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Three Points – He Got (no more) Game

di Stefano Belli

Dopo un inizio con il botto, segnato dalla clamorosa sconfitta dei Golden State Warriors, dalla consegna degli anelli ai Cleveland Cavaliers e dai 50 punti di Anthony Davis, la stagione NBA 2016/17 è entrata nel vivo, dando già importanti indicazioni. Andiamo ad analizzare tre punti degni di nota della settimana appena trascorsa.

 

1 – He Got (no more) Game

'He Got Game' Ray Allen con tutte le maglie indossate in carriera

‘He Got Game’ Ray Allen con tutte le maglie indossate in carriera

Dato anche il titolo di questa rubrica, non si poteva che iniziare con l’annuncio del ritiro del ‘Signore delle Triple’, Mr. Ray Allen. Dopo due anni di inattività, la notizia non è stata certo un fulmine a ciel sereno, ma la (bellissima) lettera diffusa tramite il blog The Players’ Tribune ha dato la definitiva ufficialità. Viene dunque scritta la parola “Fine” alla carriera di un vero e proprio artista del parquet.

‘Candyman’ ha scritto pagine indelebili della storia della pallacanestro, non certo per puro caso. La lieve forma di disturbo ossessivo-compulsivo da cui è affetto lo ha portato, nel corso degli anni, a curare minuziosamente ogni singolo dettaglio, a perfezionare i movimenti che lo hanno reso il miglior tiratore di sempre in NBA. Certo, prima o poi, i vari Stephen Curry e Klay Thompson supereranno il suo record all-time di triple realizzate (2973), anche perché i tempi stanno rapidamente cambiando. Sono stati però Ray Allen e Reggie Miller a far capire agli allenatori NBA che con il tiro da tre si potevano vincere le partite. Ne sa qualcosa Doc Rivers, ideatore di formidabili schemi disegnati su misura per il cecchino da Merced, California, ai tempi di Boston.

Una dote forse sottovalutata di Allen è stata l’estrema adattabilità. Dopo un’infanzia passata a girovagare per il mondo al seguito del padre militare, il ragazzo diventò una star liceale a Dalzell, South Carolina. Proprio come Jesus Shuttlesworth, indimenticabile protagonista del film He Got Game di Spike Lee, di cui Ray fu co-protagonista insieme a Denzel Washington (se posso permettermi una grossolana critica cinematografica, il film non è poi ‘sto capolavoro; gli attori, invece, sono assolutamente perfetti).

Scelto dai Minnesota Timberwolves – dopo tre anni a UConn – con la quinta chiamata al mitico draft del 1996 (quello di Kobe, Iverson e Nash) e immediatamente scambiato con Milwaukee per Stephon Marbury, ai Bucks Allen divenne subito protagonista. Insieme a ‘Big Dog’ Glenn Robinson e Sam ‘I Am’ Cassell riportò in alto una franchigia in disgrazia da decenni, guidandola addirittura alle finali di Conference nel 2001 (perse contro i Philadelphia 76ers).
Il Ray Allen di Milwaukee era un atleta fuori dal comune. Se ciò vi dovesse suonare strano, andate a recuperare qualche filmato su Internet; alla terza schiacciata sulla testa di giocatori decisamente più grossi di lui, tornerete a leggere questo articolo con una maggiore fiducia nei confronti dell’autore.
Anche ai Seattle SuperSonics, franchigia a cui approdò nel 2003, ‘Candyman’ era la stella assoluta della squadra, con il solo Rashard Lewis a poterne condividere (in parte) lo status. Inutile specificare che l’arrivo del numero 34 coincise con l’ultima versione rispettabile dei Sonics i quali, dopo il suo addio, si avviarono verso un malinconico (e controverso) tramonto.

Non era così scontato, dunque, che i favolosi Boston Celtics assemblati nell’estate del 2007 sarebbero stati pronti a conquistare il mondo. Invece, sia Allen che Kevin Garnett (che nei primi anni 2000 era LA superstar NBA per eccellenza) misero da parte i loro ego, mettendosi completamente al servizio della squadra e di coach Rivers.
La ‘cattiveria’ e la determinazione di quella squadra, in cui spiccavano anche Paul Pierce e il giovane Rajon Rondo, fecero sì che l’esperimento dei ‘Big Three +1’ si rivelasse un trionfo. Sconfiggendo i Los Angeles Lakers, rivali di sempre, nelle NBA Finals 2008, i Celtics portarono a casa il diciassettesimo titolo della loro storia, il primo in carriera per ‘He Got Game’.
La coesistenza tra le quattro stelle, però, non era destinata a durare in eterno. Dopo cinque stagioni ad altissimi livelli, ormai relegato ad un ruolo di sesto uomo che cominciava a stargli stretto, Allen decise di salutare per sempre i Celtics, ormai troppo ‘vecchi’ per poter ambire a nuovi trionfi.

Restava un ultimo, leggendario capitolo da scrivere prima di appendere la penna (anzi, il pennello) al chiodo. Passato, nel corso degli anni, da alpha dog a micidiale specialista, Ray Allen accettò una parte da ‘gregario di lusso’ nei Miami Heat del trio LeBron James-Dwyane Wade-Chris Bosh, campioni NBA in carica.
Attribuire il merito del repeat, centrato da King James e soci nel 2013, solamente al miracolo del numero 34 sarebbe estremamente ingiusto nei confronti di una super squadra, guidata da un allenatore estremamente sottovalutato come Erik Spoelstra. Di certo, però, sul banner con scritto “2013 NBA Champions” appeso al soffitto della American Airlines Arena, nella scintillante Downtown Miami, il nome RAY ALLEN occupa un posto di assoluto rilievo.
D’altronde, quella indimenticabile gara-6 era praticamente finita; anche gli inservienti stavano preparando il nastro giallo che avrebbe fatto da cornice all’incoronazione dei San Antonio Spurs. Quello che successe in quegli ultimi secondi è impresso indelebilmente nei ricordi di tutti: errore di James, rimbalzo di Bosh, incredibile tripla in arretramento di Ray Allen e, per quanto mi riguarda, balzo felino dal divano. Overtime, poi gara-7 e titolo agli Heat.
Dopo la rivincita dell’anno successivo, vinta dagli inarrivabili Spurs del ‘Beautiful Game’, l’ex Jesus Shuttlesworth si prese una pausa che, come abbiamo da poco scoperto, si rivelerà definitiva.

Difficile trovare le parole giuste per descrivere un fuoriclasse così, unico nel suo genere. Probabilmente, l’espressione migliore è quella con cui amava descriversi il leggendario wrestler Bret ‘The Hitman’ Hart: “The Excellence Of Execution”… Thank you, Ray.

 

2 – Once brothers

Russell Westbrook in lunetta, sotto lo sguardo di Kevin Durant

Russell Westbrook in lunetta, sotto lo sguardo di Kevin Durant

La data di giovedì 3 novembre era cerchiata in rosso su parecchi calendari. Per la prima volta, Kevin Durant si è trovato di fronte i suoi cari, vecchi Oklahoma City Thunder, guidati dall’ex ‘fratello’ Russell Westbrook.

Anche se i veri fuochi d’artificio arriveranno quando KD farà ritorno, da avversario, alla Chesapeake Energy Arena, quella di Oakland non poteva essere una partita come le altre. La traumatica interruzione dei rapporti tra le due stelle (a quanto sembra, Westbrook fu informato soltanto via messaggio della scelta di Durant di firmare con i Golden State Warriors) dopo il ‘tradimento’ del numero 35 ha caricato questa sfida di una smisurata tensione. Dentro e fuori dal campo, i due fenomeni hanno reagito in maniere alquanto diverse.

Il numero 0 è sembrato fin troppo coinvolto emotivamente. Prima la pettorina da fotografo con cui si è presentato all’arena (presunto sfottò alle velleità fotografiche dell’ex compagno), poi il mancato saluto pre-partita, infine la classica furia agonistica sul parquet, sfociata però in 6 palle perse e in una prestazione non all’altezza delle precedenti.
Dall’altra parte, Durant ha risposto da autentico fuoriclasse (quale indubbiamente è, a discapito delle ben poco autorevoli opinioni dei cosiddetti haters). Pur trasmettendo un certo qual trasporto (evidenziato dal battibecco con Enes Kanter e dal sorriso dopo la stoppata inflittagli da Russ), KD35 si è letteralmente abbattuto sui Thunder, distruggendoli con 39 punti. Triple a ripetizione (7, eguagliato il record personale), schiacciate devastanti e la faccia delle grandi occasioni; come a voler ricordare ai tifosi di OKC quello che hanno perso.

Confronto diretto a parte, sia Westbrook che Durant hanno iniziato in maniera fragorosa questa nuova stagione. Non sarebbe poi così sorprendente ritrovare quei due, una volta ‘fratelli’, a contendersi il titolo di MVP.
Il playmaker dei Thunder sta riscrivendo a suon di triple-doppie la storia della NBA. Ben due nelle prime tre partite, di cui una da 51 punti, 13 rimbalzi e 10 assist contro i Phoenix Suns (roba da scomodare un certo Kareem Abdul-Jabbar, ultimo giocatore a realizzare una tripla-doppia con 50 o più punti nel lontano 1975). Grazie alle sue prestazioni, OKC ha vinto le prime quattro gare stagionali, fermandosi solamente contro i ‘nuovi amici’ di KD. Con un trascinatore del genere, un supporting cast alquanto sottovalutato e la ‘scoppola’ subita la scorsa notte a dare ulteriori motivazioni, guai a dare per morti gli uomini di Billy Donovan prima del dovuto…

Durant, dal canto suo, ha già preso in mano le redini dei Warriors. Anche nella opening night, malgrado la batosta subita per mano dei San Antonio Spurs, la stella di KD35 è stata la più brillante della galassia-Warriors. Il suo inizio di regular season recita, alla voce punti: 27, 30, 37, 20, 39. Niente male, per un giocatore che dovrebbe essere penalizzato dall’ingombrante presenza degli ‘Splash Brothers’. KD ha messo in mostra tutto il suo terrificante repertorio offensivo, che lo rende uno degli attaccanti più immarcabili di ogni epoca. Soprattutto, sembra che giochi per Steve Kerr da sempre, altro fattore abbastanza impronosticabile a giochi fermi. La superba prestazione contro la sua ex-squadra è semplicemente il coronamento di un’inarrestabile ascesa.
Lecito aspettarsi che, prima o poi, Stephen Curry torni a reclamare il ruolo di lìder maximo; d’altro canto, però, sia il due volte MVP che il ‘gemello’ Klay Thompson hanno più volte dichiarato come fare posto a Durant non possa essere altro che un piacere… Sarà così fino a giugno?

 

3 – Giù al Nord

DeMar DeRozan

DeMar DeRozan

In una Eastern Conference già dominata, come da pronostico, dai Cleveland Cavaliers, è certamente degno di nota l’inizio di stagione dei Toronto Raptors. Gli uomini di coach Dwane Casey puntano a riconfermarsi come principale minaccia per LeBron James e compagni nella corsa al trono dell’Est. Se è vero che quest’anno la concorrenza sarà molto agguerrita (anche Chicago Bulls e Boston Celtics sono partite bene, mentre non si può affermare lo stesso per quanto riguarda Indiana Pacers e New York Knicks), è altrettanto vero che i risultati continuano ad arrivare. Dopo aver superato i Detroit Pistons all’esordio e perso proprio contro i Cavs, i canadesi hanno infilato due convincenti vittorie contro Denver Nuggets e Washington Wizards.

A fare la differenza, finora, è stato lo straordinario avvio di DeMar DeRozan. Nelle prime quattro partite stagionali, il nativo di Compton (Los Angeles) ha chiuso, rispettivamente, con 40, 32, 33 e 40 punti. A parte le curiose statistiche (solo Michael Jordan, Kobe Bryant e Kevin Durant ne avevano messi almeno 30 nelle prime quattro gare), il californiano sconfinato in Ontario è cresciuto esponenzialmente nelle ultime stagioni. Partito con la scomoda etichetta di “giocatore buono solo al playground”, DeRozan è ormai una delle 4-5 migliori guardie dell’intera NBA. Se ne è accorto anche Mike Krzyzewski, che lo ha voluto nel suo Team USA sia ai Mondiali di Spagna nel 2014, che alle Olimpiadi di Rio (entrambe le manifestazioni concluse con la medaglia d’oro al collo). Il suo jumper dalla media distanza e le sue penetrazioni aggressive sono un’arma difficilmente contenibile dalle difese avversarie.
Dovesse trovare una costanza di rendimento anche nelle partite decisive (cosa che è spesso mancata anche al suo compagno di backcourt Kyle Lowry), questi Raptors diventerebbero dei clienti alquanto scomodi, persino per i campioni in carica.

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