fbpx
Home NBA, National Basketball AssociationEvidenza Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #4

Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #4

di Stefano Belli

DISCLAIMER 1: come suggerisce il titolo, Garbage Time, l’altra NBA è una rubrica trash sul basket americano, non una rubrica seria sul tennis austriaco e nemmeno una rubrica sacra sulla sanità italiana. Per chi si sentisse offeso da contenuti e linguaggio o non conoscesse il verbo ‘sdrammatizzare’, il TG delle 8 di La7 inizia alle 8 sul 7. Mentre il TG delle 7 di La8… lasciamo perdere.

Chi l’avrebbe mai detto? La nuova edizione di Garbage Time, l’altra NBA esce senza la NBA. L’emergenza Coronavirus ha bloccato il mondo e, tra i suoi effetti più trascurabili, ha portato alla sospensione del campionato NBA. Per noi appassionati è stata dura: alla nona replica di Philadelphia Warriors – Syracuse Nationals del 1954, al dodicesimo hashtag del tipo #andràtuttobene, #daicèdipeggio, #potevaandaremeglio, #stateacasa, #fateciuscire o #thelastdance, alla ventitreesima minaccia di morte per i runners e alla quarantacinquesima canzone popolare urlata dal terrazzo, le idee su come passare il tempo in casa cominciavano a scarseggiare. Per fortuna che, durante il lockdown, hanno inventato i documentari sulla NBA! Grazie a The Last Dance, per la prima volta nella storia è stato possibile approfondire un tema sportivo con immagini in movimento e a colori, interviste ai protagonisti, retroscena scottanti…. Come dite? I documentari sulla NBA esistevano già? Cosa? Anche a colori? Come? Le interviste sembravano un po’ troppo di parte? Scusate? I retroscena non erano scottanti? Prego? A volte sembrava un’agiografia dell’Istituto Luce su Michael Jordan? Chi? Ok, scusate, non si sente una mazza… Comunque vergognatevi!

In attesa che riprendano le operazioni sul campo, è il momento di Garbage Time, l’altra NBA, il nostro tradizionale (se si può definire così una rubrica che esce con cadenza ferrettiana e che porta evidenti benefìci solo nel momento del bisogno grosso) viaggio nel meglio del peggio di ciò che ruota attorno al pianeta NBA. Prima di partire con la meno ambita delle Top 10, ecco le premesse di rito.

Qualora il vostro disagio esistenziale fosse talmente elevato da farvi apprezzare questa rubrica, scrivete il vostro IBAN nei commenti. O magari aprite un gustoso dibattito su quale sia la GOAT tra le rubriche NBA, se questa, quella di Jordan, quella di LeBron o quella di Doncic. Qualora doveste invece considerarla un insulto all’umana decenza, non esitate a esternarlo, dando sfogo alle vostre volgarità più fantasiose. Ma soprattutto, qualora aveste delle segnalazioni per i prossimi episodi, trovate il modo di recapitarcele, magari scrivendole nei commenti.
Per quanto stupido possa sembrare, questa è una rubrica multimediale. Per comprenderne a fondo gli snodi narrativi è INDISPENSABILE cliccare su tutti i link che compariranno (sono le parole scritte in un colore diverso, per i neofiti dell’Internet), inclusi quelli che vi proporranno di aumentare le dimensioni di organi vari (consiglio stile-Aranzulla: per maggiore comodità, fate ‘clic’ con il pulsante destro del mouse e selezionate “Apri link in un’altra scheda”). Alla fine di ogni posizione, troverete gli hashtag di riferimento per diffondere come il Vangelo queste idiozie sui social.

Disclaimer 2: parte dei demeriti per questa robaccia va attribuita a quelli della Kliq, che oggi saranno come minimo padri, se non addirittura madri di famiglia, per cui staranno tentando invano di insabbiare il loro passato inglorioso.

 

Posizione numero 10: Kevin Durant e Aaron Gordon

Kevin Durant, MC e a tempo perso superstar NBA

Kevin Durant, MC e a tempo perso superstar NBA

In campo incanta con il suo talento e la sua eleganza, ma anche lontano dal parquet, Kevin Durant non finisce di stupire. In una recente intervista con Taylor Rooks di Bleacher Report, l’attuale numero 7 dei Brooklyn Nets, alle prese con la riabilitazione al tendine d’Achille, ha parlato di una delle sue grandi passioni: il rap. Il suo duetto con LeBron James, intitolato It Ain’t Easy, è stato reso pubblico nel 2018, a sette anni di distanza dall’incisione. KD ha però rivelato di avere nel cassetto altri featuring illustri, citando nello specifico DeMar DeRozan e Rudy Gay tra i suoi partner di microfono. Quello che Durant non ha raccontato, ma che emergerà sicuramente nel prossimo episodio di The Last Dance, è la collaborazione proposta a Michael Jordan. Secondo gli insider, il progetto è stato accantonato dopo la prima registrazione, in cui ‘His Airness’ ha rappato la Divina Commedia in perfetto fiorentino e Kevin è stato relegato a una breve intro e a qualche “Giiiiiiiiiah”“A-ha” e “Biiiisshhh”. Per quest’ultima testimonianza basterà aspettare la prossima puntata della scottante docu-serie, ma sul resto della sua discografia, il due volte campione NBA ha preferito mantenere il riserbo.

Garbage Time, l’altra NBA, però, è notoriamente una rubrica d’inchiesta (o forse sotto inchiesta… boh); per noi non esistono segreti. Abbiamo assoldato una squadra di infallibili segugi, dando loro il compito di scoprire ogni dettaglio sulla carriera da rapper di Durant. Ciò che è emerso da questa ricerca ha dell’incredibile; quello che oggi si prepara a conquistare i palcoscenici con lo pseudonimo ‘Easy Money’, nasconde un insospettabile passato nella scena underground laziale. Ebbene sì: altro che Hamptons, la sua carriera artistica ha mosso i primi passi tra Ladispoli, Fregene e la capitale, dove un Durant ancora acerbo (soprattutto fisicamente) conquistava le folle a suon di performance estreme. In esclusiva mondiale, ecco un piccolo estratto da un concerto del 2003 all’allora PalaLottomatica, rimasto impresso a fuoco nella memoria dei suoi fedelissimi. Riconoscibile per lo stile raffinato e controverso, con la chiamata della NBA ha dovuto concentrarsi esclusivamente sulla pallacanestro. Oggi, quei nastri nel cassetto riaccendono nei suoi irriducibili fan un barlume di speranza.

A rafforzare ulteriormente il connubio tra NBA e mondo hip-hop ci ha pensato Aaron Gordon. Al numero 00 degli Orlando Magic non è proprio andato giù l’ennesimo ‘furto’ subito allo Slam Dunk Contest; dopo aver chiuso al secondo posto nel 2016, dietro a Zach LaVine, ha ripetuto il risultato nel 2020, sconfitto da Derrick Jones nonostante una prestazione maiuscola. A quanto pare, il “9” assegnato da Dwyane Wade, membro della giuria, ha fatto la differenza in favore di Jones, suo ex-compagno a Miami. La rabbia di Gordon si è tramutata in un brano dal titolo 9 out of 10  (9 su 10… dai, era facile), in cui Aaron attacca la leggenda degli Heat con uno spietato dissing“Puoi farti sistemare gli occhiali?”; “Ti ho visto nel corridoio, mi hai detto ‘Ragazzo metti su uno show’ / Non sapevo che fosse il codice per dirmi ‘Stai per essere fregato’”; “Anche Adam Silver mi ha detto che meritavo la vittoria”.

Tutto questo disagio giovanile doveva essere incanalato in qualche modo. Con lo pseudonimo ‘Geooorge’, il velenoso Aaron ha iniziato a farsi strada nella scena rap di Orlando. La sua lingua biforcuta e il suo irresistibile flow lo hanno fatto entrare presto nel giro che conta, e ora la sua carriera sembra lanciata. Anche se, nella kermesse più importante, un puerile misunderstanding ha rischiato di troncarla sul nascere.

#hodeirapnelcassetto #cimedirap #mipiacedibruttolhiphop #jordancherappadante #biiiishhh #thelastdanceep11 #michaeljordanfacts #rubricasottoinchiesta #scenaundergroundlaziale #performanceestreme #tefacciolerimetranascorreggiaenrutto #jamaica #gridodibattaglia #chessòiquotidiani #estigà #vincitoremorale #dissiamoconcristina  #aarongordonsulmikeorlandobynight #puoifartisistemaregliocchiali #siaaronhairagionemeritavituorascusamieh #disagiogiovanile #geooorge #misunderstanding #spingiquellamerda #fratellocarinomanongenuino #siiautentico #rapleciap

 

Posizione numero 9: Joakim Noah

Joakim Noah mentre viene convocato alla riunione di condominio

Joakim Noah mentre viene convocato alla riunione di condominio

Da quando Joakim Noah ha lasciato i Chicago Bulls, non è cambiata solo la sua carriera. In Illinois, il centro francese era benvoluto da tutti. In campo era un trascinatore, fuori era il beniamino della comunità. L’unico momento di sbandamento, nei suoi nove anni a Chicago, era arrivato quando Michael Jordan, in visita al Berto Center, aveva cercato di spronarlo rinfacciandogli la mancanza del bidet nella cultura francese, per poi sfidarlo uno-contro-uno e completare un’epica rimonta dallo 0-20 al 21-20 con una schiacciata in windmill eseguita avvolto da una bandiera tricolore con il jumpman logo schiaffato al centro e fumando una baguette. Per il resto, il sodalizio tra Noah e la Windy City era stato perfetto.

Il suo trasferimento a New York, però, ha stravolto ogni equilibrio. Complici l’insensato contratto offertogli da Phil Jackson (evidentemente troppo vituperato dal diabolico Jerry Krause, per riuscire a rubargli il mestiere), i suoi ripetuti infortuni e il continuo imbarazzo causato dai Knicks ai loro tifosi, la Grande Mela non ha mai accolto Joakim come uno di famiglia. In particolare, nel lussuoso condominio del West Side in cui si è stabilito, le differenze culturali hanno giocato un ruolo importante nel suo difficile inserimento. Alcuni vicini hanno rinunciato in partenza a qualsiasi tentativo di approccio, scottati da spiacevoli esperienze precedenti. Altri si sono dimostrati più propensi a intavolare una conversazione costruttiva e stimolante, ma si sono accorti di non avere mezzi a sufficienza. Altri ancora hanno cercato di calarsi il più possibile nella cultura transalpina, ma non sono riusciti ad abbandonare del tutto le loro consolidate tradizioni yankee. Insomma, tra Noah e Manhattan non è mai scoccata la scintilla. Bastava il minimo pretesto, affinché la situazione degenerasse. E tale pretesto è arrivato di recente.

Anche se negli ultimi anni ha proseguito la carriera NBA con Memphis Grizzlies e Los Angeles Clippers, ormai Joakim ha messo radici dalle parti di Central Park. E’ li che è tornato, quando la stagione è stata interrotta dall’emergenza sanitaria. Tediato dal lockdown, dopo l’ottantesima diretta Instagram e dopo aver cantato a squarciagola l’intero repertorio di Carla Bruni affacciato al terrazzo, ha deciso di approfittare della palestra messa a disposizione dal diversamente morigerato residence. L’idea iniziale era farsi una mezz’oretta di tornados al giorno (sebbene si trattasse del suo tiro, e non del fenomeno metereologico, la protezione civile è stata comunque allertata), ma Noah si è fatto prendere troppo la mano; in breve tempo si è impossessato della struttura, convocando persino un personal trainer. I vicini, già malfidenti di natura, hanno sopportato i continui fischi dell’allenatore, hanno mandato giù le partitelle organizzate clandestinamente e hanno persino chiuso un occhio quando Joakim e i suoi amici si sono dedicati allo sport più amato in madrepatria. Finché non è avvenuto il fattaccio.

#sweethomechicago #dontlaughdontlaughnonaveteneancheilbidet #jordancheumiliagente #michaeljordanfacts #lagrandepomme #èunbelpresidente #micacomequellostronzodikrause #noahtuttelecolpelui #lesinfantes #okmasolounpochino #jedeplèblù #lomelèttojambon #manjon #voletaatrippa #ilnostroospitedistaseraèjoakimnoah #innanzituttocomevalaquarantena #quelqeunmaditqueandratuttobene #maislecielesttoujoursplusbleau #homeiswherethegymis #someoneopenedthedoorintheback #masechiamassiunallenatore #masevenisserodueamici #masegiocassimoacalcio #masebattessiiolapunizione #tirailtornadojoakimtirailtornado #movvoobugo #cpttrupalloneah

 

Posizione numero 8: Jimmy Butler

Avete riposato abbastanza? Guardate cosa vi ho portato!

Avete riposato abbastanza? Guardate cosa vi ho portato!

Questi mesi senza sport sono stati difficili per tutti, ma nessuno ha vissuto la pausa forzata peggio di Jimmy Butler. Arrivato ai Miami Heat la scorsa estate, Jimmy aveva portato alla franchigia la mentalità vincente e l’etica del lavoro necessarie per tornare in alto, anche a costo di farsi dei nemici. Pat Riley ed Erik Spoelstra avevano trovato in lui il leader perfetto, e la squadra stava rispondendo bene. Poi, a rovinare il momento è arrivata questa maledetta pandemia, che ha costretto la NBA a fermarsi.

Relegato in casa, Butler diventa insopportabile. Inizialmente opta per semplici esercizi domestici, causando qualche preoccupazione al suocero, ma la mancanza della pallacanestro si fa presto sentire. Contatta Pedro, il fido custode del centro di allenamento degli Heat, e si presenta alle 3 del mattino, come ai bei tempi, per una rilassante seduta individuale da 7 ore, giusto per tenersi caldo. Al suo arrivo in palestra, però, trova Michael Jordan, che è lì dalla settimana prima e non ha ancora sbagliato un tiro. “Quale migliore occasione per un uno-contro-uno?”, pensa Jimmy, che tira fuori dalla borsa la sua vecchia maglia numero 21 dei Bulls. Michael accetta la sfida e, nonostante i 57 anni suonati, straccia il giovane avversario. Mentre segna l’ultimo canestro sfila la canotta al rivale, ci defeca sopra componendo la scritta “23>>” di fianco al 21 di Butler e si congeda dall’avversario con del sano trash talking“Salutami i tuoi, quando torni a casa…. Ops!”.

Jimmy è demoralizzato, ma la sconfitta ci può stare. Anzi, è già tanto che il GOAT gli abbia rivolto la parola. Anzi, quella maglia non la laverà mai più; decide di esporla su un altare in salotto, causando qualche preoccupazione alla moglie. C’è una cosa, però, che non riesce a sopportare: mentre lui è lì che si allena, quei fancazzisti dei suoi compagni passano le giornate tra TV, dirette Instagram e terrazzo, da dove cantano a squarciagola l’intero repertorio di Pitbull, con tanto di applauso finale. E’ ora di metterli sotto: dopo una breve consultazione con Riley e Spoelstra, fa recapitare a ciascuno di loro un canestro portatile, accompagnato da un meticoloso programma di allenamento personalizzato.

Nei giorni seguenti, però, inizia a nutrire qualche sospetto: compiendo gli abituali 23 giri completi di Miami Beach, sente continuamente esclamazioni come “uno-dò-trè-cuato” e “mistah trì-oh-faaai” provenire dai balconi. Una sera becca persino Udonis Haslem in videochiamata con Bobo Vieri, mentre rimembra i bei tempi in cui entrambi giocavano nel Prato. E’ in quel momento che realizza l’amara verità: i compagni lo stanno coglionando.
In barba ai moniti di Trump e agli hashtag anti-runners, decide di radunare la squadra a Key Biscayne, per sottoporla a una durissima preparazione fisica. Come insegna l’Altissimo in The Last Dance, per vincere bisogna essere spietati, a rischio di attirarsi le antipatie degli altri. Jimmy cerca di usare bastone e carota con i suoi. Una domenica, dopo l’allenamento, concede alla squadra qualche ora di relax sulla bianca sabbia di South Beach. Non l’avesse mai fatto; Goran Dragic, risentito per una risposta non del tutto cortese, approfitta di una rara distrazione del suo capitano e lo punisce una volta per tutte per le vessazioni subite.

#butlermentality #maledettapandemia #eanchelatusa #giustounarobaeasy #welavativoiosonquidapasqua #23>>21 #tismerdoquandovoglio #salutamiituoi #questalaconservo #michaeljordanfacts #voiadelauràsaltemadospropieh #ilnostroospitedistaseraèkendricknunn #innanzituttocomevalaquarantena #ainòyuwonnmììììììì #westataliguardateunpofuoridallafinestra #unodòtrècuato #mistahtrìohfaaai #bobotv #grandeudone #daitisalutochearrivacammel #fasedueunpardepalle #alleseicambiati #adessotuvolinoncorri #cazzeggiolikefearisjustanillusion #merduccia #capitanostronzone

 

Posizione numero 7: Pat Riley

"Arbitro NBA dei mei c......!"

“Arbitro NBA dei mei c……!”

E’ proprio nel corso di una diretta Instagram, stavolta con Dwyane Wade a fare le veci del Bobo nazionale, che Udonis Haslem rende pubblica un’autentica perla, risalente al periodo in cui entrambi vestivano la maglia degli Heat (quindi potrebbe essere un giorno qualsiasi degli ultimi 20 anni). Parola al maestro:

“Non ricordo che partita fosse, ma Pat Riley entrò in spogliatoio all’intervallo. Era arrabbiatissimo, inveì contro di noi e prese a calci la porta. Dopo due settimane lo rivedemmo e scoprimmo che si era operato all’anca, se l’era infortunata prendendo a calci la porta”.

Essendo Garbage Time, l’altra NBA una rubrica che non vuole lasciare misteri irrisolti, abbiamo rintracciato alcuni fedelissimi del presidente. Seppur meno affidabili e più faziose rispetto a quelle contenute in The Last Dance, le loro testimonianze ci hanno permesso di ottenere una ricostruzione abbastanza fedele dei fatti.
L’episodio risale grossomodo a fine 2003, mentre il mondo celebra Michael Jordan, fresco di definitivo ritiro dopo l’ennesimo three-peat conquistato con gli Washington Wizards [senza fonte]. In quei giorni, Riley è piuttosto nervoso. Sul lavoro è intrattabile, con gli amici basta il minimo pretesto per farlo uscire di senno. Ha continui vuoti di memoria, è permaloso e fin troppo suscettibile. I suoi giocatori, preoccupati, gli mettono alle costole un detective privato, senza ottenere risultati. Allora optano per la soluzione estrema: rivolgersi a un oracolo. E’ colpa della nicotina, raga” sentenzia solennemente quest’ultimo “Da quando ha iniziato a fumare, lo dovete mollare proprio. Se finisce il pacchetto, poi, non ne parliamo… Dai, adesso levatevi dalle palle e tornate a fissare la mia maglia appesa all’American Airlines Arena. E’ l’unico stendardo che vedrete in vita vostra”.

Con l’aiuto dello staff medico, la situazione sembra tornare alla normalità, finché non arriva quella dannata partita. Pat sfoga la sua rabbia repressa contro la porta dello spogliatoio, poi sparisce e ritorna dopo l’operazione. Terminata la convalescenza, il plenipotenziario degli Heat si presenta sotto casa di Haslem, impegnato nel tradizionale burraco del giovedì con Wade e Caron Butler. Il suo intento è quello di scusarsi, ma i tre capiscono subito che il presidentissimo non ha ancora ritrovato la serenità.

#wadetv #saràstatotrail2003eil2019giùdilì #lapòrtasèrròòtt #ciolankasbilenka #testimonianzefaziose #ep12ilthreepeatchenessunovide #michaeljordanfacts #iovengodafianoromano #sèbeccatolabicchierata #daqualeparte #ritiraremagliealtrui #zerutituli #ilburracodelgiovedì #presidentissimo #daaariabighgnaaardi #personevery #altramontoruttando #framastellaannafalchiemartufello

 

Posizione numero 6: John Beilein

Per John Beilein, il passaggio dalla NCAA alla NBA è stato traumatico

Per John Beilein, il passaggio dalla NCAA alla NBA è stato traumatico

Se a Miami vige una ferrea disciplina, lo stesso non si può dire di Cleveland. Da quando LeBron James ha fatto i bagagli per Los Angeles, i Cavs sono diventati una via di mezzo tra un gruppo di scafati veterani e un gruppo di veterani di Scafati e una squadra giovane e proiettata verso il futuro. Senza lo storico leader e in mancanza di una solida organizzazione dirigenziale, l’anarchia ha preso rapidamente il sopravvento.
Per cercare di mettere ordine, l’estate scorsa è stato ingaggiato John Beilein, per dodici anni ‘coach-santone’ dei MIchigan Wolverines. Il nuovo arrivato, però, ci ha messo poco a capire che c’è una differenza abissale tra allenare al college e in NBA. Nel mondo professionistico, sono spesso i giocatori a dettare legge. Beilein si proponeva di raddrizzare la squadra con un approccio montessoriano, ma ha presto realizzato che molti dei suoi ragazzi sono nati tondi, perciò difficilmente moriranno quadrati. Tra le due parti si è manifestato da subito un gap generazionale impossibile da colmare, e alla prima occasione si è creata una profonda spaccatura. Stando agli insider, a far traboccare il vaso è stato uno sfortunato lapsus del coach, che invece di definire i suoi “slugs” (lumache), li ha chiamati “thugs” (delinquenti). Da lì in avanti, la situazione è diventata ingestibile. I giocatori, a loro detta offesi dall’appellativo, hanno iniziato a dileggiare Beilein con una serie di canzoncine contenenti quella parola. Tutto ciò, sommato all’impressionante collezione di sconfitte dei Cavs, ha spinto il povero John a rassegnare le dimissioni.

In realtà, l’episodio dei “thugs” è solo uno specchietto per le allodole, una finta questione filosofica per distogliere l’attenzione da un problema molto più semplice. L’esperienza di Beilein ai Cavs è stata segnata fin dal training camp, a causa di un brutto scherzo orchestrato ai suoi danni da giocatori e coaching staff. Fin dal principio, l’allenatore si è convinto di avere a che fare con un certo tipo di persone, ricordandolo alla squadra nei momenti di maggiore difficoltà. Ha cercato di instaurare coi ragazzi un rapporto diretto e confidenziale ma, a posteriori, l’idea di coinvolgere la moglie è stata controproducente. La vicenda dei “thugs”, le sconfitte e la mancanza di armonia hanno causato una crescente tensione nello spogliatoio. Il culmine è stato raggiunto quando Kevin Love, che già in campo si era esplicitamente ribellato al coach, ha approfittato di una scabrosa abitudine di Beilein per manifestargli tutto il suo astio.
Chiusa la poco felice parentesi in NBA, il coach aspetta la prossima chiamata pregando ogni sera Michael Jordan e arrangiandosi come può, ma la sua innata propensione alle gaffe continua a causargli non pochi problemi.

#veteranidiscafati #anarchyintheCL #playersleague #cunascitunnu #sietedellelumache #thuglife #conlagangang #brrrr #tibuttalabenza #quelloèstronzosignore #unasquadradistronzi #timeouttecnico #dannate #mirkemmara #prognosiriservata #qualcosadieccitante #jordanesimo #michaeljordanfacts #maomettoerketchup

 

Posizione numero 5: Manu Ginobili

Non sarà più un giocatore NBA, ma Manu Ginobili è ancora un supereroe

Non sarà più un giocatore NBA, ma Manu Ginobili è ancora un supereroe

Che Manu Ginobili fosse speciale, lo si era capito da tempo. Al di là delle sue prodezze come giocatore, tra Europa e NBA, l’argentino si era fatto apprezzare per l’innata propensione al problem solving. I pipistrelli invadono l’AT&T Center? Niente paura, ci pensa Manu! Gregg Popovich non riesce a smettere di parlare coi giornalisti? Niente paura, ci pensa Manu! Tim Duncan non riesce a smettere di ascoltare i Thegiornalisti? Niente paura, ci pensa Manu! Kawhi Leonard vuole andare via? Niente paura… ok, paura (semicit.). Lo scorso febbraio, però, ‘El Narigòn’ si è superato. Ecco cosa scrive su Twitter tale @almumansi (che non sarà il nome vero, dai.. chi chiamerebbe mai la figlia @?):

“La testa dura di mia nonna l’ha spinta ad affrontare da sola una duna di sabbia. E’ caduta, e due uomini sono corsi ad aiutarla. L’hanno tirata su e l’hanno riaccompagnata al sicuro, finché non siamo arrivati noi. Ci ha mostrato le foto che ha scattato con loro, e non potevamo credere ai nostri occhi: uno di loro era MANU GINOBILI!!”

Proprio così, avete letto bene: Ginobili, che si stava godendo la meritata pensione sulla spiaggia di Bahia Blanca, non ha esitato a lanciarsi in soccorso di un’amabile vecchina in difficoltà. Un’impresa straordinaria, direte voi, ma chi lo conosce bene sa perfettamente che l’ex-numero 20 degli Spurs arriva sempre, nel momento del bisogno.
Ciò che la nipote non ha reso noto, però, è l’identità del secondo uomo (sperando che ci perdoni una definizione tanto riduttiva). Dopo aver battuto Manu a bocce tirando a occhi chiusi, scavalcato i cadaveri degli anziani intervenuti per segnalare il colore più vicino, tracciato la pista per le biglie senza l’ausilio delle mani e distrutto l’argentino a beach basketball con una memorabile schiacciata finale, MJ ha deciso di utilizzare i suoi poteri sovrannaturali per aiutare il prossimo. Con la sola estrazione della lingua, come da abitudine nelle grandi occasioni, ha bloccato per aria, nella posizione del jumpman, la signora cadente, le ha sostituito le infradito con un paio di Air Jordan e l’ha sconfitta uno-contro-uno, dileggiandola con una citazione cinematografica: “Ce l’ha la vecchia! Muahaha”.

#bettercallmanu #turnovers #sottoilsolesottoilsole #kawhifiles #chidicedonnadiceduna #vediamosepassaqualcheduna #serveunamanu #vachebeijovanotti #mediomanu #ciscappalamore #heyginobilithisonesforyou #rossaaaa #tipiaceilfossatopiccolo #airnonna #celhalavecchia

 

Posizione numero 4: Carmelo Anthony, LeBron James e Dwyane Wade

Melo, D-Wade, CP3 e LBJ: dominanti in NBA, leggendari in vacanza

Melo, D-Wade, CP3 e LBJ: dominanti in NBA, leggendari in vacanza

Ormai l’abbiamo capito: con la stagione NBA sospesa, i giocatori possono intrattenerci solo tramite i social. E abbiamo anche capito che il Bobo Vieri d’oltreoceano è indubbiamente Dwyane Wade, le cui dirette Instagram sono foriere di perle assolute. Nella puntata con ospite Carmelo Anthony, l’incidente di Pat Riley con la porta e l’eroismo di Manu Ginobili con la signora si sono fuse nella storia definitiva. L’episodio risale all’estate del 2015, quando Melo, Wade, LeBron James e Chris Paul si sollazzavano tra le onde delle Bahamas a cavallo del famigerato banana boatrispolverando per l’occasione delle vecchie canzoni da oratorio. Ecco come Anthony ricorda l’accaduto:

“Siamo saltati giù dalla barca per nuotare fino a una piccola grotta. Quando siamo usciti, voi siete tornati alla barca. E’ colpa mia, volevo fare ancora un po’ di snorkeling per vedere i barracuda. Quando ho guardato su, mi sono accorto che la corrente mi aveva portato in mezzo all’oceano, lontano dalla barca. C’era vento, e onestamente mi sono venuti brutti pensieri in testa. Poi ho guardato la barca e ho visto LeBron che saltava giù come se fosse MacGyver. Si è tuffato in acqua e mi ha riportato indietro tenendomi con un braccio, mentre con l’altro nuotava fino alla barca. Mi ha salvato la vita.

La vicenda è stata archiviata tra le risate, ma a fine diretta Wade ha voluto approfondire l’argomento, raccontando altri momenti vissuti insieme agli amici di sempre. Dalle sue parole emerge un ritratto insospettabile: Anthony è un inguaribile scavezzacollo, Wade si sente in competizione con lui su tutto e LeBron è quello che deve sempre intervenire per togliere le castagne dal fuoco. Dwyane cita come esempio una sfida a ping pong che ha rischiato di terminare in tragedia, ma gli episodi sono talmente tanti che meriterebbero una serie televisiva, con un titolo del tipo The Last Minute. Non appena ESPN ha lanciato la proposta, secca è arrivata la replica di Michael Jordan:

“Dai, siamo seri. A parte che quel titolo gli costerebbe qualche miliardino di royalties, ma poi nessuno vi ha mai raccontato di quando io, Pippen e Rodman eravamo alle Maldive? Scottie è stato aggredito da un branco di squali martello, ma Dennis non sentiva perchè era impegnato a rollarsi una palma. Meno male che c’ero io; con un balzo staccando dalla banchigia ho raggiunto Scottie, mentre il bagnino faceva partire I Believe I Can Fly. Ho distratto i predatori con una battuta di repertorio: ‘Ehi Scottie, che pesci sono quelli?’ ‘Squali’ ‘Squelli’. Dopodiché li ho provocati con del trash talking, e loro muuuti. Dopo averli battuti uno-contro dieci, ho usato il loro martello per appendere un mio poster su uno scoglio. Alla fine io e Pippen ci siamo accesi un sigaro. Poi abbiamo visto Jerry Krause che galleggiava beato panza all’aria, così gli siamo saltati sopra e l’abbiamo usato come canotto per tornare a riva. Pensa che Dennis è andato avanti a ridere per una settimana. E comunque LeBron ha perso sei finali, voi non capite un cazzo di basket.”

#wadelikeabomber #duebananecosìunalacavalchiamo #comesarà #tostatosta #barracudawatching #quiinmezzoalloceanoindiano #miiicheppaura #èunuccelloèunaereonoèlebron #saveme7o #sitrattavadelsignoranthony #mistaqui #loschwarzeneggerdiakron #offesoallacarotide #thelastminute #miliardino #palming #fromthefreethrowline #chepescisonoquelli #eloromuuuti #krausesurfing #seifinali #michaeljordanfacts

 

Posizione numero 3: i New York Knicks

Spike Lee: regista, superfan NBA e collezionista di collane. Da notare l'entusiasmo suo e degli altri tifosi Knicks

Spike Lee: regista, superfan NBA e collezionista di collane. Da notare l’entusiasmo suo e degli altri tifosi Knicks

Bisogna ammetterlo: The Last Dance ha avuto un successo clamoroso. L’idea di seguire dietro le quinte i Chicago Bulls​ del 1997/98 si è rivelata vincente, e ha offerto al pubblico una visione inedita su una delle migliori squadre di sempre. Non tutti sanno, però, che un progetto simile era stato ideato per i New York Knicks. Dopo le NBA Finals perse nel 1999, una troupe televisiva si era infiltrata negli spogliatoi della squadra, filmando tutto ciò che è successo a partire da quel momento. L’idea era quella di pubblicare un documentario dopo la vittoria del titolo, ma qualcosa è andato storto; i resti fossili dei poveri operatori, morti di vecchiaia, sono stati rinvenuti poche ore fa in uno sgabuzzino del Madison Square Garden.

Gli ultimi vent’anni di storia dei Knicks sono stati un susseguirsi di tragicomici eventi. Personaggi, interpreti e dinamiche sono ormai arcinote: la squadra fa pentire a James Naismith di non aver inventato il biathlon, il proprietario James Dolan sonnecchia a bordocampo mentre sogna le vagonate di milioni che entrano nelle sue casse, il pubblico inferocito lo invita a gran voce a vendere la franchigia. Ogni anno, partendo da questa consolidata struttura narrativa, si aggiungono episodi e protagonisti a dare nuova linfa a una serie decisamente più appassionante, rispetto a The Last Dance.

La prima parte di questo 2019/20 non ha certo deluso le aspettative dei fan. Dopo 22 partite, New York viaggia al notevole record di 4 vittorie e 18 sconfitte. La panchina di Dave Fizdale, che in sala stampa definisce “nauseanti” le prestazioni dei suoi, è piuttosto traballante. Steve Mills e Scott Perry, il gatto e la volpe di Dolan, lo rassicurano con un renziano “#staisereno” anche dopo l’ignobile -37 subito in casa per mano dei Denver Nuggets. Gli fanno preparare nei minimi dettagli (…) la partita contro gli Indiana Pacers, ma a poche ore dalla palla a due… lo licenziano!
Ecco dunque subentrare Mike Miller (omonimo dell’ex giocatore NBA), piazzato al timone di una barca ormai allagata. Ad accoglierlo come si deve, ci pensa Steve Stoute, assunto da Dolan come “brand consultant”. In pratica, il suo compito consiste nel cercare di rendere più appetibile il marchio Knicks. “Benissimo” afferma Stoute, in diretta con Stephen A. Smith di ESPN “Per prima cosa, ci vuole un nuovo coach.”. A dimostrazione dell’unità d’intenti in seno alla dirigenza, arriva subito un comunicato ufficiale, riassumibile così: “Bravissimo Steve, ma non ha alcuna voce in capitolo sulle operazioni cestistiche”. Nel frattempo, il front-office vede importanti avvicendamenti. Il presidente Mills viene rimpiazzato da Leon Rose, che evita accuratamente di apparire in pubblico, ma si presenta con un illuminante comunicato stampa: “Ci vuole pazienza”. David Blatt, già allenatore dei Cavs, diventa consulente a dicembre e se ne va ad aprile.

Il vero highlight della stagione, però, è la vicenda che vede protagonista Spike Lee, stimato regista e celeberrimo tifoso dei Knicks. Durante una partita incredibilmente vinta contro Houston (ma nel prossimo capitolo scopriremo che non è un caso), la security del Garden prima si permette di controllare il biglietto al noto superfan, poi lo invita a utilizzare l’ingresso VIP, invece che quello dei dipendenti. Premettendo che Spike si è dimostrato fin da subito poco accomodante, che gli addetti alla sicurezza del MSG spesso non vengono formati a dovere, che alcuni di loro prendono un po’ troppo sul serio quello che fanno e che la frase “La prossima volta entra da Lee” se la potevano risparmiare, da questo semplice dialogo è scaturito un pandemonio tutto sommato evitabile. Lee per Lee, Spike reagisce con la proverbiale freddezza: “Arrestatemi! Arrestatemi come avete fatto con mio fratello Charles Oakley!”. Nei giorni successivi, tra il regista e la franchigia si accende un furioso battibecco a mezzo stampa. I Knicks, in un comunicato, lo definiscono “ridicolo”. Pacata la risposta di Spike: “Di ridicolo qui ci sono soltanto i Knicks, la barzelletta della lega”. E ancora: La verità è che tutto quello che dichiarano i Knicks è falso: li sfido a produrre una mail in cui mi avvisano di non poter più accedere all’arena dal mio solito ingresso. Non è mai stata spedita”. La pantomima continua. Lee dichiara di sentirsi “perseguitato” da Dolan, di avere la certezza che la gente, al Garden, lo eviti di proposito in quanto “persona non gradita” e che non si farà più vedere sugli spalti, se non al draft, per fischiare le scelte dei Knicks. Il proprietario opta per una replica più stringata.

La grande stagione dei Knicks continua fra gli attestati di stima del mondo NBA. Charles Oakley“Nessuna squadra riesce a generare così tante notizie pur non vincendo. Forse solo i Dallas Cowboys. E’qualcosa che deve essere fermato. La NBA deve osservare da vicino la cosa. Non può continuare a chiudere gli occhi. È come girarsi dall’altra parte quando in strada vedi qualcuno che viene picchiato”. Kevin Durant“I Knicks non sono più il brand cool di New York”. Michael Jordan“Se mi mettessi per cinque minuti la maglia di Ntilikina, diventerei automaticamente il miglior giocatore della loro storia”. Richard Jefferson“Sono stato quello che ha detto: ‘I Knicks? No, preferisco ritirarmi’. Questo è il motivo per cui ho smesso: loro sono stati l’unica franchigia che mi ha offerto un lavoro”. Ja Morant“Dopo la partita ho dovuto fare la doccia in hotel, perchè da quelle del Garden uscivano solo due gocce d’acqua fredda”. LaVar Ball“La situazione migliore per LaMelo? New York. Perché conosco Melo, è un ragazzo che ama le grandi città e stare sotto i riflettori. È ora che succeda qualcosa di buono ai Knicks”.

A interrompere questa impietosa cantilena, arriva lo stop alle attività da parte della NBA. Dolan, fortunatamente uscito indenne dal Coronavirus, prova a rasserenare gli animi. Annuncia che gli abbonati riceveranno un rimborso per le partite casalinghe annullate, accompagnato da “un imperdibile gadget”. Quale?

#theneverendingdance #ventannidisolitudine #newyorkstateofmind #naismithmemorialbiathlonhof #pensavisoloaisoldi #selltheteam #bestcomedysaga #partenzasprint #davestaisereno #yooourfiiired #ahnonèquelmikemiller #brandconsultant #manonsareiioilcoach #ochpasiensaebusdelcul #conblatttorneremograndi #graziedavidauguripertutto #bigliettiprego #maghecazzovoi #esesietemancini #tackleberry #entradalee #leeperlee #arrestatemi #licenzapolemica #laveritàècheètuttofalso #lagentemievita #thenewyorkknicksselectbuuuuuu #purchéseneparli #stoptheknicks #manonècool #airfrank #michaeljordanfacts #preferiscoritirarmi #doccedelleminors #ahmaèancoralercio #stiacalmo #pigliateMelo #lescagiusta #egliultimiventannichilirimborsa #unimperdibilegadget

 

Posizione numero 2: Ryan Sullivan, James Harden e Kawhi Leonard

"Allora, ditemi: come stava messa a chiappe?"

“Allora, ditemi: come stava messa a chiappe?”

Gli ultimi due nomi del magico trio li conosciamo bene, ma chi è questo Sullivan? Gioca anche lui in NBA? No, però è l’indiscutibile MVP di questa storia. Il Genio, evidentemente a corto di impegni (non eravamo ancora in regime di lockdown), ha sfruttato le sue competenze statistiche nel modo più inutile di sempre (ma utilissimo per Garbage Time, l’altra NBA, una rubrica che vive per cose del genere). Con una dedizione che avrebbe fatto comodo per risolvere almeno due o tre problemi di interesse mondiale, Ryan ha compiuto due approfondite analisi parallele. La prima riguardava le prestazioni in trasferta di James Harden nelle ultime quattro stagioni (ben diverse da quelle in trasferta di James Harden nelle ultime prosciutto e funghi). La seconda era volta a stilare uno scrupoloso ranking dei migliori strip club americani. Mettendo in relazione i risultati ottenuti, è emersa una strabiliante verità: il Barba rende di più nelle città con i peggiori locali per spogliarelliste. E’ tutto vero; potete trovare un dettagliato resoconto del lavoro di Sullivan sulla piattaforma Reddit.

Questa scoperta non solo candida Ryan al Nobel per la scienza (secondo le indiscrezioni, sarà un testa-a-testa fra Michael Jordan e Donald Trump, che sulla vittoria hanno scommesso, rispettivamente, Charlotte Hornets e Casa Bianca), ma rivoluziona i piani tattici delle altre franchigie NBA. Chiedete ai Denver Nuggets, per conferma. Se la stagione dovesse riprendere direttamente con i playoff, come si mormora, la franchigia del Colorado e gli Houston Rockets si troverebbero opposte al primo turno. Coach Mike Malone, approfittando della pausa forzata, ha elaborato una minuziosa strategia difensiva atta a limitare lo strapotere offensivo di Harden, da tre anni il miglior realizzatore NBA. E’ un piano talmente meticoloso, che Malone ha coinvolto Nikola Jokic e Jamal Murray in una vera e propria simulazione sul campo. Fiducioso, presenta il suo lavoro ai dirigenti dei Nuggets, i quali però, memori della ricerca di Sullivan, fanno notare a Malone come il suo piano presenti una falla importante.

Ma Leonard che c’entra in questa storia? Beh, il ‘fun guy’ è stato paparazzato mentre spiega a una giovane lavoratrice dello spettacolo perchè viene soprannominato ‘The Claw’, e qual è la sua reale concezione di load management. In effetti, Kawhi e Harden non hanno mai fatto mistero della loro passione comune, ormai consolidata negli anni. Tempo fa, una testata scandalistica losangelina ha pubblicato un reportage che documentava per filo e per segno l’elegante serata in cui la stella dei Rockets ha introdotto Leonard e l’amico, collega e concittadino Russell Westbrook in questo mondo peccaminoso.

#youredarealmvp #genio #competenzeecomesfruttarle #quattrostagioni #stripparade #fattorecampo #jordanvstrump #scommettiamoche #jordanforpresident #trumpforowner #michaeljordanfacts #jokiclarochelle #defensivestrategy #questofratemisteriouso #troppoattuale #lospinosissimoproblema #sonoincintadigiooorgiooo #saicosadiconodichihalamanogrande #loadmanagement #ballhandling #passionlivinthenight #dopoceneeleganti #trescotteces #graziecontessa

 

Posizione numero 1: Dion Waiters

Dion Waiters (a sinistra) mentre si rovina la carriera NBA (a destra). Da notare la maglietta di Waiters raffigurante... Waiters

Dion Waiters (a sinistra) mentre si rovina la carriera NBA (a destra). Da notare la maglietta di Waiters raffigurante… Waiters

Dion Waiters aveva un solo obiettivo, nella stagione NBA 2019/20: conquistare il Josh Jackson Award, assegnato al giocatore capace di rovinarsi la carriera nel modo più idiota. Non solo è riuscito nel suo intento: ha proprio sbaragliato la concorrenza. La bramosia di sollevare il prestigioso riconoscimento è chiara fin dall’ultima partita di pre-season. Coach Erik Spoelstra lo richiama in panchina e lo incoraggia con il più classico dei “Nice game!”, ma Dion non si dichiara altrettanto soddisfatto. Dopodiché decide di utilizzare i social network alla maniera dei vecchi saggi. Prima, su Twitter, gratifica con un bel like alcuni post che invocano una sua cessione, poi su Instagram spende parole di stima nei confronti del suo allenatore: “Avrei vinto anch’io il titolo, con LeBron, Wade e Bosh”. La dirigenza dei Miami Heat lo sospende immediatamente, citando tra le cause “una serie di inaccettabili incidenti”. Il 2 novembre rientra in squadra, ma Spoelstra gli preferisce nelle rotazioni Kendrick Nunn, Tyler Herro, Mario Chalmers, Tim Hardaway senior, Pitbull e Michael Jordan, che al suo debutto supera i 100 punti di Wilt Chamberlain giocando con la gastroenterite e indossando lo stendardo con il suo numero ritirato al posto della maglia.

L’8 novembre, la squadra si imbarca sul volo che da Phoenix la porterà a Los Angeles, dove in serata affronterà i Lakers. Waiters sale a bordo con un pacchetto di variopinti orsetti gommosi. Qualche buontempone glieli nasconde per scherzo, e lui reagisce in maniera piuttosto esagerata. Dopo il decollo continuano gli sbalzi d’umore, finché Dion ha un attacco di panico e collassa. Per fortuna, i medici intervengono prontamente, e il numero 11 si riprende. Passata la paura, è il momento di approfondire la questione. Si viene a scoprire che i teneri orsetti sono preparati a base di THC, il principio attivo della cannabis. Puntuale arriva una richiesta di delucidazioni, ma Waiters sta sul vago. Dice di averle prese per il mal di pancia (per cui ingozzarsi di caramelle alla cannabis è un rimedio eccezionale, in effetti) e che gliele ha date un compagno, di cui non può svelare il nome. Ancora una volta, Pat Riley e soci sono implacabili: 10 partite di sospensione. Questo eccellente avvio di stagione costa al buon Dion quasi due milioni di dollari, tra stipendio e mancati bonus. Waiters è abbattuto, ma almeno è riuscito a proteggere il compagno. Quando la squadra rientra a Miami i due si incontrano, ma Dion capisce subito che la situazione rischia di sfuggire di mano. Meglio cambiare aria al più presto. Ma come? Dopo una notte insonne, capisce che la soluzione migliore, a volte, è quella più semplice. Il 10 dicembre, comunica di non potersi allenare perchè ha la febbre. Qualche ora dopo, pubblica su Instagram una foto che lo ritrae su una barca, in splendida forma, mentre festeggia… il suo compleanno!

La strategia funziona egregiamente. Dion si gode il panorama dalla panchina per un altro mesetto, poi, con l’avvicinarsi della trade deadline, Spoelstra e la dirigenza lo buttano nella mischia per far vedere alle altre franchigie che è ancora in grado di deambulare. Tre apparizioni, due delle quali chiuse in doppia cifra (due sconfitte per gli Heat) e il 6 febbraio, finalmente, viene accompagnato alla porta. Finisce via trade ai Memphis Grizzlies, e per noi di Garbage Time, l’altra NBA, il sogno diventa improvvisamente realtà: Dion Waiters e Josh Jackson nella stessa squadra! I due MVP si incontrano a un importante summit nella periferia di Memphis, in cui risolvono la questione-Brexit, dettano le linee guida per un nuovo progetto al CERN di Ginevra, si concedono un quarto d’ora di relax rompendo uova con la fronte e gettano le basi per la dinastia dei Grizziles. La NBA trema, ESPN si prepara a una nuova docu-serie e in Tennessee mettono in ghiaccio lo champagne. Dopo tre giorni, però, Waiters viene tagliato. Il mondo dello sport si trova davanti all’ennesimo what if, Jackson sfoga la sua frustrazione intensificando gli allenamenti e Waiters si deve accontentare dei Los Angeles Lakers, che lo scelgono per completare il roster. Anche se non sarà mai come Josh, quel LeBron James impressiona positivamente Dion, che lo reputa all’altezza di fargli da spalla nella corsa a un inevitabile titolo NBA. Quando ormai allo Staples Center è tutto pronto per il ritiro a priori della sua maglia numero 31, la stagione viene interrotta. A tal proposito, Donald Trump regala un interessante spunto di riflessione: e se dietro ci fosse la mano del GOAT, preoccupato che Waiters possa oscurarne il ricordo?

#obiettividiunestate #joshjacksonaward #striveforidiocy #nicegame #stracciaculo #liketattici #notonenottwo #inaccettabiliincidenti #yokopoko #thestendardogame #michaeljordanfacts #vogliolecaramelle #rimedidellanonna #sonodiunmioamico #iduidu #dajee #devoaverpresouncolpodaria #ebevilobevilobevilo #ersentenza #dionlifaepoiliaccoppia #dreamteam #dynamicduo #figliodeipirenei #colwuster #genialloyd #eggsandbrexit #thelastjoint #dionwaivers #ahunacrocchetta #nonèjoshmapossiamotenerlo #complotto

 

EPISODI PRECEDENTI:
Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #1
Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #2
Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #3

Potrebbe interessarti anche

Lascia un commento

Questo sito web usa i cookies per migliorare la tua esperienza: speriamo sia ok per te, se non lo fosse puoi farne a meno. Accetta Leggi