capire se basterà Davis per tornare in alto, oppure se ci vorranno altri innesti importanti, una cosa è certa: anche nella prossima stagione, i gialloviola saranno gli ‘osservati speciali’.

 

2 – Invincibili?

Kevin Durant e Klay Thompson, gravemente infortunati durante le Finals

Kevin Durant e Klay Thompson, gravemente infortunati durante le Finals

Quasi. L’ingaggio di DeMarcus Cousins, seppur infortunato, sembrava aver completato la costruzione dell’arma definitiva, la perfetta macchina da pallacanestro che avrebbe incenerito la concorrenza. In poche parole, il pronostico sui campioni NBA 2018/19 sembrava scontato. Appunto, sembrava…

In effetti, nella stagione appena trascorsa i Golden State Warriors si sono confermati la squadra da battere. Nonostante qualche ‘incidente di percorso’ (l’infortunio di Stephen Curry, la lite fra Kevin Durant e Draymond Green e alcuni periodi avari di risultati), la truppa di Steve Kerr ha chiuso la regular season con il miglior record della Western Conference. Strada facendo, ha trovato il tempo di rinfoltire la già impressionante collezione di record con cui ha marchiato a fuoco quest’epoca: se le 14 triple realizzate da Klay Thompson contro Chicago (29 ottobre) e i 51 punti segnati nel solo primo quarto contro Denver (15 gennaio) hanno battuto i precedenti primati, il fatto che tre diversi giocatori (Curry, Durant e Thompson) abbiano fatto registrare partite da 50 o più punti nella stessa stagione appaia gli Warriors ai Lakers di Jerry West, Elgin Baylor e Rudy LaRusso (stagione 1961/62; trovate l’intruso…).

Con l’inizio dei playoff sono emerse le prime difficoltà. Al primo turno è servito un Kevin Durant mostruoso (35 punti di media) per avere la meglio sugli agguerriti Los Angeles Clippers. In gara-2 Cousins, che solo a gennaio aveva indossato per la prima volta la nuova maglia, si è fermato di nuovo. Sarebbe rientrato alle Finals, ma ancora lontano dalla condizione ottimale. Nella serie successiva, contro Houston, l’eccessivo utilizzo del quintetto base faceva temere ulteriori guai fisici. Ed ecco KD, nel corso di gara-5, stringersi il polpaccio con espressione dolorante; stiramento, se ne sarebbe riparlato dopo una settimana. Le settimane sono poi diventate due, quindi tre, infine quattro. Nel frattempo, gli Warriors avevano nuovamente spedito a casa i Rockets e. con un ritrovato Steph Curry, si erano sbarazzati in quattro partite degli esausti Portland Trail Blazers, staccando il biglietto per le quinte NBA Finals consecutive (solo i Boston Celtics di Bill Russell, con 10 apparizioni filate, hanno fatto meglio).

Se la vittoria contro Houston sembrava aver definitivamente lanciato Golden State verso il ‘three-peat’, le condizioni in cui i campioni in carica si sono presentati alla sfida per il titolo hanno presto fatto sorgere grossi dubbi. I Toronto Raptors, usciti alla grande dalla selvaggia lotta per la conquista dell’Est, non erano certo l’avversario ideale da affrontare senza essere al cento per cento. Dopo la miracolosa vittoria di gara-2 (ottenuta grazie a un 20-0 di parziale nel terzo quarto), i forfait di Klay Thompson e Kevon Looney hanno mandato in fumo le residue speranze degli Warriors. Alla Oracle Arena, che si apprestava a chiudere definitivamente i battenti (da ottobre, gli Warriors si trasferiranno a San Francisco), Kawhi Leonard e compagni hanno dominato in lungo e in largo, mettendo una seria ipoteca sul Larry O’Brien Trophy. La matematica, però, diceva che la serie non era ancora finita. Si poteva ancora tentare un’ultima, clamorosa zampata, ma per farlo servivano i fenomeni. Ecco dunque i rientri di Durant e Thompson, la cui voglia di vincere e dedizione alla causa sono costate carissimo. Tendine d’Achille per il primo, legamento crociato per il secondo. Nonostante delle Finals eroiche, che hanno cementato la leggenda di una squadra irripetibile, il ‘three-peat’ se n’è andato. E forse, con esso, anche la Dinastia Warriors.

 

3 – Primi sfidanti

Paul George (a sinistra) e James Harden, tra i protagonisti di questo 2018/19

Paul George (a sinistra) e James Harden, tra i protagonisti di questo 2018/19

In fase di pronostici, Houston Rockets e Oklahoma City Thunder sembravano le rivali più accreditate dei Golden State Warriors per la supremazia a Ovest. I texani arrivavano da una finale di Conference persa in gara-7 e avevano mantenuto pressoché intatto il loro organico, rinnovando a peso d’oro Chris Paul e Clint Capela. I Thunder erano riusciti a convincere Paul George a rimanere nell’Oklahoma, smentendo così le insistenti voci che lo davano come ‘promesso sposo’ dei Los Angeles Lakers. Effettivamente, Houston e OKC hanno avuto un ruolo di primissimo piano, nel 2018/19. A giochi fatti, però, entrambe non possono che trarre un bilancio negativo da questa stagione.

Il percorso dei Rockets è stato a dir poco imprevedibile. Un inizio da incubo, con le sconfitte che si susseguivano e con il caso-Carmelo Anthony (messo fuori squadra dopo sei, mediocri partite) a tenere banco. Gli infortuni di Paul, Capela ed Eric Gordon sembravano la pietra tombale su una stagione disgraziata. Invece, Houston ha risalito lentamente la china. Merito degli azzeccati innesti di Austin Rivers e Kenneth Faried e del contributo di protagonisti inattesi come Danuel House, ma soprattutto delle devastanti prestazioni di James Harden. La striscia di 32 incontri consecutivi oltre quota 30 punti ha permesso agli uomini di Mike D’Antoni di restare a galla. Una volta svuotata l’infermeria, i Rockets sono tornati ai livelli della stagione precedente, consolidandosi come gli ‘anti-Warriors’ numero uno. Qualche scivolone nel finale di regular season è valso il quarto piazzamento finale, che si è tradotto in un prematuro scontro diretto con i bi-campioni in carica, al secondo turno playoff. Al momento della verità, Houston ha toppato, esattamente come nel 2018. Stavolta senza l’alibi degli infortuni che, anzi, hanno privato i loro avversari di tale Kevin Durant. Golden State si è dimostrata più solida, più determinata, più squadra, e ha chiuso la pratica in sei partite.

I Thunder hanno disputato una regular season eccellente. Fino all’All-Star Break erano una delle squadre più in forma della lega, viaggiando costantemente intorno al terzo posto a Ovest. A guidarli un Paul George stellare, candidato sia per l’MVP, sia per il premio di Defensive Player Of The Year, in quanto miglior esponente di una delle migliori difese NBA. Sorprendentemente, Russell Westbrook sembra aver lasciato più che volentieri il ruolo di go-to-guy a PG13, ma l’ex-MVP ha trovato comunque il modo di scrivere un’altra pagina di storia, chiudendo la terza regular season consecutiva in tripla-doppia di media. L’infortunio alla spalla patito da George a fine febbraio ha rappresentato una brusca e inattesa svolta: da marzo in poi, i Thunder sono crollati, rischiando addirittura di scendere fino all’ottavo posto. Un’accelerazione finale è valsa la testa di serie numero sei, ma i playoff sono finiti subito, per l’ennesima volta. I Portland Trail Blazers hanno approfittato delle precarie condizioni fisiche (anche Westbrook è uscito malconcio, con problemi a una caviglia) e di qualche scelta sbagliata degli avversari per rispedirli a casa, con l’aiuto di un leggendario Damian Lillard da 50 punti e tripla vincente nella decisiva gara-5.

Per le due franchigie, l’estate ruoterà attorno a un grosso interrogativo: mantenere inalterato il gruppo (con i contrattoni di Harden, Paul, Capela, Westbrook e George che di fatto riducono al minimo i margini di manovra), sperando che Golden State si indebolisca, o optare per qualche drastico cambiamento?

 

4 – E’ ancora l’anno di Minnesota?

Da sinistra, Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose

Da sinistra, Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose

Ancor prima che questo 2018/19 iniziasse, si era già capito che l’ascesa dei Minnesota Timberwolves avrebbe subito un brusco rallentamento. Nel 2017, con gli arrivi di Jimmy Butler e Tom Thibodeau, sembrava che i giovani lupi fossero pronti alla caccia grossa. Un anno più tardi, ecco invece una franchigia distrutta, incapace di dare sfogo all’indubbio potenziale. E’ vero, quei T’Wolves avevano finalmente interrotto un digiuno playoff che perdurava dal lontano 2004 ma, con Butler ai box per infortunio, il resto del gruppo aveva rischiato di mancare nuovamente l’obiettivo (raggiunto solamente all’overtime dell’ottantaduesima partita). E’ bastata una sola stagione per realizzare che l’agonismo e l’intensità di Butler e Thibodeau non erano condivisi dai ‘leader designati’ del gruppo, Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins. A settembre (con un tempismo decisamente rivedibile), Jimmy aveva chiesto la cessione, destabilizzando del tutto un ambiente già piuttosto fragile. Dopo qualche settimana da ‘separato in casa’, è stato finalmente spedito ai Philadelphia 76ers, in cambio di un pacchetto che includeva Robert Covington e Dario Saric. Nonostante l’impatto positivo dei nuovi innesti, la stagione di Minnesota era ormai compromessa. Il 6 gennaio, la proprietà ha dato il benservito a Thibodeau, affidando la panchina a Ryan Saunders. Da quel momento, per i Timberwolves si è riaperto l’eterno cantiere.
L’unica nota lieta di questo 2018/19 è stata la definitiva ‘rinascita’ di Derrick Rose dopo un interminabile calvario. Per il resto, c’è poco da essere ottimisti. Towns ha innalzato il suo gioco quando ormai l’obiettivo playoff era ampiamente fuori portata, mentre Wiggins ha confermato che la star emergente degli esordi non è mai emersa, e forse mai lo farà. Il monte salari intasato dai loro mega-contratti (oltre 27 milioni di dollari a testa nel 2019/20) e da quelli meno altisonanti, ma comunque lunghi e ricchi, di Covington e Gorgui Dieng, parla di una franchigia con poche prospettive di crescita, che rischia seriamente di rimanere nel limbo in cui è imprigionata fin dai tempi di Kevin Garnett.

 

5 – Game of Thrones

I Toronto Raptors di Kawhi Leonard sono campioni NBA 2018/19

I Toronto Raptors di Kawhi Leonard sono campioni NBA 2018/19

La partenza verso ovest di LeBron James aveva reso vacante il trono della Eastern Conference, su cui il Re sedeva indisturbato dal lontano 2011. Nella spietata lotta per la successione, secondo i pronostici, c’erano tre squadre che partivano con un leggero vantaggio: Boston CelticsPhiladelphia 76ersToronto Raptors. Alla fine della corsa, però, abbiamo trovato solo i canadesi, capaci di lasciare per strada l’unica, vera Regina dell’Est fino a quel momento: i Milwaukee Bucks.

Boston è incappata in un clamoroso ‘vuoto di sceneggiatura’. Dopo essere arrivata a gara-7 delle Conference Finals (persa contro King James e i suoi Cleveland Cavaliers) nonostante le assenze di Kyrie Irving e Gordon Hayward, il rientro delle due star faceva presagire che questo 2018/19 sarebbe stato l’anno buono per tornare a competere per l’anello. Invece, il loro reinserimento all’interno di un meccanismo ormai collaudato ha fatto saltare gli equilibri. Alcuni fra i principali protagonisti della stagione precedente (Jayson Tatum, Jaylen Brown e Terry Rozier) sono apparsi sottotono, Hayward (purtroppo ancora lontano dal pieno recupero) ha finito per togliere troppi minuti ai giovani talenti e Irving (straordinario sul campo, meno nelle pubbliche relazioni) non è riuscito a esercitare la leadership che cercava. In campo si è vista una squadra incostante, spesso distratta e dall’intensità incomparabile, rispetto a quella mostrata nel 2017/18. Arrivati ai playoff, la musica non è cambiata; dopo la facile vittoria contro i martoriati Indiana Pacers al primo turno, il confronto con Milwaukee si è rivelato impari. I primi scampoli di questa off-season, con il mancato arrivo di Anthony Davis e il quasi certo addio di Irving e di Al Horford, annunciano turbolenze in arrivo…

Philadelphia ha capito subito di non essere pronta. Dopo un avvio di stagione zoppicante ha deciso di sparigliare le carte in tavola, sacrificando Robert Covington e Dario Saric per arrivare a Jimmy Butler, in rotta con i Minnesota Timberwolves. Alla trade deadline si sono spinti ancora più in là, acquisendo Tobias Harris dai Los Angeles Clippers. Un’altra mossa con cui i Sixers hanno messo da parte il domani (tra le contropartite c’erano l’ottimo rookie Landry Shamet e una serie di scelte future) per puntare a vincere subito. L’obiettivo non è stato raggiunto, ma la strada intrapresa era indubbiamente quella giusta: cosa sarebbe successo qualora il tiro che ha deciso il secondo turno fosse uscito? Con il nuovo assetto, Phila ha raddrizzato la stagione. Ci è riuscita grazie ai nuovi innesti, ma soprattutto grazie a un Joel Embiid formato MVP e a un Ben Simmons nominato All-Star per la prima volta. Ai playoff sono emersi i limiti dei singoli (di natura tattica per Simmons, ancora nullo nel tiro dalla distanza, di natura fisica per uno stremato Embiid) e, più in generale, di un gruppo che non ha avuto il tempo di conoscersi. E chissà che quel tempo non sia già scaduto; le decisioni dei free-agent Butler (grande protagonista ai playoff) e Harris (meglio in regular season) e le scelte sugli eventuali rimpiazzi rappresenteranno uno snodo cruciale sulla strada che porta alla gloria.

A prescindere da dove sia finito il titolo, la stagione 2018/19 ha impresso indelebilmente il marchio dei Milwaukee Bucks. L’arrivo di Mike Budenholzer ha trasformato l’eterna incompiuta in una credibile contender. Il neo-eletto Coach Of The Year ha cucito su misura la squadra attorno alle doti uniche del neo-eletto MVP Giannis Antetokounmpo, più dominante che mai. Anche grazie all’eccellente annata di giocatori come Khris Middleton (che ha debuttato all’All-Star Game), Brook Lopez, Eric Bledsoe e Malcolm Brogdon, i Bucks hanno chiuso la regular season con il miglior record NBA. Alla prima corsa playoff da ‘big’, Miwaukee non si è fatta intimidire; prima ha distrutto i malcapitati Detroit Pistons, poi ha eliminato di prepotenza i Celtics, favoriti alla vigilia. Dopo le prime due gare della finale di Conference, tutto sembrava pronto per uno scontro con gli Warriors. Invece, Toronto ha ribaltato la serie con cattiveria e disperazione, doti che i giovani Bucks non potevano ancora avere. Come in casa Sixers, anche nel Wisconsin ci saranno decisioni delicate da prendere, in chiave free-agency. Qualora la dirigenza azzeccasse tali scelte, potremmo anche trovarci di fronte alla prossima dinastia.

In attesa di capire chi saranno i prossimi padroni della lega, sul trono dell’Est si è seduto Kawhi Leonard, nominato a furor di popolo‘The King Of The North’. Per averlo, i Toronto Raptors avevano giocato d’azzardo, sacrificando uno dei loro simboli (DeMar DeRozan) e affidandosi a un giocatore in scadenza di contratto e reduce da un lungo infortunio. Una scommessa rischiosa, ma vinta. L’arrivo di Leonard ha dato ai Raptors quello che, nell’era-LeBron, era sempre mancato: la sicurezza nei propri mezzi. Dopo un’ottima regular season, gli uomini di Nick Nurse hanno superato indenni la giungla dell’Est, raggiungendo un trionfo storico e insperato. Ci sono riusciti perchè, a differenza di tutti gli altri, sono riusciti a migliorare costantemente strada facendo. All’inizio dei playoff si è visto il Kawhi Leonard Show, culminato con il ‘colpo di teatro’ del game winner contro i Sixers; nella serie che ha portato il titolo NBA in Canada, però, si è vista in campo una grande squadra, capace di approfittare al meglio dei malconci Warriors. Su quel trono, ora, non c’è solo Leonard, MVP delle Finals per la seconda volta in carriera; ci sono anche Kyle Lowry, Pascal Siakam (premiato come Most Improved Player Of The Year), Serge Ibaka, Marc Gasol (arrivato a stagione in corso), Danny Green, Fred VanVleet, Norman Powell… Giocatori che, fino a qualche mese fa, non avremmo mai immaginato di trovare lì. All’improvviso, l’inverno è arrivato davvero; chi ci dice che debba finire subito?

 

6 – Eastern Conference: la terra delle opportunità

I Magic di Nikola Vucevic e i Nets di D'Angelo Russell sono tra le sorprese di questo 2018/19

I Magic di Nikola Vucevic e i Nets di D’Angelo Russell sono tra le sorprese di questo 2018/19

Nella Conference orientale, lo stravolgimento delle gerarchie non riguardava solamente le squadre di vertice; anche la corsa agli ultimi piazzamenti playoff sembrava destinata a regalare delle sorprese. In fase di pronostico, avevamo suddiviso le possibili candidate in due categorie: le squadre in declino e quelle in ascesa. Del primo gruppo facevano parte Detroit Pistons, Miami Heat, Charlotte Hornets e Cleveland Cavaliers, del secondo Brooklyn Nets, Orlando Magic, Chicago Bulls e New York Knicks. Sebbene oggi faccia quantomeno sorridere vedere i nomi di Cavs, Bulls e Knicks nella lista delle legittime pretendenti alla post-season, alla vigilia era più sorprendente immaginarsi queste franchigie inabissate sul fondo della Conference fin dalle prime battute. Le loro (presunte) ambizioni per il 2018/19 passavano da alcuni presupposti che, puntualmente, non si sono verificati.

Nel caso di New York, ad esempio, il rientro di Kristaps Porzingis avrebbe probabilmente cambiato le prospettive, scongiurando una stagione di tanking selvaggio che, in ogni caso, non sembra essere dispiaciuta più di tanto all’ambiente. Anche Chicago ha dovuto fare i conti con gli infortuni di giocatori importanti (su tutti Lauri Markkanen e Wendell Carter Jr.). Il pessimo inizio ha di fatto compromesso l’intera regular season, con il licenziamento di Fred Hoiberg (sostituito da Jim Boylen) e la crescita dei giovani rallentata dagli infortuni che rappresentano un brusco passo indietro in una ricostruzione che, per un attimo, era apparsa più breve del previsto. In quanto a Cleveland, beh… Per quanto grande possa essere LeBron James, non era automatico aspettarsi che la sua sola assenza (o forse è stata quella di Jeff Green?) potesse trasformare una finalista NBA in una squadra da lottery! Invece, senza il fenomeno di Akron sono emerse tutte le lacune di un’organizzazione che ha spesso vissuto ‘alla giornata’, confidando eccessivamente nelle capacità di un giocatore che difficilmente si rivedrà. Meglio è andata con le altre due ‘scommesse’ di questo 2018/19. Orlando e Brooklyn hanno disputato una stagione eccellente, tornando ai playoff dopo (rispettivamente) sette e quattro anni di assenza. Se per i Magic si tratta forse di un successo estemporaneo (con Nikola Vucevic e Terrence Ross in scadenza di contratto, un nucleo giovane ancora troppo acerbo potrebbe non bastare, per riconfermarsi), i Nets hanno messo la ciliegina sulla torta al grande progetto di ricostruzione targato Sean Marks (general manager) – Kenny Atkinson (allenatore). Un gruppo giovane ma solido, con prospettive di crescita e spazio salariale che rendono Brooklyn una meta alquanto appetibile per i grandi free-agent. Dopo anni di buio totale, la luce dei Nets potrebbe presto abbagliare chiunque.

Detto di Cleveland, le altre squadre del nostro raggruppamento iniziale hanno confermato la loro fase calante. Detroit si è qualificata per i playoff, ma lo 0-4 (ancor più netto per le modalità, che per il risultato in sé) con cui Milwaukee l’ha asfaltata al primo turno lascia pochi dubbi sulle reali possibilità degli uomini di Dwane Casey. Una franchigia con poche prospettive e dai margini di manovra pressoché azzerati da un salay cap al collasso; in pratica, la stessa situazione di Charlotte e Miami, che invece hanno guardato i playoff in televisione. Per entrambe, le principali note liete di questo 2018/19 sono state le ottime prestazioni del giocatore di punta (con le dovute proporzioni). Il problema, semmai, è rappresentato da chi fosse questo giocatore; Kemba Walker è un All-Star in scadenza di contratto, che potrebbe lasciare gli Hornets a scavare tra le macerie, mentre Dwyane Wade, 37 anni, aveva dichiarato da tempo l’intenzione di appendere le scarpe al chiodo al termine della stagione. Non proprio una situazione rosea, vero?

 

7 – Diventerai un All-Star

Nikola Jokic e Ben Simmons, per la prima volta All-Star nel 2018/19

Nikola Jokic e Ben Simmons, per la prima volta All-Star nel 2018/19

La possibile nascita di nuove stelle è sempre un valido motivo per seguire con curiosità una stagione NBA. Anche questo 2018/19, in tal senso, non ha deluso le aspettative. E’ stato l’anno dell’attesa esplosione di D’Angelo Russell e di quella molto meno attesa di Pascal Siakam. Il primo ha trascinato i Brooklyn Nets ai playoff e si è guadagnato il primo All-Star Game in carriera, il secondo è stato uno dei principali protagonisti dell’incredibile titolo dei Toronto Raptors ed è stato nominato Most Improved Player Of The Year. Per lui, con ogni probabilità, l’appuntamento con la Partita delle Stelle è solo rimandato. A proposito di All-Star, la convocazione di Ben Simmons (che forse avrebbe meritato anche nel 2018) ha semplicemente messo nero su bianco l’ingresso dell’australiano nell’élite NBA. Se i costanti problemi nel tiro dalla distanza rappresentano ancora un indubbio limite, il resto del repertorio fa intendere che ci troviamo di fronte a qualcosa di davvero speciale. Che dire poi di Nikola Jokic? per il centro serbo, questo 2018/19 non è stato solo il primo anno da stella, è stato un anno da candidato MVP.

Khris Middleton e Nikola Vucevic, altri debuttanti All-Star, non sono proprio degli ‘astri nascenti’, visto che hanno ormai terminato il sesto e settimo anno nella lega, ma i loro exploit si sono rivelati determinanti per l’ottima stagione di Milwaukee Bucks e Orlando Magic. E poi, fattore da non sottovalutare, garantiranno ai due un bel contrattone in questa off-season. A proposito di contrattoni e di salti di qualità, è doveroso sottolineare il 2018/19 di Tobias Harris, prima grande protagonista in maglia Los Angeles Clippers, poi rinforzo di lusso (ma calato ai playoff) per i Philadelphia 76ers. Non sarà Kevin Durant o Kawhi Leonard, ma non c’è dubbio sul fatto che la sua decisione sarà tra le più attese dell’estate. Niente All-Star Game, e nemmeno playoff per Zach LaVine, ma la guardia da UCLA ha rischiarato la tetra stagione dei Chicago Bulls, trasformandosi in un realizzatore sempre più affidabile; chissà che, quando arriveranno i risultati, non sia davvero lui il protagonista della rinascita…

Ci sono poi quegli atleti da cui ci si aspettava un netto passo avanti ma che, per un motivo o per un altro, non sono ancora riusciti a spiccare il volo. Restando in casa Bulls, per un LaVine in grande spolvero ci sono state le delusioni Kris Dunn e Jabari Parker. Il primo doveva essere la point guard del futuro, il motore di una squadra pronta a stupire. Dopo due stagioni nella ‘Windy City’, quel futuro sembra ancora lontanissimo. Tanto che i Bulls, al draft 2019, hanno puntato su un nuovo playmaker, Coby White. Parker avrebbe potuto rinascere nella natia Chicago, invece è addirittura finito fuori squadra dopo una serie di contrasti con coach Boylen. Inevitabile, dunque, la sua cessione. Nonostante un discreto finale di regular season a Washington, gli Wizards hanno deciso di non esercitare l’opzione sull’ultimo anno di contratto. Una mossa che sa tanto di sentenza definitiva, per l’ex stella di Duke. Prima di Parker, nel 2014, era stato scelto Andrew Wiggins, attesissimo prospetto da Kansas. La crescita del canadese si è bruscamente interrotta nel 2017, quando i Minnesota Timberwolves gli hanno affiancato Jimmy Butler. Un mediocre 2018/19 ha confermato che la sua fase di stallo non è ancora terminata. Visto il particolare momento vissuto dalla squadra, la giovane età del giocatore e il suo cospicuo stipendio (che gli ha provocato persino dei fischi, al Target Center), forse sarebbe meglio per tutti se la carriera di Wiggins continuasse altrove.

Dopo i promossi e i bocciati, tocca ai rimandati, gruppo in cui spiccano Myles Turner, Aaron Gordon e Tim Hardaway Jr.. Quest’ultimo è un caso da isolare: con la maglia dei New York Knicks ha messo insieme cifre più che discrete (19.1 punti di media in 32.6 minuti) ma l’entità del suo contratto (18 milioni a stagione, con player option per il 2020/21) ha reso indispensabile, per una franchigia smaniosa di liberare spazio salariale, la sua cessione. La ricerca della dimensione ideale prosegue ora a Dallas; il suo talento offensivo potrebbe fare estremamente comodo ai Mavericks, in attesa che si perfezioni il ‘rodaggio’ della coppia Doncic – Porzingis. Indiana Pacers e Orlando Magic hanno vissuto un 2018/19 sorprendente, ma i meriti di Turner e Gordon sono stati decisamente inferiori a quanto previsto. II loro innegabile potenziale si è visto, ma solo a sprazzi. Per capitalizzare al meglio il loro talento ed entrare nel ristretto novero delle stelle NBA, manca ancora la costanza. Magari sarà il prossimo, l’anno buono…

 

8 – Avanti il prossimo

Luka Doncic e Trae Young, i migliori rookie del 2018/19

Luka Doncic e Trae Young, i migliori rookie del 2018/19

Per una volta, il draft è sembrato una scienza esatta. A differenza degli anni scorsi, le prime cinque scelte dell’edizione 2018 hanno rispettato appieno le attese, iniziando alla grande la loro avventura NBA. Luka Doncic e Trae Young, principali candidati al premio di Rookie Of The Year (poi vinto dallo sloveno), si sono presi le copertine per essersi imposti come potenziali uomini-franchigia di Dallas Mavericks e Atlanta Hawks. La scelta compiuta da Atlanta in sede di draft (cedere Luka ai Mavs in cambio di Young e di una scelta 2019, poi tramutatasi in Cameron Reddish), inizialmente criticata da più parti, appare oggi come una mossa vincente, in grado di portare benefici (nell’immediato ai texani, più in prospettiva agli Hawks) a entrambe le franchigie.
Se i due sopracitati hanno disputato una stagione da rookie stellare, il 2018/19 di DeAndre Ayton, Marvin Bagley e Jaren Jackson si può definire più che positivo. I tre si sono rivelati innesti molto preziosi per i frontcourt di Suns, Kings e Grizzlies. Se per Phoenix e Memphis gli arrivi di questi giovani talenti hanno rappresentato mattoncini importanti per una ricostruzione ancora lunga, a Sacramento Bagley ha trovato una squadra in rampa di lancio, in grado di fare la voce grossa in chiave playoff per gran parte della regular season. L’atletismo e la versatilità del lungo da Duke lo hanno reso un’aggiunta perfetta a un roster giovane e dinamico come quello dei californiani.

Per le altre top picks, l’impatto con la lega è stato (fisiologicamente) più complicato. Mohamed Bamba ha trovato pochissimo spazio in una versione imprevedibilmente competitiva degli Orlando Magic, Wendell Carter Jr. ha interrotto anzitempo la sua prima stagione per via di un infortunio, Collin Sexton e Kevin Knox hanno mostrato solo sprazzi di talento, nel ‘nulla cosmico’ del 2018/19 di Cleveland Cavaliers e New York Knicks. Restando a Manhattan, da segnalare l’interessante esordio di Mitchell Robinson, centro ‘vecchio stampo’ pescato dai Knicks al secondo giro, e di Allonzo Trier, per il quale nessuno aveva voluto spendere una scelta lo scorso giugno.
Tra le franchigie a trarre maggiori benefici dal draft 2018 ci sono senza dubbio i Los Angeles Clippers, che negli ultimi playoff hanno schierato in quintetto sia Shai Gilgeous-Alexander che Landry Shamet (arrivato da Philadelphia nella trade per Tobias Harris). I due ventenni si sono dimostrati ampiamente all’altezza della situazione, contribuendo a dare alla squadra prospettive di crescita forse inimmaginabili, fino a pochi mesi fa. Degni di nota anche i debutti di Josh Okogie (Minnesota), Kevin Huerter (Atlanta), Rodions Kurucs (Brooklyn) e Moritz Wagner, che ha portato un briciolo di entusiasmo nel patetico finale di stagione dei Lakers (i quali ora saranno costretti a cederlo, per liberare spazio salariale).

Anche nel 2018/19 quindi, la NBA si è arricchita di nuovi protagonisti, che presto o tardi potrebbero scrivere la storia della lega. E per la stagione che verrà, l’attesa sarà ancora maggiore, visto che inizierà ufficialmente l’era di Zion Williamson...

 

9 – The real MVP

Giannis Antetokounmpo, eletto MVP della stagione 2018/19

Giannis Antetokounmpo, eletto MVP della stagione 2018/19

Al di là della retorica e fermo restando che si tratti di un premio individuale all’interno di un contesto in cui a vincere (o perdere) è la squadra, la corsa all’MVP è sempre uno dei motivi di interesse verso una stagione NBA. L’assegnazione della statuetta contribuisce a ricordare in eterno quel giocatore che, più di ogni altro, ha avuto un impatto determinante nell’arco della regular season. La scelta della lega (dettata da esigenze televisive) di annunciare i premi a playoff conclusi cambia inevitabilmente la percezione dei trofei stessi, per i quali si è votato due mesi e mezzo prima. Agli osservatori meno attenti sembrerà ridicolo non vedere il nome di Kawhi Leonard, fresco campione NBA e Finals MVP, nel novero dei pretendenti al Maurice Podoloff Trophy. Eppure, ‘The King Of The North’ si è volutamente preservato da ottobre ad aprile, per arrivare pronto (anzi, prontissimo) alla fase in cui si assegnava il titolo. Seguendo lo stesso ragionamento e considerando che erano compagni, era difficile immaginare Kevin Durant e Stephen Curry come possibili vincitori. Toronto e Golden State hanno avuto le spalle abbastanza larghe per arrivare fino in fondo anche senza dover chiedere gli straordinari alle loro superstar.

Per Milwaukee e Houston, invece, era indispensabile una stagione da MVP da parte di Giannis Antetokounmpo e James Harden. ‘The Greek Freak’ ha vinto il trofeo (aggiungendo un memorabile capitolo alla sua straordinaria vicenda umana) perchè i Bucks, guidati da lui e pensati per lui, hanno dominato la Eastern Conference per tutta la durata della regular season, mettendo agli archivi il miglior record stagionale. Il Barba, dal canto suo, si è caricato sulle spalle i Rockets a suon di prestazioni incredibili. Soprattutto grazie ai suoi 36.1 punti di media e alle sue fiammate di pura onnipotenza, la squadra di Mike D’Antoni ha raddrizzato un 2018/19 che, a dicembre, sembrava già un fallimento.
Decisamente più staccati, ma comunque degni di menzione nella corsa per l’MVP, troviamo Paul George, straordinario all-around player in maglia Thunder, Joel Embiid dei Sixers e Nikola Jokic, leader tecnico dei sorprendenti Denver Nuggets.
Tra i favoriti della vigilia avevamo menzionato Kyrie Irving, Anthony Davis e, ovviamente, LeBron James. I tre, che nel giro di qualche settimana potrebbero riunirsi in maglia gialloviola, non hanno disputato una brutta stagione, a livello individuale (le loro cifre sono generalmente in lievissimo calo), ma le situazioni paradossali vissute (anche per colpa loro) dalle rispettive squadre hanno reso questo 2018/19 un netto passo falso sul cammino delle loro carriere.

 

10 – Italians

Danilo Gallinari (a sinistra) e Marco Belinelli

Danilo Gallinari (a sinistra) e Marco Belinelli

Per gli italiani in NBA, questo 2018/19 rappresentava la stagione dei ritorni. Ritorno a San Antonio per Marco Belinelli, ritorno in campo (dopo l’ennesimo infortunio) per Danilo Gallinari.
Il Beli, come ci ha raccontato in una recente intervista, ha trovato degli Spurs piuttosto diversi da quelli che aveva lasciato nel 2015. Senza Tim Duncan, Manu Ginobili, Tony Parker e Kawhi Leonard, di quell’immortale dinastia sono rimasti solo gli architetti, ovvero coach Gregg Popovich e il general manager R.C. Buford. Per la franchigia texana è stata una stagione di transizione; nonostante gli infortuni patiti dai giovani di riferimento (Dejounte Murray non ha mai messo piede in campo, Derrick White ha saltato il primo mese e Lonnie Walker, diciottesima scelta al draft 2018, ha debuttato a gennaio), la squadra ha centrato la ventiduesima qualificazione consecutiva ai playoff. Un traguardo tutt’altro che scontato, vista un’incostanza di risultati culminata con il pessimo ‘rodeo trip’ di febbraio (una sola vitoria in otto partite). il viaggio in post-season è durato pochissimo; i Denver Nuggets si sono dimostrati più pronti atleticamente e mentalmente, rispedendo a casa i nero-argento nella gara-7 che ha deciso il primo turno. Rispetto all’ottima parentesi in maglia Sixers, per Marco il 2018/19 ha visto un calo sia in termini realizzativi, sia di minutaggio (10.5 punti in 23 minuti di media, contro i 13.6 in 26.3 minuti nelle 28 gare con Philadelphia), ma lo ha confermato come l’affidabile veterano in uscita dalla panchina che Popovich ha fortemente rivoluto a San Antonio.

Il Gallo ha vissuto la miglior stagione in carriera. Non solo per i 19.8 punti di media (record personale) o per la ritrovata condizione fisica (non raggiungeva le 69 presenze dalla stagione 2012/13), ma soprattutto per essersi imposto come uno dei leader di una squadra competitiva. Per gli splendidi Los Angeles Clippers di questo 2018/19, Danilo è stato un irrinunciabile punto di riferimento, sopratutto in fase offensiva. Le sue eccellenti prestazioni, unite a quelle del Sixth Man Of The Year Lou Williams e del sorprendente Montrezl Harrell, hanno permesso a Doc Rivers di rinunciare a Tobias Harris (che a inizio stagione viaggiava a ritmi da All-Star) e riuscire comunque a portare i Cippers ai playoff. Anche grazie a lui, ora la franchigia di Steve Ballmer è pronta a spiccare quel balzo che non era riuscito nemmeno ai tempi di ‘Lob City’. Dovessero arrivare i grossi nomi di cui si parla (le voci più insistenti riguardano Kawhi Leonard), probabilmente Gallinari (il cui contratto da oltre 22,6 milioni di dollari scadrà nel 2020) sarà ceduto. A malincuore, visto lo status che il nostro connazionale si è guadagnato quest’anno.

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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