76ers: finché c’è Embiid non si può vincere
Jimmy Butler, poi James Harden e adesso Paul George. L’innesto dell’ex Clippers non è niente di nuovo.
Il famigerato Process è iniziato nel 2013, con l’inizio del tanking, con il draft di Joel Embiid nel 2014 e coi primi playoff nel 2018. Ai tempi c’era solo Ben Simmons insieme a Joel, poi l’anno dopo sono arrivati Jimmy Butler e Tobias Harris ed è stato l’anno del famoso buzzer beater in gara 7 di Kawhi Leonard; poi Butler se n’è andato e tre anni dopo al fianco di Embiid si è aggiunto James Harden. L’estate scorsa il Barba si è trasferito ai Clippers e nel 2024 Phila vuole ripartire da Paul George. Tutti questi tentativi di creare big-two o big-three sono accomunati da una cosa: insuccessi ai playoff causati dagli infortuni di Embiid. Allora il problema è Joel o chi gli sta attorno? La risposta è chiara a tutti.
Il centro statunitense è, numeri alla mano, il miglior scorer in NBA da un paio di stagioni. L’anno scorso avrebbe vinto il secondo MVP consecutivo se non si fosse infortunato a gennaio. E’ un centro anomalo, che preferisce attaccare dal gomito e predilige il mid range rispetto al pitturato, dove si reca quasi unicamente per procacciarsi tiri liberi. Ha inoltre un tiro affidabile dall’arco e una coordinazione nei movimenti dal palleggio degni di una guardia. Dall’altra parte del campo soffre i mismatch con i piccoli, ma nel pitturato è una presenza ingombrante, oltre ad avere un buon timing nel cercare la stoppata.
Lo stile di gioco conservativo adottato negli ultimi anni da Joel nasce proprio dai tanti infortuni subiti nel corso della carriera. Embiid non ha praticamente mai giocato una serie playoff completamente sano ed è difficile pensare che questo possa accadere in futuro. Quindi costruirgli una squadra intorno diventa più complicato proprio perché questa deve poter essere autonoma nel momento in cui lui mancherà. Questo è il più grande ostacolo che si frappone tra i 76ers e il titolo NBA, ma ce n’è un altro ed è legato allo stile di gioco del numero 21.
Il gioco di Embiid è estemporaneo rispetto alla manovra dei Sixers. E’ un giocatore che non si associa al resto della squadra e quando riceve palla rompe il flow dell’attacco. Inoltre, seppur migliorato da questo punto di vista, non ama passare la palla e lo fa solamente se costretto da un raddoppio. L’altro suo problema è la prevedibilità, motivo per cui le difese ai playoff si abituano velocemente al suo stile di gioco e riescono a neutralizzarlo meglio che in Regular Season.
Per tutta questa serie di motivi Phila ha sempre cercato di affiancargli dei playmaker come Simmons o Harden. Ma Maxey e George non mi sembra che siano quel tipo di giocatore.
Coach Nurse predilige un playmaking diffuso, quindi non gli interessa avere una point guard dominante, ma quando ha vinto coi Raptors comunque c’era Lowry e di Leonard ce n’era uno solo, non tre. Sicuramente PG13 è un upgrade rispetto a Tobias Harris, ma non sono convinto che sia quello di cui Embiid aveva bisogno al suo fianco. L’ex Clippers è un attaccante molto talentuoso, capace di grandi prestazioni, ma tende a prendere brutti tiri e non ha una buona visione di gioco. In difesa però è ancora uno dei migliori nel suo ruolo, soprattutto per la sua grande versatilità.
Comunque il roster è tra i più profondi della Lega e ci si aspetta da Maxey una stagione che lo consacri definitivamente come stella. Quindi, tutto sommato, vedo i 76ers migliori rispetto all’anno scorso, ma non a livello dei Knicks o dei Celtics. Comunque possono giocarsela con tutti e, come ogni anno, si può soltanto rivolgere una preghiera alle ginocchia di Embiid, chiedendo che questo sia l’anno buono.
Denver non è più la favorita
Dopo il titolo, la gestione da parte della dirigenza dei Denver Nuggets è stata da squadra piccola, che si accontenta di essere stata per la prima volta sotto gli occhi di tutti e che vuole tornare il più in fretta possibile a ricoprire il suo ruolo marginale nella Lega. Quest’estate hanno perso un altro pezzo del roster che due anni fa si infilò al dito l’anello NBA, Kentavious Caldwell–Pope. L’anno scorso se n’erano andati sia Jeff Green che Bruce Brown e non sono stati rimpiazzati e la stessa cosa potrebbe avvenire per KCP.
L’ultima run playoff dei Nuggets non ha rispettato le aspettative. La serie contro i Lakers è stata molto sofferta e salvata dalle invenzioni di Jokic e di Murray. Contro Minnesota non sono neanche scesi in campo per ben tre partite su sette, subendo la fisicità degli avversari. Sono riusciti ad allungare la serie fino a una leggendaria gara 7, dove si sono fatti rimontare un +20, perdendo così una serie che era alla loro portata.
Denver ha dimostrato quanto sia difficile ripetersi dopo un’impresa come quella di due anni fa e ha scoperto alcuni limiti, che prima non erano mai stati evidenti. Innanzitutto manca qualcuno che possa segnare al di fuori di Murray e Jokic: era proprio questa la funzione in uscita dalla panchina di Bruce Brown, garantire pericolosità in 1vs1 e playmaking anche con la second unit. Forse si sperava che Christian Braun potesse fare uno step in più e ricoprire quel ruolo, ma ciò non è avvenuto. Magari Westbrook riuscirà a colmare questo vuoto, come ha dimostrato di saper fare ai Clippers.
L’altro problema è stato l’approccio troppo morbido, tipico di una squadra che sa di essere superiore. Lo avevamo visto in Regular Season e contro i Lakers, ma lì non è stato un problema; invece contro i Timberwolves è stato il principale motivo delle prime due sconfitte. Confido però che i ragazzi di coach Malone abbiano imparato la lezione e che arrivino ai prossimi playoffs in modalità “revenge season”.
Ora veniamo a Caldwell–Pope. Il punto di forza dei Nuggets è il quartetto costruito minuziosamente intorno a Nikola Jokic. Il serbo è contemporaneamente il miglior centro e il miglior playmaker al mondo ed è circondato da uno scorer di altissimo livello come Jamal Murray, 2 tiratori come KCP e Michael Porter Jr. e Aaron Gordon, che si muove sulla linea di fondo e nel pitturato come nessun altro. In difesa i limiti individuali di Murray, Jokic e MPJ vengono colmati dalla fisicità del quintetto e dalla versatilità di Gordon e KCP. Non è difficile intuire quindi che Caldwell–Pope sia piuttosto importante nella struttura di questa squadra.
L’ex Lakers non è soltanto un role player, ma è un veterano con due anelli, un tiratore affidabilissimo e soprattutto uno dei difensori più versatili nel suo ruolo. Il problema per Denver non è soltanto averlo scambiato, ma è non averlo rimpiazzato. Il suo posto verrà occupato da Braun, che difficilmente diventerà un giocatore di quel livello.
La panchina di Denver è sempre stata corta, ma mai come quest’anno. Gli unici con un po’ di esperienza su un campo NBA sono Westbrook e Saric, mentre tutti gli altri sono rookie o comunque giocatori giovanissimi e ancora da formare.
I Nuggets restano nel gruppo di testa della Western Conference, perché comunque il quintetto è forte e Jokic può fare la partita da solo contro chiunque, ma ci sono diverse squadre, come Thunder, Wolves e Mavs che intanto continuano a rafforzarsi e potrebbero superare gli ex campioni in carica.

