L’Illinois è, a livello etnografico, un interessante mosaico. E sarebbe un errore circoscriverne la conoscenza alla sola Chicago, uno degli agglomerati urbani più rinomati degli Stati Uniti, dietro solo New York e Chicago, forse anche Washington.
Certo, la Windy City è importante snodo ferroviario e industriale, oltre che sede di quella scuola del pensiero neoliberista della metà del secolo scorso che dalla città stessa ha preso il nome. Ma, come accennato, sarebbe limitato e limitante identificare lo stato solo con la città più rinomata.
Trattandosi di uno dei territori del Midwest, la maggior parte dei cittadini dell’Illinois è di origine europea. Sono i figli, per intenderci, di quelle ondate migratorie che hanno visto molti settlers stabilirsi qui tra fine Ottocento e inizio Novecento.
Come sovente accade nella macro-regione che è il cuore pulsante degli Stati Uniti, il gruppo etnico più numeroso è quello di ascendenze tedesche. E lo si nota anzitutto guardando la topografia regionale, con cittadine come Hamburg, New Baden, Dresden.
Accanto ai teutonici possiamo poi trovare altri gruppi, quali ad esempio scandinavi, irlandesi o polacchi. Tra questi, per citare un nome noto, c’è quel Coach K, al secolo Mike Krzyzweski, che è divenuto una leggenda del college basket quale coach di Duke, e nativo di Chicago.
Anche Urbana e Champaign, sedi della University of Illinois, rientrano in questa composizione etnografica. I gruppi storici prevalenti sono tedeschi ed irlandesi, ma anche la tradizione inglese e scozzese non è da sottovalutare.
Per giunta, le due città sono caratterizzate da una peculiarità amministrativa. Entrambe fanno infatti parte della contea di Champaign, il cui capoluogo è però… Urbana.
I due centri abitati, pur collaborando, si differenziano tra loro. Mentre Champaign è storicamente più grande, ed orientata al commercio e all’industria, Urbana è ha un approccio più intellettuale, con una marcata venatura liberal.
È stata proprio la presenza dell’ateneo a contribuire alla modulare in maniera significativamente differente la composizione etnografica della zona. Accanto allo zoccolo duro europeo, infatti, nel tempo si è fortemente radicata anche una solida comunità asiatica.
Cinesi, indiani e corani rappresentano, per dare qualche numero, il 15% della popolazione di Champaign. Nel resto dell’Illinois, tanto per essere chiari, il dato degli asiatici si attesta circa ad un terzo di quello della città universitaria.
Sono stati proprio i nuovi supporter orientali a rendere i Fighting Illini una squadra capace di trascendere i confini nazionali. Dove prima, invece, essa era un fenomeno soprattutto locale.
Il nucleo storicamente più nutrito dei supporter arancio-neri è infatti quello dei cittadini di origine europea, che hanno sempre visto in UI la massima istituzione statale. Così come anche molti afroamericani di Chicago tengono per Illinois perché molti dei loro ragazzi vi hanno militato.
Una volta terminati gli studi presso l’ateneo, tuttavia, diversi studenti asiatici si sono resi ambasciatori de facto dei Fighting Illini nei rispettivi paesi. Un simbolo dell’identità rurale del Midwest è quindi divenuto progressivamente un brand riconosciuto anche in Oriente.
Se questo si è tradotto in un vantaggio in termini di donazioni e visibilità, bisogna riconoscere che ha altresì aumentato la pressione sulle spalle di Brad Underwood. Specie dopo che il coach ha riportato Illinois alla Final Four ventun anni dopo l’ultima volta.
Alla nona stagione alla guida degli arancio-neri, l’ex-Oklahoma State ha trovato nel Vecchio Continente le risorse per ottenere un risultato che mancava dal 2005. Ironia della sorte, considerando la già menzionata stratificazione etnografica del contesto culturale in cui opera.
I Fighting Illini sono, per intenderci, un riuscito mix di ragazzi statunitensi e studenti-atleti della ex-Jugoslavia. Un miscuglio omogeneo, che si è rivelato letale tanto per Iowa quanto per Houston, le ultime due vittime di Illinois.
A menar le danze è il local boy Kylan Boswell. Nato proprio a Champaign, aveva iniziato il suo percorso ad Arizona, ma dopo due anni è tornato nell’università della sua città d’origine.
Come play non ruba l’occhio per giocate spettacolari o acrobazie mirabolanti, ma in campo ha l’indubbio merito di essere sempre in controllo. Del gioco, del corpo, dei compagni, del ritmo.
Tiratore affidabile da fuori, Boswell preferisce l’assist alla conclusione personale. Una manna dal cielo per Keaton Wagler, maggiormente propenso a cercare il canestro grazie alle lunghe leve, all’abilità in palleggio, al repertorio di finte e di tiri fuori equilibrio che, però, vanno a segno.
Ad ora quest’ultimo è il miglior marcatore in stagione, tallonato però da Andrej Stojakovic. Visione di gioco, palombella morbida, capacità di piroettare in area, falcata fluida che in un amen si trasforma in penetrazione potente: il figlio d’arte è sicuramente un prospetto promettente.
Non al tiro da fuori, però. Quello è invece specialità della casa di Jake Davis, che potrebbe rientrare nella categoria tecnica denominata “3&D”, che ricomprende tutti quegli esterni specialisti che a vario titolo offrono un contributo grazie alla conclusione dall’arco e alla difesa arcigna.
Il nativo dell’Indiana ricopre molto bene tale ruolo, specie quando può contare su passaggi che sono solo da convertire in canestri, come quelli che riceve da David Mirkovic. Il lungo montenegrino è infatti ottimo nel prendere posizione in area, e da lì cercare l’opzione migliore.
Che potrebbe consistere tanto in un isolamento spalle a canestro, da cui uscire poi con una piroetta o, appunto, con uno scarico. E non è finita qui: Mirkovic, infatti, sa indifferentemente aprirsi lui stesso per tirare da tre, mettere la sfera per terra o crearsi il tiro dal palleggio.
A godere dei suoi assist è spesso anche il lungo croato Tomislav Ivisic. Il quale peraltro vanta skills non dissimili, in quanto anche lui, ancorché fisicamente prestante,è mobile e sa diventare un riferimento in area o tirare da fuori a seconda del contesto.
Entrambi rientrano nel “prototipo del lungo moderno”, definizione tipica di un giornalismo sportivo attuale mai timido di fronte ad una frase fatta. E fanno tre con il gemello di Tomislav, Zvonimir, che è apparso meno stilisticamente ortodosso a causa della maschera con cui ha dovuto giocare.
A fare da collante tra i reparti è, infine, Ben Humrichous. Una sorta di alter ego di Davis, ma con maggiore attitudine ad alternare un affidabile tiro da fuori all’incursione in area qualora le condizioni lo consentano.
I Fighting Illini si presentano insomma alla Final Four di Indianapolis con una versatilità tecnica da non sottovalutare. In una gara secca avere così tante frecce al proprio arco potrebbe infatti risultare decisivo, magari per regalare una gioia tanto ai fan storici quanto a quelli più recenti.















Le assenze eccellenti


