C’è un momento, parlando con Mauro Bevacqua, in cui ci si rende conto che il gioco non è mai solo il gioco. È cultura, è narrazione, è uno specchio delle trasformazioni del tempo. E, soprattutto, è una passione che si rinnova di stagione in stagione, senza perdere mai la sua urgenza. Bevacqua, voce autorevole, penna raffinata, osservatore attento del basket internazionale, è uno di quelli che sanno raccontare il movimento senza inseguire la cronaca. Piuttosto, la illumina. La decodifica. La interroga.
Lo abbiamo sentito in un momento particolarmente denso per il basket e per Sky Sport: un’Eurolega che cambia pelle tra espansioni, nuovi assetti economici e un nuovo contratto con Sky Sport; club italiani in cerca di continuità e identità e un dialogo sempre più sfumato, ma inevitabile, con l’universo NBA. La sensazione è che si stia scrivendo una nuova stagione, non solo sportiva ma anche narrativa. E chi meglio di lui per aiutarci a leggerla?
Ne è uscita una conversazione sincera, in cui il commento si mescola all’analisi e l’opinione diventa racconto. D’altronde, parlare di pallacanestro oggi significa parlare anche di come vogliamo che venga raccontata domani.
Perché il basket, prima ancora che gioia da vivere, è racconto.
Come valuti il livello tecnico dell’Eurolega in questa stagione rispetto agli anni passati?
“Il livello è sempre eccellente, secondo me. Non amo la contrapposizione che spesso si fa tra la pallacanestro dell’Eurolega, considerata quella tecnica e in cui si vedono i veri fondamentali, e un’NBA in cui invece c’è atletismo, meno tattica e meno fondamentali. Non mi piace questo tipo di contrapposizione, perché credo che il livello sia eccellente da entrambi i lati dell’oceano. Poi c’è la componente atletica che forse è più sviluppata in America, dove si concentra anche maggior talento assoluto, visto che quasi tutti i migliori giocatori d’Europa vanno a giocare negli Stati Uniti. Non per niente oggi si guarda all’NBA come al campionato più importante al mondo, ma questo non toglie assolutamente niente al livello dell’Eurolega, che attinge a un patrimonio di tradizioni e di scuole di pallacanestro nazionali o regionali che rendono il basket europeo assolutamente unico”.
Secondo te, quanto pesa ancora oggi il fattore campo in Eurolega, soprattutto nei playoff?
“Senz’altro pesa, determinati campi sono dei fortini quasi inespugnabili. Se pensiamo a Belgrado o Atene, sono tantissime le città che fanno del fattore campo un valore, cosa che sicuramente è a prescindere. A volte si verificano delle degenerazioni, lo si è visto anche recentemente nella finale del campionato greco, ma questo è un altro discorso. Io credo che il fattore campo in Europa sia molto più importante rispetto agli Stati Uniti, dove invece è forse più semplice poter pensare di andare a vincere in trasferta. Certi palazzi, certi ambienti, a livello europeo sono sicuramente un valore aggiunto”.
Cosa ne pensi del nuovo formato e delle rivoluzioni della lega quali l’aumento delle squadre e la questione del salary cap?
“Ci si sta avvicinando a un modello che allunga la competizione e la fa somigliare sempre di più al format americano. Io parlo soprattutto del calendario. È uno sforzo notevole per le squadre che vogliono competere e arrivare in fondo. Questo lo si vede anche nella mancata qualificazione alle Final Four delle nostre due rappresentanti, Milano e Bologna, che forse non possono permettersi roster abbastanza profondi e di qualità per poter competere con altre realtà. Se si giocano 60 o 70 partite in un anno, bisogna avere dalla propria parte il personale giusto. Non ci si può permettere che questo personale scenda sotto un certo livello tecnico. Non dico che bisogna avere quasi due squadre, ma ci andiamo vicini”.
Cosa manca alle italiane per tornare stabilmente tra le Final Four?
“Bella domanda. Posso dirti che ricordo quando portavamo alle Final Four di Eurolega non solo una squadra, ma anche più di una. Forse la differenza più grande rispetto all’epoca sta nella possibilità di investire, se si pensa alla Benetton dei tempi d’oro, quando a Treviso c’era un certo tipo di cultura sportiva, o alla stessa Bologna, due club che disponevano di grandi disponibilità economiche. Forse è poco poetico dirlo, ma per arrivare ad altissimi livelli e a grandi strutture servono i soldi. Certo, non bastano, perché i soldi si possono anche sprecare, buttare, investire male. Poi c’è tutto un discorso, ovviamente, di fortuna o sfortuna. Ricordiamoci sempre che vince una sola squadra. Si può aver fatto tutto bene, ma per svariati episodi si può non arrivare fino in fondo. Se penso al momento in cui la pallacanestro italiana portava squadre alle Final Four, c’erano capitali probabilmente diversi. Oggi Milano è un po’ un’eccezione, ma fa capo a un gruppo, quello Armani, che genera una situazione un po’ particolare. Bologna, invece, già per l’anno prossimo sembra aver annunciato una diminuzione del budget ed è quindi difficile pensare che la Virtus possa puntare a una presenza nelle Final Four. Poi, una volta che la disponibilità economica c’è, bisogna per saper fare bene le cose”.
Guardando alla NBA, quali sono i principali trend tecnici o tattici attuali che potrebbero presto “contagiare” anche il basket europeo?
“È difficile dire se esista un’osmosi diretta, secondo me, tra quello che succede in America e ciò che poi vediamo nei campionati europei. Se dovessi dirti cosa stanno dimostrando, ad esempio, le attuali Finals NBA, è che lì ci sono arrivate due squadre costruite non necessariamente attorno a grandissimi nomi o superstar affermate, che portano con sé contratti enormi e che ti costringono, a causa del salary cap, a costruire la squadra in modo molto specifico. Quando spendi 50, 45 o 40 milioni di dollari per tre superstar, poi non ti rimane molto per completare il resto del roster. Invece, le due squadre in finale, gli Indiana Pacers e gli Oklahoma City Thunder, stanno mostrando che si può arrivare in fondo anche costruendo un roster diversamente. Indiana, in particolare, in questo momento porta 8 giocatori in doppia cifra di media, quindi c’è una grande diffusione di talento e una forte capacità di costruire il roster pezzo per pezzo. Ci si affida veramente a tutti: ognuno dei primi otto o dieci giocatori con un ruolo nelle rotazioni porta qualcosa di molto specifico. Oklahoma City, ovviamente, ha Shai Gilgeous-Alexander, che è uno dei giocatori più ambiti dell’NBA, quindi è una situazione un po’ diversa. Però è anche la seconda squadra più giovane della lega e questa gioventù permette loro di avere una struttura salariale più semplice da gestire, con contratti non troppo pesanti, a differenza di molte altre squadre che non sono arrivate in fondo e che si sono affidate esclusivamente a grandi superstar. Insomma, mi viene da dire questo: se una volta l’NBA era vista un po’ come la lega delle superstar, dove queste decidevano le partite e spesso si giocava molto in isolamento per sfruttare il talento dei singoli, Thunder e Pacers sono due squadre che sono arrivate in fondo giocando una pallacanestro di squadra”.
Parliamo di Tyrese Haliburton: la sua condizione fisica sarà decisiva per le sorti dei Pacers? Pensi che possa fare la differenza anche con limitazioni?
“Ha confermato di avere uno stiramento al polpaccio, quindi è ovvio che sapremo solo stanotte che tipo di contributo potrà dare. In una sua recentissima intervista dice che cercherà di fare di tutto per essere in campo. È ovvio che mi immagino possa esserci, però bisogna vedere che tipo di giocatore sarà e a che percentuale potrà giocare. Mi viene in mente Aaron Gordon dei Denver Nuggets, che ha giocato Gara 7 contro Oklahoma City in questi playoff – perdendola – con uno stiramento al bicipite femorale. Si è visto che era fortemente limitato. Si è visto che era fortemente limitato. Ha voluto esserci lo stesso ed è riuscito a restare in campo fino alla fine, cosa che non sono sicuro Haliburton riesca a fare. Lo vedremo stanotte, però il caso prima citato dimostra che ovviamente non era l’Aaron Gordon che tutti conosciamo. Il dubbio è che, anche se fosse in campo stanotte, Haliburton possa non essere il giocatore che conosciamo e a cui siamo abituati. E, ovviamente, essendo il giocatore più importante di questa squadra, questo influisce parecchio. Anche se, ribadisco, si tratta di una squadra con 8 giocatori che viaggiano in doppia cifra di media per punti e hanno dimostrato di poter avere la capacità, soprattutto davanti al pubblico di casa, di trovare il jolly. Una volta si accende TJ McConnell, una volta Aaron Nesmith, giocatori di complemento che fanno il miracolo. Se il vero Haliburton non sarà presente in campo, forse ci vorrà davvero un miracolo”.
Shai Gilgeous‑Alexander è ora a un passo dal completare una stagione da MVP, un’impresa storica. In futuro potrà essere inserito nel discorso dei migliori di sempre?
“Adesso è molto presto per dirlo. Si tratta di un giocatore che ha davanti ancora la maggior parte della sua carriera. I discorsi sui migliori di sempre lasciano un po’ il tempo che trovano quando si paragonano i vari Jordan, LeBron, Wilt Chamberlain, Bill Russell. È davvero impossibile stabilire chi sia il vero GOAT. Sembra quasi un rifugio paragonare i giocatori di epoche diverse. Per cui, è ovvio che è un gioco. Anche a noi piace dirlo ogni tanto, però non ha senso cercare il giocatore più forte di sempre. Quello che ha senso è pensare che Shai Gilgeous-Alexander potrebbe diventare nei prossimi anni un’autentica superstar di questa lega. Il campionato di quest’anno ci dice che è stato un All-Star, è stato inserito nel primo quintetto della Western Conference, è stato MVP della stagione regolare e persino delle Western Conference Finals. Credo che, se dovesse vincere, sarebbe anche MVP delle Finals. Non si può non riconoscergli un ruolo di assoluto leader. Poi, senza andare indietro nel tempo, dire se sarà forte come Steph Curry o LeBron è assurdo, impossibile, soprattutto considerando la differenza fisica tra Shai e il Re. Inoltre, questo tipo di valutazioni si fanno anche in base a quanto si riesce a vincere. Ecco, Shai fa parte di una squadra che potrebbe avere le basi per vincere ancora in futuro, perché è molto giovane, costruita molto bene e anche quando dovrà rinnovare i contratti, ergo spendere di più, ha un enorme capitale di scelte, quindi può guardare al futuro e sperare di restare ad alto livello per tanti anni. Oggi, con i regolamenti dell’NBA non è facile pensare a una dinastia. Sicuramente OKC ha tutto per essere ancora protagonista nei prossimi anni. Se poi diventa protagonista e vince, magari tre titoli in cinque anni con Shai come leader, allora potremo parlare di lui come uno dei grandi giocatori del basket americano”.
Jalen Williams ha trascinato OKC con 40 punti in Gara 5. Come giudichi la sua crescita e il suo impatto ora che è protagonista delle Finals?
“Secondo me la sua è una bellissima storia, perché è entrato in NBA nello stesso anno di Paolo Banchero. Poi Banchero è diventato Rookie dell’Anno, quindi i riflettori erano tutti sulla prima scelta assoluta. Banchero veniva da un college prestigioso, la Duke University, e ha giocato una prima stagione straordinaria, culminata proprio con il premio. Jalen Williams invece è passato un po’ sotto traccia. Era il secondo nella classifica, è arrivato secondo nella classifica per il premio, veniva da un college, Santa Clara, che in passato ha sicuramente vantato talenti come Steve Nash, ma non è una powerhouse, non è un grande college tra quelli del basket americano. Per questo è sempre rimasto sotto traccia, non era una superstar. Chiaramente, anche in squadra la prima scelta è sempre ricaduta su Shai. Però in finale, e non solo, anche nei playoff, ha dimostrato di essere un giocatore completo, forte, che sa gestire entrambe le metà campo, sia in attacco sia in difesa. Fa tante cose, sta crescendo tantissimo e potrà farlo ancora molto. Anche in questi playoff ha avuto qualche piccolo passaggio a vuoto, questo dimostra che può lavorare su queste cose e diventare ancora più forte. Il tutto è abbastanza impressionante, soprattutto per uno che ha chiuso l’ultima partita segnando 40 punti in una finale NBA. Non sono molti quelli che fanno 40 punti in finale. Anche solo guardando le altre partite: è sempre cresciuto, anche per quanto riguarda le prestazioni. Questo dimostra proprio che è un giocatore che sta esplodendo davanti ai nostri occhi ed è interessante vedere fino a dove può arrivare”.
OKC rincorre il suo primo titolo da quando la franchigia ha lasciato Seattle nel 2008, e in assoluto dal 1979. Qual è il peso emotivo di questa attesa “storica” per tifosi e squadra?
“Non lo chiamerei peso, secondo me non è tanto una questione di pressione. Credo, ad esempio, che ci sia molta più pressione a New York, dove manca un titolo dal 1973, e quindi da più di mezzo secolo. Lì sì che c’è pressione. Qui invece non si è mai vinto e non c’è neanche mai stata una squadra professionistica in uno sport di livello serio. Hanno il vantaggio di essere la squadra di tutto un intero Stato, non solo di una città. Quindi non è un peso, ma una spinta, secondo me. È ovvio che c’è tanta attesa, ma non è un’attesa con connotazione negativa, bensì un’attesa che significa <<Stiamo facendo qualcosa che non abbiamo mai visto prima>>, non solo in questa città, ma in tutto lo Stato. Per questo credo che sia solo una componente positiva”.
Alle Finals ci sono attualmente due franchigie di città minori, che stanno catalizzando l’attenzione nonostante i mercati ridotti. Come cambia, secondo te, la percezione dell’NBA e dell’interesse mediatico in questi casi?
“Mi viene da dire che in realtà non è cambiato tantissimo. Ieri, quando è esplosa la notizia della cessione dei Lakers per 10 miliardi di dollari, dalla famiglia Buss alla nuova proprietà, la notizia che girava di più alla vigilia delle finali NBA era proprio questa. È naturale che, dal punto di vista mediatico, negli Stati Uniti l’attenzione si concentri sul dualismo tra le due coste: New York da una parte e Los Angeles dall’altra. Se vogliamo possiamo nominare anche San Francisco, dove ci sono i Golden State Warriors, ma si tratta della stessa costa di Los Angeles. Negli ultimi anni i Warriors ne hanno dato una dimostrazione e anche i dati televisivi, per quel che contano, confermano tutto questo. Però secondo me è sbagliato parlare solo di ascolti televisivi, perché oggi si vive un prodotto, come le finali, che è disponibile non solo in televisione, ma anche attraverso i social e mille altre piattaforme. Quindi c’è interesse attorno a queste Finals. È ovvio che, se guardiamo solo i dati televisivi, l’interesse è inferiore rispetto allo scorso anno e inferiore ancora rispetto a quando c’erano le classiche sfide tra Steph e LeBron che si affrontavano per 4 anni di fila. Il peso di certe superstar e di certi mercati è indubbio, ma l’NBA sta facendo un’altra cosa. Sta inseguendo, per volontà del commissioner Adam Silver, un equilibrio competitivo che secondo loro è la regola per avere una lega e un business sano, capace di produrre e mantenere interesse, perché ogni anno può emergere un campione diverso. Non è un caso che questa sarà la settima squadra diversa negli ultimi 7 anni, un fatto mai successo prima nella storia della lega. C’è chi rimpiange le dinastie, perché è affezionato a quelle di Michael Jordan, dei Lakers di Kobe, o degli Warriors di Curry, Thompson e Green. Ma c’è anche chi pensa che sia bello avere ogni anno una competizione in cui, ovviamente, non tutte le trenta squadre possono vincere, ma magari 15-20 sì. E questa è un’enormità. Se guardiamo i playoff soprattutto della Western Conference di quest’anno, l’idea era proprio quella di una grande variabilità. Ad Est non ne parliamo neanche, non credo che qualcuno avrebbe potuto prevedere i Pacers in finale NBA e tanto meno a due vittorie dal titolo. Questo tipo di equilibrio genera interesse e permette a molte realtà negli Stati Uniti di avere squadre vincenti e di creare entusiasmo. Perciò la NBA stessa pensa che questo sia un aspetto positivo”.




