Non c’è dubbio: per vedere la NBA al suo meglio, bisogna aspettare i playoff. L’intensità sale, la tattica è curata al minimo dettaglio, non c’è troppo margine d’errore. Va avanti solo chi vale davvero, gli altri tornano a casa. Però è la regular season a gettare le basi per quello che succederà nelle settimane più ‘calde’. Un viaggio lungo sei mesi in cui accade tutto e il contrario di tutto, in cui i problemi nascono e si risolvono, in cui le squadre trovano la loro alchimia, in cui alcune carriere prendono il volo, mentre altre si inabissano. Insomma, anche in regular season si fa la storia. Al netto delle critiche (in ogni caso comprensibili, essendo la pallacanestro un gioco di squadra), i premi individuali sono uno specchio piuttosto affidabile di quanto successo tra ottobre e aprile. Raccontano di chi ha sorpreso, di chi si è confermato e di chi è entrato definitivamente nella leggenda di questo gioco. Da qualche anno, la NBA comunica i vincitori a stagione conclusa, quando i playoff hanno già emesso i loro feroci verdetti. Essendo questi premi relativi alla stagione regolare, però, noi di NBA Passion restiamo fedeli alle tradizioni, assegnandoli ‘a caldo’. Dopo settimane di infuocate votazioni, è dunque il momento di scoprire le scelte della redazione: arrivano gli NBA Passion Awards 2018/19!
Rookie Of The Year: Luka Doncic (Dallas Mavericks)

Luka Doncic, uno dei grandi protagonisti di questo 2018/19
Non succede spesso ma, in questo 2018/19, tutte le primissime scelte al draft hanno disputato una solida stagione da rookie. DeAndre Ayton ha messo insieme cifre di tutto rispetto (16.3 punti a 10.3 rimbalzi di media), anche se in una ‘polveriera’ come gli attuali Phoenix Suns, Marvin Bagley si è ritagliato un ruolo importante nei sorprendenti Sacramento Kings e Jaren Jackson Jr. è stato tra le pochissime note liete per i Memphis Grizzlies. Esordio tutto sommato positivo, seppure in contesti perdenti e con gli inevitabili alti e bassi del caso, per Collin Sexton (Cleveland) e Kevin Knox (New York), mentre saranno da rivedere Mohamed Bamba (utilizzato pochissimo a Orlando) e Wendell Carter Jr. (infortunatosi troppo presto, dopo un buon avvio in maglia Bulls). Tra gli altri giocatori scelti al primo giro, si sono fatti notare soprattutto Shai Gilgeous-Alexander, che ha presto conquistato un posto da titolare ai Clippers, Josh Okogie, che ha fatto lo stesso in maglia Timberwolves, e Landry Shamet, letale tiratore che ha portato punti dalla panchina prima ai Sixers, poi (dopo essere stato incluso nella trade per Tobias Harris) alla corte di Doc Rivers. Da segnalare anche il buon debutto di Mikal e Miles Bridges (Phoenix e Charlotte), Kevin Huerter e Omari Spellman (Atlanta), mentre dal secondo giro sono ‘spuntati’ Jalen Brunson (Dallas), Rodions Kurucs (Brooklyn) e Mitchell Robinson, che ha vissuto un anno da matricola estremamente incoraggiante con i New York Knicks.
Il nostro premio di Rookie Of the Year, però, non poteva che essere conteso da Luka Doncic e Trae Young, protagonisti di un discusso scambio la notte del draft (Doncic a Dallas e Young, più una prima scelta 2019, ad Atlanta). A suon di grandi prestazioni e di giocate mozzafiato, i due si sono imposti da subito come uomini-franchigia di Mavericks e Hawks, mostrando potenziale da superstar e accendendo le speranze dei tifosi per un futuro roseo. Nelle nostre votazioni ha prevalso Doncic perchè ha avuto un impatto immediato; sono bastate poche partite per far scoppiare la ‘Luka-Mania’. Young è partito più lentamente, salvo poi esplodere nella seconda parte di regular season. In questo 2018/19 entrambe le squadre hanno chiuso nelle retrovie, ma il loro avvenire, così come quello dell’intera lega, sembra in ottime mani.
Albo d’oro
2015/16: Karl-Anthony Towns (Minnesota Timberwolves)
2016/17: Dario Saric (Philadelphia 76ers)
2017/18: Ben Simmons (Philadelphia 76ers)
All-Rookie Team:
Trae Young (Atlanta Hawks)
Shai Gilgeous-Alexander (Los Angeles Clippers)
Luka Doncic (Dallas Mavericks)
Marvin Bagley (Sacramento Kings)
DeAndre Ayton (Phoenix Suns)
Coach Of The Year: Mike Budenholzer (Milwaukee Bucks)

Mike Budenholzer, prima stagione alla guida dei Milwaukee Bucks
Il premio di allenatore dell’anno è sempre uno dei più difficili da assegnare. Ogni stagione è caratterizzata da squadre che rendono oltre le aspettative soprattutto grazie al lavoro del coach, e questo 2018/19 non fa eccezione. Mike Malone e Doc Rivers hanno guidato Denver Nuggets e Los Angeles Clippers ai playoff nonostante gli infortuni (Denver) e la cessione in corsa del miglior realizzatore (Tobias Harris, passato da L.A. a Philadelphia), mentre Terry Stotts e Quin Snyder hanno confermato Portland Trail Blazers e Utah Jazz tra le corazzate della Western Conference. Restando a Ovest, Dave Joerger ha dato ‘nuova vita’ ai Sacramento Kings, e Gregg Popovich ha condotto i soliti San Antonio Spurs ai ventiduesimi playoff consecutivi, nonostante gli svariati problemi. Anche sull’altra costa non mancavano i candidati: da Nate McMillan, capace di tenere in alto gli Indiana Pacers malgrado l’infortunio di Victor Oladipo, a Nick Nurse, ‘timoniere’ degli ottimi Toronto Raptors. Doveroso citare anche Steve Clifford e Kenny Atkinson, il cui lavoro ha finalmente regalato a Orlando Magic e Brooklyn Nets la speranza di poter uscire da un tunnel che sembrava interminabile.
A stravincere le nostre votazioni è stato però Mike Budenholzer, perchè ha fatto compiere ai Milwaukee Bucks un salto che, fino alla scorsa estate, sembrava impossibile: passare da eterna incompiuta a contender. Ci è riuscito seguendo una filosofia comune a Golden State Warriors e Houston Rockets: ‘estremizzare’ il proprio gioco, cucendolo su misura per le peculiarità uniche dell’uomo di riferimento. I Bucks, il cui roster era pressoché invariato rispetto al 2017/18, sono diventati a tutti gli effetti la squadra di Giannis Antetokounmpo. ‘The Greek Freak’ ha dominato in lungo e in largo nonostante la scarsa pericolosità dalla distanza, e lo ha fatto anche perchè a molti compagni è stata concessa ‘carta bianca’ da oltre l’arco. Ecco allora la stagione da All-Star di Khris Middleton e quella altrettanto superba di Brook Lopez, ma anche gli sporadici exploit dei vari Pat Connaughton, D.J. Wilson, Sterling Brown e Donte DiVincenzo. Un altro grande merito di ‘Coach Bud’ è stato quello di valorizzare al massimo la coesistenza (tutt’altro che scontata) fra Malcolm Brogdon ed Eric Bledsoe. Il suo arrivo ha dato a Milwaukee la consapevolezza necessaria a prendersi il miglior record della regular season e a guardare con inedita fiducia agli imminenti playoff.
Albo d’oro
2015/16: Brad Stevens (Boston Celtics)
2016/17: Brad Stevens (Boston Celtics)
2017/18: Mike D’Antoni (Houston Rockets)
Sixth Man Of The Year: Lou Williams (Los Angeles Clippers)

Lou Williams è diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina
Prima o poi, questo premio verrà ribattezzato Lou Williams Award. La guardia dei Los Angeles Clippers si aggiudica il nostro riconoscimento per il secondo anno di fila, e con ogni probabilità solleverà il vero trofeo, quello assegnato dalla NBA, per la terza volta in carriera (aveva già vinto nel 2015 e nel 2018), eguagliando così il primato di Jamal Crawford. Il 2018/19 ha consacrato il ‘Mago Lou’, diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina. Al di là del record, il suo impatto è stato decisivo per il raggiungimento dei playoff da parte dei Clippers, da febbraio privi di Tobias Harris (fino a quel momento, il loro top scorer stagionale). Un giocatore da 20 punti di media che percepisce ‘appena’ 8 milioni di dollari di stipendio (fino al 2021) e che si accontenta, anzi, pretende, di partire dalla panchina, è un tesoro di inestimabile valore per la franchigia, nonché un’ulteriore attrattiva per le superstar a cui i Clips daranno la caccia in estate.
Il fatto che Doc Rivers avesse a disposizione la miglior second unit della lega non è certificato solo dai numeri (53 punti a gara segnati dalle riserve), ma anche dalla presenza di Montrezl Harrell tra i possibili rivali di Williams per la conquista del Sixth Man Of The Year Award. Tra gli altri candidati troviamo Domantas Sabonis (Pacers), Spencer Dinwiddie (Nets), Dennis Schroder (Thunder), Malik Beasley (Nuggets), Terrence Ross (Magic) e Derrick Rose, che ha vissuto la stagione della ‘rinascita’ con la maglia dei Minnesota Timberwolves.
Albo d’oro
2015/16: Jeremy Lin (Charlotte Hornets)
2016/17: Eric Gordon (Houston Rockets)
2017/18: Lou Williams (Los Angeles Clippers)
Defensive Player Of The Year: Paul George (Oklahoma City Thunder)

Per Paul George un 2018/19 straordinario sui due lati del campo
Essere decisivi su entrami i lati del campo: spiega il professor Paul George. La stella dei Thunder ha disputato un 2018/19 ‘leonardiano’ (riferito a Kawhi, non a Da Vinci), guidando la truppa di Billy Donovan sia in attacco (miglior realizzatore di squadra e miglior media punti in carriera) che nella propria area, dove è stato il miglior esponente di quella che è stata la miglior difesa NBA per quasi tutta la regular season. Quel “quasi” è la parola che potrebbe cambiare il futuro immediato del giocatore, visibilmente calato dopo un infortunio alla spalla (con conseguente estromissione dalla corsa per l’MVP) e quello di OKC, letteralmente colata a picco nella fase finale ed entrata ai playoff da un ingresso meno nobile.
A contendere il premio a PG13 c’erano altri giocatori che hanno fatto la differenza sotto entrambi i tabelloni, come Giannis Antetokounmpo, Joel Embiid, Jimmy Butler e il ‘solito’ Kawhi Leonard, ma anche veri e propri ‘specialisti’ difensivi come Rudy Gobert, Patrick Beverley, Marcus Smart e classici ‘rim protector’ (che non mancano mai in queste graduatorie) come Myles Turner, Jarrett Allen e Serge Ibaka.
Albo d’oro
2015/16: Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)
2016/17: Rudy Gobert (Utah Jazz)
2017/18: Rudy Gobert (Utah Jazz)
Most Improved Player Of The Year: Pascal Siakam (Toronto Raptors)

Per Pascal Siakam, il 2018/19 è stato l’anno della consacrazione
Il premio al giocatore più migliorato è forse quello più interessante. Racconta di un atleta che, nel corso della stagione, è riuscito a fare un evidente (e spesso imprevedibile) salto di qualità. In molti casi, il singolo che ‘sboccia’ improvvisamente dà una spinta decisiva alla sua squadra, cambiandone di colpo le prospettive. In questo 2018/19, i Toronto Raptors partivano già tra le favorite a Est, ma la loro nuova superstar, Kawhi Leonard, avrebbe avuto delle restrizioni sul minutaggio, per recuperare al meglio dal lungo infortunio subito ai tempi di San Antonio. Poco male; coach Nick Nurse si è trovato in casa un’altra stella. Non parliamo di Kyle Lowry, in fase calante seppur con la solita leadership, bensì di Pascal Siakam.
Scoperto da Luc Mbah a Moute, il camerunese era stato scelto da Toronto con la ventisettesima chiamata al draft 2016. Il suo atletismo era sotto gli occhi di tutti fin dall’inizio, ma Siakam sembrava uno dei tanti ‘talenti grezzi’ della storia recente dei Raptors. Il suo primo anno è stato vissuto più in G-League che in NBA, ma con ottimi risultati: nel 2017 ha guidato al titolo i Raptors 905, venendo eletto MVP delle finali. Ha conquistato così un posto stabile nelle rotazioni del roster principale e, al secondo anno, è passato da 4.2 a 7.3 punti di media. Un miglioramento, ma nulla in confronto al salto compiuto in questo 2018/19: 16.9 punti in 32 minuti a partita, titolare fisso e presenza insostituibile ai due lati del campo. Più volte miglior realizzatore di squadra, Pascal ha riscritto più volte il suo career-high (fissato ora a 44 punti, segnati contro Washington il 13 febbraio).
Tra gli inseguitori spicca D’Angelo Russell, che da All-Star ha trascinato ai playoff i Brooklyn Nets, ma è doveroso menzionare anche Khris Middleton (Bucks, anche lui debuttante all’ASG), Nikola Vucevic (Magic, idem come sopra), Montrezl Harrell (Clippers), Buddy Hield (Kings), Zach LaVine (Bulls), Julius Randle (Pelicans), Bojan Bogdanovic (Pacers) e Thomas Bryant (Wizards).
Albo d’oro
2015/16: C.J. McCollum (Portland Trail Blazers)
2016/17: Nikola Jokic (Denver Nuggets)
2017/18: Victor Oladipo (Indiana Pacers)
Breakout Team Of The Year: Denver Nuggets

Jamal Murray e Nikola Jokic, giovani stelle dei Denver Nuggets
L’anno scorso, il sogno di Denver era sfumato all’overtime dell’ultima partita di regular season, persa contro Minnesota. Anche per questo, ci si aspettava che il 2018/19 avrebbe riportato i Nuggets ai playoff. In pochi, però, avrebbero immaginato di vedere gli uomini di Mike Malone contendere fino alla fine il primo posto nella Conference ai Golden State Warriors. Questo eccellente risultato è stato reso possibile dal grande lavoro dell’allenatore, dalla consacrazione di Nikola Jokic, dalla crescita di Jamal Murray, dall’esplosione di Malik Beasley e dall’impatto di alcuni protagonisti inattesi, come Monte Morris (tre partite a Denver e tanta D-League nel 2017/18) e Torrey Craig (undrafted nel 2014, poi tre stagioni in Australia). Il miglior record di franchigia dal 2012/13 è stato ottenuto malgrado i numerosi infortuni che hanno martoriato il roster: durante la stagione si sono fermati (per periodi piuttosto lunghi) Gary Harris, Will Barton e Paul Millsap, Isaiah Thomas ha debuttato solo a ridosso dell’All-Star Game (per poi uscire quasi subito dalle rotazioni), mentre Michael Porter Jr., quattordicesima scelta assoluta allo scorso draft, non ha mai messo piede in campo. Poco da aggiungere, Denver ha disputato davvero una grande regular season.
Nella corsa all’NBA Passion Award come sorpresa dell’anno, i Nuggets battono in volata i Los Angeles Clippers, anche loro alla post-season nonostante la cessione di Tobias Harris, miglior realizzatore di squadra fino a quel momento. Tra le altre candidate i Sacramento Kings, inaspettatamente vicini ai playoff, e tre squadre che i playoff li giocheranno, in una Eastern Conference formato ‘terrà delle opportunità”: Indiana Pacers, Brooklyn Nets e Orlando Magic.
Albo d’oro
2015/16: Portland Trail Blazers
2016/17: Washington Wizards
2017/18: Utah Jazz
Disappointing Team Of The Year: Los Angeles Lakers

Per LeBron James, un 2018/19 da dimenticare
Come diceva il leopardo nella famosa pubblicità: “What did you expect?”. Il premio più semplice da assegnare, tra i nostri Awards, è quello per la delusione dell’anno. Perchè i Lakers 2018/19 non sono stati una semplice delusione, bensì un flop colossale, destinato ad essere ricordato a lungo. Una squadra che sembrava avere le carte in regola per tornare in alto, dopo anni bui, si è invece ritrovata fuori dalla corsa playoff a due mesi dal termine della regular season. Un fallimento figlio di molti padri, di cui tanto si è discusso e di cui tantissimo si discuterà.
L”uomo-simbolo di questa disfatta non può che essere LeBron James, chiamato a Los Angeles per riportare i Lakers sui palcoscenici che hanno calcato per decenni. Attribuirgli tutte le colpe sarebbe superficiale, ma è innegabile che parte delle responsabilità per la disastrosa stagione siano da imputare al fenomeno da Akron. Uno che in campo è stato il solito portento (anche se con troppi atteggiamenti deplorevoli in fase difensiva), ma la cui influenza sul management, dettata dall’urgenza di vincere ma (purtroppo per lui) dura a morire, ha contribuito a far andare a rotoli la situazione. Prima l’ ‘incoraggiamento’ ad arruolare veterani rivelatisi poi non così utili (da Lance Stephenson a Michael Beasley), poi il patetico ‘teatrino’ con Anthony Davis e Rich Paul, che di fatto ha compromesso sia l’annata dei Lakers, sia quella dei New Orleans Pelicans.
Chiaro, tutto ciò non sarebbe stato possibile con una dirigenza all’altezza, qualcosa che manca da tempo nella Los Angeles gialloviola. Magic Johnson e Rob Pelinka, nella smania di tornare protagonisti, hanno ‘sbugiardato’ più volte il (confusionario) lavoro portato avanti dalla franchigia negli ultimi anni, non esitando a mettere sul mercato l’intero roster (senza esagerare) per affidarsi completamente a un quasi trentacinquenne (James) e a una stella perennemente infortunata (Davis). Per carità, due fenomeni assoluti, ma lo dicevano anche i nostri nonni: spesso, la fretta è cattiva consigliera…
Mentre in California i vari Kyle Kuzma, Brandon Ingram e Lonzo Ball venivano ‘scrutinati’ partita dopo partita, senza mai convincere fino in fondo (per svariati motivi), lontano da quei riflettori e da quella pressione diversi ex-Lakers come D’Angelo Russell, Julius Randle, Lou Williams, Brook Lopez e, udite udite, Thomas Bryant, si ritagliavano un ruolo di primissimo piano nelle rispettive squadre. Certo, ogni caso va contestualizzato, ma tutto ciò vorrà pur dire qualcosa! A concludere degnamente questa ‘memorabile’ stagione sono arrivate le dimissioni di Magic, annunciate prima della sfida contro Portland. Una scelta più che comprensibile sul piano personale, ma che lascia la franchigia sempre più in balia delle onde.
La ‘tragicommedia’ gialloviola ha inevitabilmente messo in ombra altre squadre che, in questo 2018/19, hanno deluso le aspettative. Cleveland Cavaliers e Chicago Bulls, pur con mille problemi, sembravano avere roster adeguati per fare un pensierino ai playoff, invece sono finite subito in fondo alla Eastern Conference. Così come i Dallas Mavericks a Ovest, nonostante una buona partenza. Menzioni ‘d’onore’ anche per le eterne incompiute Minnesota Timberwolves e Washington Wizards e per i Miami Heat, finiti in un tunnel di mediocrità che non sembra avere fine.
Albo d’oro
2015/16: Chicago Bulls
2016/17: New York Knicks
2017/18: Oklahoma City Thunder
Most Valuable Player: Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)

Giannis Antetokounmpo, stella dei Milwaukee Bucks
Sarà pure un premio inutile, una celebrazione molto americana del singolo che stona con i concetto di ‘sport di squadra’, ma alla fine la domanda “Chi è l’MVP?” se la fanno tutti. Venire eletto Most Valuable Player non è l’unico modo, ma è certamente un modo per imprimere a fuoco il proprio nome nei libri di storia NBA. E’ un riconoscimento che indica inequivocabilmente un giocatore capace di dominare una regular season, svettando su una lega piena di fenomeni. E’ il caso di Giannis Antetokounmpo, che si prende la nostra statuetta virtuale dopo aver guidato i Milwaukee Bucks al miglior record della lega. Da quando è apparso in NBA, ‘The Greek Freak’ si è reso protagonista di un’inarrestabile ascesa. Prima acerba matricola, poi grande promessa, quindi All-Star, ora MVP (almeno per la redazione di NBA Passion). Al di là delle cifre, in costante crescita (ma non nettamente superiori a quelle dell’anno scorso), in questo 2018/19 Giannis ha ufficialmente avanzato la sua candidatura a ‘ nuovo volto della lega’. Coach Mike Budenholzer gli ha cucito addosso i Bucks su misura, lasciandogli carta bianca per terrorizzare le difese con le sue incursioni. Decisivo sia in attacco che in difesa, sul finire della regular season Antetokounmpo ha anche migliorato (visibilmente) il suo gioco da oltre l’arco, oscurando sempre più il cielo sopra l’America cestistica. Grazie al loro fenomeno, i Bucks sono diventati a tutti gli effetti una contender. Forse gli Warriors sono ancora superiori, magari anche per le FInals è presto, ma il motto ‘Feer The Dear’ non è mai stato così d’attualità.
Gli sfidanti per il premio non sono mancati: Kawhi Leonard ha iniziato molto forte, ma le restrizioni sul minutaggio hanno inciso sulla sua candidatura (difficile che si strugga in un letto di dolore, per questo), Paul George è stato frenato da un infortunio a una spalla e dal calo generale dei suoi Thunder, mentre Stephen Curry e Kevin Durant si sono come al solito fatti concorrenza interna (giocando oltretutto a marce bassissime, in attesa dei playoff). Joel Embiid e Nikola Jokic avrebbero avuto qualche chance, in una stagione normale, ma in questo 2018/19 l’unico a tenere davvero testa ad Antetokounmpo è stato James Harden. Dopo un avvio stentato, l’MVP in carica si è preso gli Houston Rockets sulle spalle, trascinandoli dal quattordicesimo al terzo posto nella Western Conference nonostante gli infortuni eccellenti di Chris Paul, Eric Gordon e Clint Capela. Ci è riuscito mettendo insieme cifre mostruose (36.1 punti di media, la più alta dal 1986/86, quando Michael Jordan chiuse a 37.1), con il picco delle 32 partite consecutive con almeno 30 punti a referto, tra cui un back-to-back da 57 e 58 punti (contro Memphis e Brooklyn) e la prova da 61 punti e 15 rimbalzi al Madison Square Garden (23 gennaio). Un mostro, che però nulla ha potuto, nelle nostre votazioni, contro il dominio del ‘Freak’ di Milwaukee.
Albo d’oro
2015/16: Stephen Curry (Golden State Warriors)
2016/17: Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
2017/18: LeBron James (Cleveland Cavaliers)
All-NBA Team (come per l’All-Rookie Team, abbiamo votato senza suddivisione per ruoli):
James Harden (Houston Rockets)
Paul George (Oklahoma City Thunder)
Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)
Nikola Jokic (Denver Nuggets)
Joel Embiid (Philadelphia 76ers)















